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Abbandono di flora

Non so se in botanica abbiano coniato il contrario di pollice verde. Forse “alluce nero” potrebbe rendere l’idea: intanto perché si passa dagli arti superiori a quelli “inferiori”, poi perché il nero è il colore della terra riarsa o dei rami rinsecchiti. Se ancora il titolo non è stato brevettato, e qualunque esso sia, mi candido a farmene decorare e a condividerlo con la mia metà.

Quando arrivammo nella casa nuova, una delle missioni di cui mi sentii investito era la gestione della striscia di giardino privata che dà sulla strada. A proteggerla, una siepe di cui non riesco a memorizzare il nome, con aculei in grado di passare da parte a parte la suola di una ciabatta e un ritmo di crescita da castello della bella addormentata, con la differenza che i rovi aumentano in un giorno come in un anno della fiaba e l’analogia del sonno profondo degli abitanti della magione, ignari di quello che la natura fa accadere a pochi metri dalle loro teste.

Non ho preso sottogamba quella missione originaria: anzi, in un eccesso di zelo ho insistito con Lucia per far installare un gazebo che appoggia sul tetto del garage, con sotto un tavolo e le sedie di legno che usiamo tre volte all’anno e che da alcuni inverni dimentico là fuori.

Il libro dei fallimenti è pieno di altri capitoli: anche “indoor”, ho visto appassire e disfarsi in pochi giorni forme vegetali potenzialmente sempreverdi.

Ma è il giardinetto la croce e delizia principale. Con impegno, i primi tempi, mi sono equipaggiato di tosaerba, cesoie, guanti e sacchi, con tutte le sofferenze legate alle allergie, alle zanzare, ai capricci dell’irrigazione automatica e al terreno spesso troppo bagnato per pettinarlo ad arte, ma cercando di coinvolgere i figli nello smaltimento degli sfalci.

Nel frattempo la grafiosi si è portata via uno dei due olmi che avevamo ereditato e anche il fusto gemello non se la passa troppo bene.

Unica gioia: il melograno che ci avevano regalato in un vaso per il battesimo del terzogenito, ridottosi a un vizzo arbusto, una volta trapiantato in giardino ha ripreso vita e oggi è un albero rigoglioso.

Quando tutto là fuori è a posto, e l’erba calpestabile, è bello vedere i figli che di tanto in tanto ci giocano, magari a palla, nonostante la siepe abbia causato una fossa comune di palloni forati.

Ma per intere settimane l’aria è piuttosto selvaggia e in giardino si esce solo per cercare un po’ d’Africa, come faceva Celentano nei pomeriggi troppo azzurri e lunghi.

Inevitabile la scelta di assoldare un giardiniere di fiducia: l’ho selezionato in modo che abbia uno sguardo sufficientemente compassionevole da non farmi pesare il giudizio negativo che, del resto, conosco benissimo da me.

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