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Diario della crisi/1
Uno tsunami misterioso
e senza precedenti

Federico Parmeggiani

Se ne riesce ad avere una vaga idea gettando l’occhio sulle cifre scritte a caratteri cubitali che negli ultimi mesi hanno contraddistinto i titoli delle prime pagine dei giornali, tutti i giornali, da quelli più marcatamente finanziari a quelli che privilegiano solitamente il gossip politico.

La situazione è grave. Grave come non lo era stata da anni, ci ha colto impreparati e a tratti sfugge ad ogni controllo che i Paesi europei e mondiali cercano di imporle.

Nella storia dei mercati finanziari nessun momento di crisi arriva per gradi, ma si manifesta come un’eruzione: concede agli spettatori ignari qualche avvisaglia, poi esplode inarrestabile e spetta alle forze politiche in gioco tentare di tamponare in ogni modo le fluttuazioni dei prezzi di mercato, che come le onde anomale di uno tsunami spazzano via ogni giorno miliardi di euro e distruggono il valore di interi stati sovrani, espresso dai titoli da questi emessi.

Tutte le principali potenze economiche del mondo sembrano sotto tiro, non solo le nazioni europee, i cui listini borsistici hanno segnato negli ultimi giorni dei ribassi quasi quotidiani, ma anche gli Stati Uniti, il cui debito mastodontico e i cui tentennamenti della classe politica sono stato giudicati tanto duramente da convincere per la prima volta nella storia recente una delle principali agenzie di rating – Standards and Poor’s – ad abbassare il rating attribuito al debito sovrano americano.

Non meglio paiono inoltre le potenze emergenti d’Oriente, i cui mercati vivono la stessa instabilità di quelli occidentali, dimostrando a tratti una fragilità addirittura maggiore e ribadendo così la ovvia regola secondo la quale anche i paesi che dell’Occidente sono creditori, quali la Cina, risentono necessariamente del peggioramento delle condizioni del proprio debitore.

Non si comprende bene cosa abbia scatenato questa tempesta, se essa abbia origini totalmente speculative, perché essa stia avendo luogo proprio ora e quali soggetti in ultima istanza ne muovano i fili.

Una cosa certa è che ogni area economica del mondo presentava già da prima dei problemi strutturali consolidati e in gran parte evidenti, dei quali però forse non si era capaci di intuire la intrinseca gravità o, in alternativa, l’attrazione che essi avrebbero potuto generare presso gli speculatori, l’identità e la nazionalità dei quali permane tuttora un mistero, perché forse nemmeno ne hanno una precisa.

Nella giungla in cui si sono trasformati i mercati finanziari l’Italia ovviamente non può che ricoprire un ruolo da preda, per due semplici caratteristiche che ci portiamo dietro da anni. La prima è il nostro debito pubblico mastodontico, che – ricordiamolo – ha iniziato ad essere fuori controllo a partire dagli anni ’80, gli anni in cui emettevamo titoli di stato con rendimenti a due cifre, noncuranti del fatto che questo tasso di interesse insostenibile, che ha consentito alla macchina statale e alla politica di vivere per anni al di sopra delle proprie possibilità, qualcuno avrebbe dovuto pagarlo prima o poi. Quel momento è arrivato da almeno un decennio e quel qualcuno siamo noi, che ora è come se sentissimo i creditori bussare alla porta.

L’antidoto per tamponare nel breve periodo questa emergenza è una drastica riduzione della spesa pubblica e il recupero di ingenti risorse da destinare alla progressiva riduzione dei debito.

In quest’ottica, non dobbiamo solo dolerci perché si renderanno necessarie delle misure “lacrime e sangue” ma forse anche farci coraggio e cogliere l’occasione per sbarazzarci di alcuni fardelli che da sempre appesantiscono il bilancio statale e si traducono in spese improduttive. Di questi fardelli possiamo rinvenirne in grande quantità sia nella burocrazia statale e locale che nella politica in senso stretto: se da sempre sono apparsi nocivi e ingiustificabili, ora appaiono intollerabili e pericolosi, è tempo di affrontare loro e le lobbies che ne traggono da sempre rendite di posizione.

L’altro grande problema italiano è la crescita economica quasi assente. Negli ultimi anni l’Italia, nonostante abbia un sistema industriale e produttivo ancora dinamico e importante (specie in certe regioni o distretti), nel complesso stenta ad aggredire i nuovi mercati, fa fatica a destreggiarsi nella competizione internazionale. Sulle ragioni di questo problema sono stati scritti interi trattati, in questa sede è bene soffermarsi su due fattori principali che sicuramente hanno determinato questa nostra storica debolezza. In primo luogo la dimensione ridotta delle nostre imprese: un’impresa piccola non dispone di mezzi idonei a sostenere da un lato investimenti di ricerca e sviluppo, necessari per assicurarsi prodotti innovativi e al passo coi tempi, dall’altro i costi di internazionalizzazione, necessari ad esplorare i mercati mondiali e ivi intrecciare proficue relazioni commerciali. Una volta prese le misure più urgenti, il legislatore dovrà sicuramente misurarsi anche con questo problema, magari incentivando con sgravi fiscali i processi di espansione delle imprese tramite fusione o acquisizione.

In secondo luogo è bene puntare il dito proprio contro la fiscalità di impresa, che offre incentivi perversi in quanto è onerosa e burocraticamente contorta per le imprese che intendono esserne conformi nonché relativamente facile da aggirare per le imprese disoneste. Questa situazione evidentemente non può proseguire all’infinito, non solo per la sua inefficienza ma anche per la sua iniquità: un erario che spreme gli onesti e non riesce a sanzionare duramente i disonesti non fa un buon lavoro.

Questa è la sfida che ci attende come Paese, poi, ovviamente, altre misure dovranno essere prese per frenare la speculazione selvaggia sui mercati, ma esse non competono ai singoli stati ma devono essere partorite ad un livello sovranazionale al seguito di un’azione condivisa. Quest’ultima scelta appare non solo la più agevole ma anche la più logica, in primo luogo perché in questa tempesta sono coinvolti, anche se con diversi livelli di criticità, tutti i principali paesi del mondo; in secondo luogo perché le strategie della finanza e le leggi economiche spesso sono come un potente fenomeno naturale, il quale permane difficile da domare, anche quando ne comprendiamo l’intensità e la direzione. Un’azione frammentaria sui mercati finanziari condotta in modo autonomo e non coordinato dai singoli stati verrebbe sicuramente spazzata via dall’astuzia della speculazione, per fermare la quale occorre ergere invece una diga di ingenti dimensioni e ben progettata, che sia non solo in grado di frenare la forza bruta della corrente ma anche capace di consentire alla finanza sana di continuare a scorrere e ad irrigare le economie mondiali.

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