Taca sbanda!

Cosa resta mezzo secolo dopo Woodstock, il più grande concerto rock di tutti i tempi? Praticamente nulla se non un florido merchandising. Da Wood-stock a Chat (in) stock, dai figli dei fiori ai figli di papà (quando non di buona donna), dagli arancioni ai melange, dalla rivoluzione all’involuzione sessuale, dalla condivisione dei sogni collettivi alla postazione degli incubi quotidiani, dalla moltitudine di soli alla solitudine di massa, dal movimento hippy al formicolio happy (il faccino emoticon), dalla new age ai bamboccioni, dall’on the road agli hikikomori, dall’orizzonte spaziale al facebook fru-fru.

Quando quattro produttori musicali e promoter newyorkesi si misero in testa di organizzare un festival estivo, all’inizio del 1969, le premesse erano quelle di un evento come tanti altri, in quel periodo in cui la musica rock e il movimento hippy stavano dilagando tra i giovani americani. Il 15 agosto, quando nella località di Bethel, New York, cominciò ufficialmente la “Aquarian Exposition: 3 Days of Peace & Music”, ci si rese in fretta conto che stava però succedendo qualcosa di epocale.

Il festival di Woodstock, come ricordiamo oggi il weekend più famoso della storia della musica rock, aveva attirato un numero di persone che sembrava vicino al mezzo milione, mandando nel caos un’intera contea. Il nome lo prese dal nome della società che lo organizzava, e che originariamente progettava di aprire uno studio nell’omonima città, che in realtà dista da Bethel un centinaio di chilometri. Cominciò esattamente 50 anni fa, finendo due giorni e mezzo dopo con il leggendario concerto di Jimi Hendrix, che suonò il lunedì mattina davanti alle poche decine di migliaia di persone che avevano resistito fino a quel momento in quel terreno trasformato nel frattempo in una specie di campo di battaglia, simile a quelli della guerra che si stava combattendo a quasi 10mila chilometri di distanza, in Vietnam.

L’idea per Woodstock era venuta a Michael Lang, Artie Kornfeld, Joel Rosenman, e John P. Robert, quattro produttori, promoter e imprenditori di New York che ci misero un po’ a mettersi d’accordo su cosa volevano davvero organizzare. L’idea comunque non fu mai quella di organizzare il più grosso festival musicale che gli Stati Uniti avessero mai visto, quanto quella di seguire il modello di molti altri eventi rock che erano stati organizzati nell’estate precedente, per guadagnarci dei soldi. All’inizio addirittura fecero fatica a ingaggiare artisti di primo piano, finché i Creedence Clearwater Revival accettarono la loro proposta di 10mila dollari, aprendo la strada a una lineup affollatissima di star dell’epoca.

Anche trovare il luogo per l’evento non fu per niente facile. La ricerca si concentrò da subito nell’area a nord ovest di New York, ma i residenti e i proprietari terrieri locali delle zone sondate fecero resistenza appena intuito cosa stessero programmando gli organizzatori. Finché non incontrarono Max Yasgur, proprietario di una grossa fattoria, convinto Repubblicano e sostenitore della guerra in Vietnam, che pensò però che il festival avrebbe potuto aiutare i suoi affari. Accettò quindi ospitare l’evento nei suoi terreni di circa 2,5 chilometri quadrati. I partecipanti non sarebbero stati più di 50mila, gli assicurarono gli organizzatori.

Questa stima fu sconfessata in poco tempo, quando vennero messi in vendita i biglietti: li avevano soltanto un po’ di negozi di dischi di New York, oppure si potevano ordinare per corrispondenza in uno specifico ufficio postale di Manhattan. Costavano 18 dollari per tutti e tre i giorni, una cifra considerevole per l’epoca, non lontana dall’equivalente dei biglietti degli attuali grossi festival su più giorni. Ne vennero venduti 168mila, e si stimò che ai cancelli si sarebbero presentati in 200mila.

La mattina del 15 agosto fu chiaro che non era così. Il New York Times ha raccontato che l’unico reporter inviato a seguire l’evento si aspettava «soltanto un altro grosso festival», ma una volta arrivato sul posto si ritrovò in mezzo a un enorme ingorgo, circondato da decine e decine di migliaia di giovani che lasciavano l’auto dove potevano e si riversavano verso l’area dei concerti. Qualcuno chiamò il caporedattore del giornale implorandolo di mandare altre persone: «questa notizia è molto più grande di quanto pensa il Times».

Le autorità cominciarono a trasmettere comunicati allarmisti alla radio per scoraggiare le persone che si dovevano ancora mettersi in viaggio, in parte riuscendoci. Gli organizzatori abbandonarono in fretta l’idea di chiedere 24 dollari di biglietto a chi non lo aveva fatto in anticipo: Woodstock diventò un festival gratuito.

Il primo concerto iniziò alle 17.07 del venerdì, e lo tenne il cantautore Richie Heavens, che fu spostato all’apertura dopo che la band dei Sweetwater era stata fermata dalla polizia, e altri artisti erano rimasti bloccata nel traffico. Verso le dieci cominciarono le prime piogge, mentre si susseguivano gli artisti fino ad arrivare al gran finale di serata con il concerto di Joan Baez, incinta di sei mesi. Il giorno successivo si esibì alle due di pomeriggio un giovanissimo Carlos Santana, con la sua omonima band, e quella sera lo seguirono alcune delle più grandi band degli anni Sessanta, dai Canned Heat ai Grateful Dead ai Creedence Clearwater Revival. Nella notte suonò Janis Joplin, poi Sly and the Family Stone, gli Who e infine, alle 8 della domenica mattina, i Jefferson Airplane.

Nel frattempo, tutto intorno lo scenario era surreale. Si erano accumulate tra le 400 e le 500mila persone, in un contesto allestito per accoglierne meno della metà. Ma l’organizzazione riuscì a improvvisare un’infrastruttura tutto sommato funzionante, pur nelle prevedibili scarsissime condizioni igieniche e di sicurezza. C’erano tende dell’infermeria strapiene, poco cibo trasportato d’urgenza con l’elicottero, un sacco di fango causato dalle piogge, e un impianto audio prodigioso e diventato leggendario, che permise tutto sommato di godersi il concerto alla maggior parte degli spettatori. Tra un concerto e l’altro, le colonne di casse trasmettevano gli annunci di gente che aveva perso i propri amici, e i continui disperati appelli a rispettare alcune minime misure di sicurezza.

La mattina di domenica il governatore dello stato di New York Nelson Godfeller chiamò gli organizzatori dicendo di aver deciso di inviare sul posto 10.000 membri della guardia nazionale, ma fu dissuaso all’ultimo. Quel pomeriggio cominciò l’ultima sessione di concerti, aperta da Joe Cocker e seguita dai Ten Years After, The Band, Johnny Winter, Crosby, Stills, Nash & Young fino al gran finale, alle 9 del lunedì mattina davanti ad appena 30mila persone. Il concerto di Jimi Hendrix, vestito con la giacca bianca con le frange e la fascia in testa, diventò il più famoso di tutti, entrando nella storia della musica e della cultura popolare del Novecento. In particolare per la celebre versione dell’inno americano suonato con la chitarra elettrica, imitando i suoni delle bombe sganciate sul Vietnam.

Alla fine del festival si contarono due morti, uno per overdose e uno perché schiacciato accidentalmente da un trattore. Circa 4.000 persone furono soccorse per ferite, per malattie o per problemi legati all’alcol e alla droga. Ci fu almeno una nascita, insieme ad alcuni aborti. Quando si capirono le dimensioni e la portata del festival vennero fuori anche gli artisti che avevano declinato l’invito, da Bob Dylan a Simon & Garfunkel ai Led Zeppelin ai Byrds. Gli organizzatori andarono quasi in bancarotta, ma si rifecero abbondantemente grazie al successo del film che uscì l’anno successivo con le riprese dei concerti, diretto da Michael Wadleigh e ancora oggi uno dei più celebri documentari sugli anni Sessanta.

(il Post)

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