I racconti del Viandante: il cibo dei monasteri

Dolores Boretti

“Niente piace più a Dio della magrezza del corpo e più il corpo sarà asciugato dall’asprezza delle mortificazioni, meno sarà soggetto alla corruzione della tomba e, quindi, resusciterà più gloriosamente (…)”.

L’atteggiamento nei confronti del cibo (e in particolare la capacità e la necessità di ridurne drasticamente l’assunzione) divenne non solo il criterio interpretativo delle relazioni economico-sociali all’interno di una comunità, ma anche lo strumento per marcare la distanza (anche sul piano morale) tra la figura del potens (che si serve anche del cibo come “segno” della suo potere terreno) e del pauper (che denuncia la propria esclusione dal potere proprio attraverso la mancanza di cibo).

Lo sforzo per soggiogare e dominare le esigenze della gola diventava così la prima tappa di quella costante lotta per il controllo dei sensi e della corporeità che doveva restituire l’uomo alla primigenia purezza, a quella età dell’Eden perduta per un peccato metaforicamente reso proprio mediante l’immagine di un cedimento alla gola stessa. A ciò si aggiunga che nella mentalità medievale un corpo ben nutrito, sollecitato da cibi “caldi ed umidi”, si abbandonava più facilmente ai piaceri della lussuria ed era quindi fatalmente destinato a trascinare nella perdizione l’anima che esso racchiude. Per scampare alle tentazioni, prima fra tutte quella erotica che si nutriva di cibi “caldi”, ben conditi con grassi animali e spezie, si raccomandavano dunque alimenti “secchi e freddi”, dall’effetto disseccante.

Era assodato che l’abbondanza di umori provocata dal troppo cibo ridestava negli uomini il piacere ed il compiacimento sensoriale verso i quali dunque si dirigevano gli strali dei padri della Chiesa. Lussuria, avarizia, collera, accidia erano le dirette conseguenze della sovrabbondante alimentazione, perché fra “i vizi che fanno al genere umano la guerra più spietata, il primo è la golosità” afferma Giovanni Cassiano, nelle Collationes, testo di meditazione e spiritualità. Ne derivava che se la gola era il primo dei vizi, il digiuno era la prima delle virtù! Ecco allora comparire nelle regole monastiche il digiuno penitenziale, traslato poi nella comunità dei credenti con la doppia funzione: penitenziale e… sanitaria.

Peraltro è evidente che precetti così rigidi e severi, espressione di un modello perfetto di santità, non potevano essere adatti a tutti. E la Regola di San Benedetto muta l’approccio del monaco verso il cibo. Secondo Benedetto la necessità per il religioso di osservare il digiuno e l’astinenza era così evidente da non richiedere alcuna giustificazione.

Del digiuno, come della castità, ci si limita a dire che deve essere “amato”, perché l’uno e l’altra sono una componente essenziale della vita monastica. Il santo di Norcia, come si vedrà, fissò una triplice norma sull’alimentazione: misura del mangiare, misura del bere, orario dei pasti. Ne emerge che essi risultano funzionali all’organizzazione della vita cenobitica e sono dettati dal desiderio di offrire ai monaci quell’equilibrio alimentare, necessario alla loro vita spirituale per consentire ad essi di raggiungere la perfezione.

L’autocontrollo nell’alimentazione era, per il monaco, ulteriore segno di distaccodalle abitudini dei laici, un modo di distinguersi praticato attraverso la moderazione e la rinuncia: infatti non bisogna dimenticare che un buon numero di religiosi entrati nell’ordine benedettino proveniva dall’aristocrazia fondiaria, e aveva sempre considerato l’abbondanza di cibo uno “status symbol”, inoltre quasi tutti i monasteri erano ricchi di terra e di campi, sicché l’alimentazione dei cenobiti avrebbe potuto essere varia e abbondante come quella dei loro parenti laici.

Una mensa parca, dunque, divenne segno esteriore del distacco dall’esistenza precedente per una scelta di vita all’insegna del sacrificio e della rinuncia, il tutto in funzione di una migliore ascesi.

L’astinenza dalla carne e la mensa semplice erano raccomandate come prima cura per i malanni fisici. Così come dai bagni, i monaci si astenevano dalle carni perché entrambi riscaldavano il corpo e solleticavano la sensualità

San Benedetto, anzi, riconosce il valore di questo cibo, e rovescia i termini della questione: egli chiede di rinunciarvi non perché alimento “cattivo” ma proprio in quanto “buono”. D’altra parte il messaggio evangelico in questo senso è chiaro: non esistono cibi in sé buoni o cattivi, puri o impuri ma è l’atteggiamento di chi si accosta ad essi che conferisce loro un valore positivo o negativo. Si sposta dunque l’attenzione dall’oggetto al soggetto, dal cibo consumato a colui che lo consuma (che viene, per così dire, “responsabilizzato”), sancendo così una netta rottura rispetto alla tradizione. Il monachesimo opera sul cibo (carne e vino in particolare) una rivoluzione, facendone oggetto non più di rifiuto ma di rinuncia consapevole.

Dalla necessità di non risvegliare l’ingordigia e la golosità conseguiva la ripetitività dei piatti che componevano la dieta dei monaci, preparati in base ai cicli scanditi dalla regola e dall’alternarsi delle stagioni. Le varianti del regime alimentare monastico (a parte quelle previste dalle varie regole) dipendevano in genere soltanto da eventi imprevedibili e contingenti quali guerre, carestie, epidemie ed altri flagelli, che ovviamente non toccavano soltanto l’economia del chiostro. Tuttavia i monaci vi potevano complessivamente far fronte in modo più efficace rispetto al resto della popolazione, potendo contare sulle derrate immagazzinate negli anni favorevoli entro i depositi del monastero. Anzi furono proprio spesso questi prodotti conservati all’interno del monastero ad essere di sostegno alla popolazioni nei gravi periodi di carestia. S. Benedetto sembra ricordare con rammarico l’eroismo dei Padri d’Oriente, infatti scrive: “Veramente leggiamo che il vino non è proprio per i monaci, ma poiché ai nostri tempi non si riesce a persuaderli, badiamo almeno a questo, di non bere fino ad esserne sazi, ma di usare del vino con maggiore parsimonia, poiché il vino fa apostatare anche i saggi” Benedetto dunque fissa la quantità di vino da consumarsi, l’emina, (intorno ai 3/4 di litro) ma pensa anche alla circostanza in cui la quantità di vino debba ridursi o non si possa proprio avere perché il monastero è povero, il paese no ha vigne e stabilisce allora quanti bicchieri dare a ciascuno e il modo di darli (secondo l’uso, vi si mesceva l’acqua, generalmente calda), quanti pezzi di pane vi si possono intingere prima dell’arrivo delle vivande, il numero delle bevute dopo nona per il lavoro, e tanti altre particolarità.

A proposito del pasto quotidiano San Benedetto afferma di ritenere sufficienti due pietanze cotte, così chi non avesse potuto mangiare l’una avrebbe avuto a disposizione l’altra e sarebbe dunque stato assicurato il necessario ai fratelli malati, mentre chi avesse avuto stomaco forte avrebbe potuto senza dubbio fare onore ad ambedue. L’eventuale terzo piatto era preparato con legumi (che nell’Italia meridionale il popolo soleva mangiare anche crudi) con altre verdure, esempio fave, ceci, lupini, carote, cipolle, ravanelli. A proposito del pane si parla di una “libbra”, peso tradizionale presso tutti i monaci..

La libbra romana equivaleva a un terzo di chilogrammo, ma variava secondo i tempi e i luoghi. Pare tuttavia che la misura cui fa riferimento San Benedetto fosse molto maggiore, anche perché il pane costituiva il cibo principale per i monaci di allora, dediti quasi tutti a lavori manuali (in ogni caso l’abate aveva il potere di aumentare la quantità pro capite destinata a coloro che avevano svolto mansioni particolarmente faticose). S.Benedetto ricorda al cellerario di conservare la terza parte della razione di pane a testa per i giorni in cui c’era anche la cena (ma non si dice in che cosa questa consistesse).

Non vengono dunque prospettate penitenze speciali concepite apposta per i monaci ma solo la necessità di conservare la misura che conviene ad ogni cristiano, secondo la raccomandazione del Signore: “Badate bene, non lasciate appesantire dall’eccesso il vostro cuore”.

Ai fini del nostro discorso sulla storia del cibo non va dimenticata l’importanza della cucina monastica poiché essa esprime sicuramente una sorta di trait d’union fra la cucina popolare contadina e quella dell’alta gastronomia così nei monasteri maschili ma anche nei monasteri femminili. La diversa provenienza sociale entro cui si delinea il sistema organizzativo del chiostro riflette non solo la fisionomia propria dell’aristocrazia ma anche quella delle classi più abbienti. L’incontro e la fusione fra piatti ricette provenienti da ambienti sociali così diversificati, l’accurata organizzazione della mensa, l’adeguata attrezzatura delle cucine, la scelta delle derrate, la sperimentazione, il rispetto delle norme l’orario dei pasti e quello conseguente dei tempi di cottura del cibo, sono dunque state i capisaldi di questo sistema alimentare che si tramanderà nei secoli fino a costituire uno dei capisaldi della nostra cucina occidentale,come vedremo dai documenti d’archivio dei monasteri sopravvissuti alla soppressione Napoleonica.

Share This Post

GoogleRedditBloggerRSS