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La rubrica Family man diventa un libro

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Diario semiserio di un marito cristiano cinque volte papà
 
un libro di 
Edoardo Tincani
con la prefazione di Marina Corradi
 
Famiglia che in lingua italiana inizia come fatica, ma finisce come meraviglia.
Famiglia che è vocazione e progetto, certo anche croce da portare, e per tante persone è realizzazione di un sogno di felicità radicato nel cuore.
Famiglia che non è solo problema o noia o minoranza afona, ma la prima scuola mondiale di umanità.
Il punto determinante è dunque educativo: come renderla appetibile alla maggioranza di uomini e donne che le preferiscono la convivenza, come spiegare la consolazione del “per sempre” a giovani avvezzi al precariato quale modalità di vita, come far preferire la sicurezza di un luogo di dialogo e riconciliazione ai ragazzi della “generazione boh”, secondo la definizione rap di Fedez»?
Con intelligenza e leggerezza, questo divertente «diario» di un papà alle prese con i molti affanni tipici della vita familiare aiuta a riflettere sul suo significato più profondo, sulle sue gioie come sulle sue difficoltà.
L’autore | Edoardo Tincani, sposato, padre di cinque figli, è giornalista professionista e risiede a Reggio Emilia. Laureato in Economia e Commercio all’Università di Parma, dal 2004dirige il settimanale della Chiesa reggiano-guastallese «La Libertà»; dal 2013 è direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali, capo ufficio stampa della Diocesi eportavoce del vescovo Massimo Camisasca. Collabora con il quotidiano «Avvenire» e con il sito di informazione locale «7per24.it».
 
Giovedì 14 aprile alle 17.30
l’autore incontrerà i lettori alla Libreria all’Arco, 
via Emilia Santo Stefano 3/D, Reggio Emilia
 
con lui converseranno 
il vescovo Massimo Camisasca
e la giornalista Stefania Bondavalli
 
«Mi piace accompagnarti mentre cresci… man “mano”»
 
 
A dar retta al Papa venuto dalla fine del mondo, sulla porta d’ingresso di ogni famiglia devono essere iscritte tre parole magiche: «permesso?», «grazie» e «scusa». Ma come, devo chiedere permesso in casa mia? Sì, se non voglio ritrovarmi a considerare dovuto ciò che in realtà rimane donato, giorno dopo giorno. O, peggio, a esigere quello che si dovrebbe chiedere gentilmente.
 
Per questo, il matrimonio è un grandissimo banco di prova della gratuità! «Gratuità» viene da «gratia» («dono», appunto), quindi intanto è importante vedere nel coniuge un dono e trattarlo come tale. La presenza di più figli, poi, è una continua richiesta di affetto e amore gratuito. Assediano, sporcano, distruggono. Però a loro volta sono gratuiti. Cosa potrebbero darci in cambio, di non gratuito? A volte sono provocatori, interessati, subdoli. Però sanno infondere il senso del dono, nella loro imprevedibilità o autonomia. Sono «mistero», che si professi o meno una fede. Prendersene cura ci richiede quotidianamente di trascurare altro: la vita mondana, per esempio; o l’ideale di perfezione domestica… Col tempo ho imparato che esistono modalità di gratuità familiare attiva e passiva, entrambe importanti per il bene della famiglia. Sono gratuito se m’impegno a seguire mia figlia tutti i giorni nei suoi compiti (gratuità attiva). Ma sono gratuito (passivamente) anche quando subisco gli sfoghi rabbiosi di un bambino che pianta una grana, e so che se voglio educarlo devo non dargliela vinta; oppure se sopporto i decibel di troppo e accetto la frustrazione del figlio piccolo che si lamenta, è appiccicoso e non ti lascia combinare un’acca in casa, trattenendo la rabbia. In questi frangenti, uscire di casa per una commissione o per andare al lavoro è spesso gratificante, un vero sollievo. Il coniuge «più gratuito» è indubbiamente quello che resta in trincea a sobbarcarsi il figlio, il telefono che suona, il pasto da preparare.
La gratuità più non è gratificante e più è autentica.
 
Dal libro
 
Ultimo primo giorno di scuola
Ieri sera facevi fatica a prendere sonno e questa notte sei venuta a rifugiarti nel lettone, per un infuso di sicurezza.
Poi stamattina ci siamo incamminati per il viale, per mano, mentre tuo fratello che quest’anno da la quinta, davanti a noi, prendeva a calci le castagna matte.
Hai voluto portare tu la cartella di Frozen, più larga di te. Una piccola donna, con il cerchietto in testa, la gonnellina fiorata e i sandali, ché in fondo è ancora estate.
Oggi è il tuo primo giorno di scuola: sei la più piccola di casa e sembra ieri che ti abbiamo iscritto alla materna! E invece ieri la mamma ha finito di preparare tutto il materiale, con i pennarelli e i quaderni etichettati uno per uno, e ora sono qui per accompagnarti, per fare la mia parte.
Nel tragitto cerco di godermi le emozioni. Le tue e le mie. E i pensieri.

Sì, perché un po’ di agitazione viene pure ai grandi, in attesa del suono di quella campanella che evoca sempre ricordi, amicizie, fatiche, incroci di destini.

In pochi minuti siamo arrivati. Fuori, nel cortile della scuola, è un assembramento festoso. Mentre i bambini più grandi si rivedono tra slanci e timidezze, nei capannelli i genitori discutono già dei soldi che mancano, della riforma, dei criteri di valutazione…

io preferisco stare con te, almeno in questo giorno speciale.

Perché è vero che ci sono anche tanti problemi, ed è giusto che se ne occupino gli adulti. Ma la scuola, figlia mia, è soprattutto una stupenda opportunità. È un’avventura ripetibile nei suoi riti ma unica nella sostanza, e tutte le volte che si ri-inizia non è mai come l’anno passato, figuriamoci se somiglia a quando sui banchi c’eravamo io e la mamma. Viene da dire che oggiè più complicato, ma forse mi sbaglio.

Ecco che si radunano le classi, ti porto fino al tuo banco.

Come ti saluto, a sei anni? Un abbraccio, quello serve sempre.

E le raccomandazioni? Alcune te le faccio, altre le tengo per me. Non ti dico «vai e arrangiati», perché nella vita avrai sempre bisogno degli altri e chi fa da sé farà pure per tre ma poi si ritrova solo. Non ti dico «fatti largo», come se contasse solo competere sui risultati e arrivare primi. Ti dico semmai impara a farti «largo» dentro, ad avere un cuore spazioso capace di amare la scuola per com’è, di riconoscere i meriti dei compagni e di sopportarne i limiti. Non ti dico «pensa per te», perché desidero che tu sia altruista, e disponibile ad aspettare chi rimane indietro o è spaesato. Nell’emergenza educativa di cui noi grandi parliamo, è da voi bambini che possono «emergere» gli insegnamenti più veri. Grazie per ogni volta che ci riuscirai.
Buon anno scolastico, tesoro.
Le invasioni digitali
 
Le comunicazioni di servizio, in una famiglia di sette persone, tendono giocoforza a intasarsi. Quelle interne si concentrano nelle ore dei pasti, con emissioni incrociate di voci da cui mi sento sovrastato; ogni tanto cerco di intervenire per regolare il traffico, con la stessa sicurezza di un vigile che porti il suo piedistallo in mezzo all’autostrada. Fin qui, però, sono ancora comunicazioni all’antica, da persona a persona; notizie che non appena mi riprendo dal frastornamento vado ad annotare su carta: il calendario, un post it o l’inseparabile agenda.
Il problema più complesso da gestire sono diventate le comunicazioni con l’esterno. Da quando la tecnologia digitale si è impadronita di una quota stabile delle nostre esistenze,
anche la famiglia si ritrova a vivere sulla Rete, anzi nella nube, dove non esiste piĚ baricentro o punto fermo. Il flusso di aggiornamenti, quasi sempre banali o interlocutori,
è incessante dall’alba alla notte inoltrata, sommando quelli smistati dai genitori a quelli dei figli in età da cellulare.
Qualche tempo fa ho provato a contare i messaggi – tra indirizzi e-mail, reti sociali, sms e WhatsApp – a cui sono tenuto a prestare attenzione per motivi di lavoro o di «casa»: è vero che un giornalista è particolarmente sotto assedio, però l’approssimazione del totale è sempre a tre cifre, e oscilla fra giornate tranquille da 200 dispacci e veri e propri deliri da 600-700 input informativi.
Non sono nato «social», ma al confronto di Lucia, che si sente «a-social» e ne va pure fiera, indossare la casacca da chat vivente tocca quasi sempre a me.
Bei tempi quando per gli inviti ai compleanni dei figli arrivavano semplici foglietti colorati a cui era gradito rispondere con laconici messaggini. Oggi tutto si trasforma in un evento e in Rete spuntano gruppi come funghi, per qualsiasi occorrenza.
Il digitale porta non solo a scambi piĚ rapidi e stilisticamente scadenti, ma anche a una proliferazione delle conversazioni plurime, di cui farei volentieri a meno. E d’altra parte dare un cenno di riscontro è cortesia, per cui ecco che mentre comunico la presenza di mio figlio alla partita di domenica prossima una litania di trilli continua a informarmi di disdette o conferme degli altri convocati, poi c’è chi commenta con facciotti di approvazione e chi ne approfitta per chiedere se qualcuno ha ritrovato la scarpa dimenticata in palestra.
Là vengo invitato a un battesimo, qua mi si ricorda il ritiro del figlio cresimando, ora arriva un video per sorridere, condiviso da una mamma sul gruppo «genitori della quinta» e un attimo dopo il verbale del consiglio di classe. Sono già un padre multitasking. Ma la testa è pursempre una sola!

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