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Alzo le mani: la dottrina del clown

Valentina Barbieri

downloadC’è una cosa che più di altre mi ha colpito durante la tappa modenese del neo tour del trio composto da Niccolò Fabi Daniele Silvestri  e Max Gazzè: l’interpretazione di Valerio Mastandrea della “Preghiera del Clown” di Totò. Circa a metà concerto le luci si spengono e sul maxischermo compare l’attore romano, nei panni di Totò clown, che recita:

“Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo… Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un pò perchè essi non sanno, un pò per amor Tuo, e un pò perchè hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri”

I buoni intenditori avranno sicuramente colto il nesso con il testo della canzone lancio del nuovo disco del trio romano dal titolo “Alzo le mani” : vero e proprio bagno di umiltà per i tre artisti che hanno il coraggio di affermare in musica che al mondo vi è qualcosa di indicibile, persino per dei cantastorie di professione.

Basta una strofa per comprenderlo: “Il rumore della pioggia nel pomeriggio. Le cicale a luglio in un campeggio. Il suono del traghetto che entra in porto. La frenata prima del botto. La sirena dell’ambulanza in avvicinamento; quella che si sente in guerra guardando in alto. L’urlo della folla in uno stadio. Il rumore della vita. Io non suonerò mai così. Posso giocare, intrattenere, far tornare il buonumore o lacrimare. Ma non suonerò mai così. Non è solo cosa diversa, è una battaglia persa: alzo le mani”

Il trio Fabi Silvestri Gazzè fa dieci passi indietro rispetto al proprio pubblico, ammette la soglia del limite e ci dà una grande lezione di vita. Un gesto anticamente affidato al buffone nella commedia, al fool shakespeariano quello di appellarsi agli spettatori, chiedere risposte, attendere giudizi e scusarsi. Un gesto che dovrebbe tornare di moda. Al lavoro, in casa, con amici e nemici. Riscopriamoci buffoni, prendiamoci meno sul serio e ammettiamo i nostri limiti, senza paure. E’ segno di intelligenza

 

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