HomeCulturaSi chiama Democratica e detesta i regimi, la nuova collana thedotcompany. L’editore: “Libri di un passato che parla all’oggi”

Si chiama Democratica e detesta i regimi, la nuova collana thedotcompany. L’editore: “Libri di un passato che parla all’oggi”

Il logo della nuova collana “Democratica”

La casa editrice reggiana thedotcompany, attiva da cinque anni tanto nella saggistica scientifica quanto nella narrativa, poesia e memorialistica, sta per debuttare con una nuova collana (nome: “Democratica“) dedicata a una serie di volumi che parlano di storia, libertà e democrazia. Recuperati dal nostro passato, quello di un’Italia sconvolta dalle due guerre e dal regime, e oggi riproposti in una nuova e accurata edizione. Libri veri, scritti in presa diretta, attualissimi nel loro portato valoriale. Che offrono spunti a un presente che riguarda tutti. Testimonianze di cui far tesoro nella nostra quotidianità, ma anche un monito per la politica nazionale e internazionale.
Ne parliamo con l’editore Armando Sternieri.

In questo momento così complicato davvero c’è spazio per una nuova collana?

Sì, una nuova collana a cui teniamo molto. Il progetto è antecedente al Covid-19, che un po’ l’ha rallentato ma che anche l’ha reso ancora più attuale, più importante. La collana si chiama “Democratica” e raccoglie un buon numero di scritti di coloro che, in Italia, hanno dato un contributo rilevante alla costruzione della democrazia. Partiamo con Lettera da Kupjansk di Mario Spinella e Diario di un borghese di Ranuccio Bianchi Bandinelli. Il primo esce il mese prossimo, il secondo invece è calendarizzato entro l’anno, prima di Natale.

DEBUTTO. L’apparato di copertina del primo volume della collana “Democratica”, in uscita a giugno. Entro l’anno sarà invece pubblicato “Diario di un borghese” di Ranuccio Bianchi Bandinelli

Perché partire da Spinella e Bandinelli?

In realtà in questa scelta, come poi spesso accade, c’è qualcosa di molto personale. Per dire che io stesso ho cercato il libro di Spinella, senza però trovarlo per diversi anni, perché era già esaurito da un bel po’ di tempo. Poi una sera ero a casa di Roberto Fieschi (professore emerito di Fisica all’università di Parma e co-direttore di un’altra collana thedotcompany – ndr) parliamo della guerra e della letteratura italiana di guerra, dei romanzi di Rigoni Stern, Fenoglio, Meneghello e gli altri. Gli dico che non trovo la Lettera di Spinella e lui mi dice: “Ah! il romanzo di Mario, te lo do io, ne ho 2 o 3 copie che mi ha dato lui”. E scopro così che erano grandi amici. Spinella e Bandinelli, come Fieschi, hanno fatto parte di quel gruppo di intellettuali di provenienza borghese che nel dopoguerra hanno deciso di entrare nel PCI. E la loro esperienza, il loro contributo alla vita del nostro paese, è stato molto importante direi fino alla fine degli anni Ottanta, poi è cambiato tutto, da lì in poi la storia è stata un’altra, lo si sa.
La collana poi prenderà una strada diversa, una strada che porta a quelli che Mirella Serri ha chiamato “gli irriducibili”, quelli che sono stati antifascisti da subito, dagli anni 20. Quelli che il regime ha perseguitato duramente, molto spesso ucciso. Una strada che porta necessariamente a Giustizia e Libertà. Avremo quindi scritti di e su Carlo e Nello Rosselli, figure chiave intellettualmente e moralmente. Pubblicheremo Le origini del fascismo italiano di Enzo Sereni, un uomo meraviglioso, intellettuale sionista, catturato dai tedeschi e morto a Dachau nel ’44. Pubblicheremo il romanzo di Nitti dove racconta della fuga da Lipari sua con Lussu e Carlo Rosselli. E così via.

Armando Sternieri, editore di thedotcompany. “Credo molto in questa collana, fortemente voluta”

Perché una collana sulla democrazia? Perché ora?

La democrazia è una conquista, una conquista pagata a caro prezzo, ma che va curata, va mantenuta, rafforzata, ricordata. La democrazia viene e sarà costantemente attaccata da coloro che invece per interessi personali, brama di potere, follia o anche solo per ingenuità o ignoranza vogliono imporre agli altri le proprie regole, la propria legge, il proprio dominio. Non c’è alcuna superiorità nella supposta efficienza della dittatura cinese, perché di dittatura si tratta, o del regime russo di Putin. Non c’è niente da imparare nella pratica della carcerazione di coloro che esprimono pubblicamente opinioni differenti da quelle del partito. Ma tutto questo, anzi, ci ricorda quanto le democrazie occidentali siano preziose, quanto occorre essere grati agli uomini che da 3.000 anni a questa parte hanno portato l’Europa, attraverso una storia tormentata, ad essere un luogo dove le persone sono libere, dove le persone possono attuare un autonomo progetto di vita nel rispetto degli altri e collaborando con gli altri. Dal momento che tutto questo forse è ciò che più di prezioso abbiamo, forse è meglio averlo ben presente.

Torniamo al libro di Spinella. E’ dunque un libro attuale…

Sì, decisamente. Nel libro Spinella è presente in due diversi modi. Credo sia il sergente Trìmbali, protagonista della vicenda, ma è anche direttamente il narratore: nella sua stanza che scrive il romanzo, al bar, con le sue stanchezze, la sua penna, il suo gatto. Il libro è ambientato durante la campagna di Russia, non in prima linea come nei romanzi di Rigoni Stern, ma in seconda linea. E’ un libro dove l’unico nemico dei personaggi è la guerra, dove i personaggi non si oppongono per la diversa nazionalità, ma casomai si oppongono per scelta morale e hanno un diverso destino biologico. E’ un libro che, proprio per definizione data dallo stesso Spinella è propaganda, propaganda contro la guerra.

Insomma, Spinella sarebbe pienamente d’accordo con Frau Merkel, quando in settimana ha dichiarato che gli stati nazione non hanno un futuro.

Ah certo, io credo che Spinella considerasse gli stati nazione come qualcosa di inutile e dannosi per la vita pacifica delle persone. E la Merkel credo sia stata profetica ma anche concreta e pragmatica. Nel decidere di mutualizzare il debito e farsi carico dei problemi delle economie più deboli ha dato una potentissima lezione alla disfunzionale potenza americana e alla coercitiva potenza cinese. La cultura del rispetto, della solidarietà e della collaborazione europea esce nettamente vincente dal dramma della pandemia.

Parli di cultura europea, di democrazia europea: quindi non di tutte le democrazie…

Le democrazie sono di due tipi. Quelle come l’italiana, francese, tedesca, dove il valore della collettività e della collaborazione è molto importante. Poi ci sono quelle anglosassoni, dove l’individualismo è quasi sacro, ad esempio Nord America ed Australia. Sicuramente nella pandemia le prime hanno operato, funzionato e risolto meglio il problema, il dramma. E’ molto probabile che il valore della solidarietà si diffonderà maggiormente a seguito della pandemia anche nei paesi più individualisti, che hanno potuto toccare con mano quanto sia importante lo stato sociale, lo stato assistenziale, e stanno discutendo di introdurre un sistema sanitario simile al nostro, ossia un sistema di ammortizzatori sociali o di aiuti che consenta, come da noi, di non perdere il lavoro. Ricordiamoci però che i paesi dove la cultura dell’individualismo è dominante, Stati Uniti ma anche UK e Svezia per intenderci, sono paesi che hanno prodotto le innovazioni radicali più importanti, sono paesi dove il non conformismo è premiante, perché essenziale all’innovazione. Voglio dire che in situazioni drammatiche e catastrofiche non è sufficiente essere socialmente ordinati, rispettare le indicazioni delle autorità senza essere forzati così da rispondere al meglio alla pandemia, come in effetti italiani, francesi, spagnoli e tedeschi hanno fatto, ma occorre anche essere innovativi: trovare il vaccino, identificare i trattamenti. Quindi è vero che li critichiamo, che consideriamo le nostre democrazie migliori delle loro, ma ricordiamoci che è dalla loro dinamicità e apertura mentale che sono venute tante cose nuove capaci di migliorare la nostra vita e la nostra quotidianità, e che nell’ultimo secolo grazie a queste scoperte centinaia di milioni di persone nel mondo sono uscite dalla povertà. Ecco… credo che Spinella sarebbe d’accordo con me.

(c.a.p.)

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