Kaash

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Akram Khan è ballerino e coreografo di famiglia bengalese ma nato nel 1974 a Londra, autore dello spettacolo Kaash, portato in scena al Teatro Valli di Reggio Emilia lo scorso sabato.

Si tratta della prima opera completa, creata nel 2002, di uno dei più importanti direttori artistici contemporanei. Lavoro astratto, nell’estetica minimale ma aperto a profonde interpretazioni ed evocativo di intense immagini. Influenzato dalla tradizionale danza indiana kathak e da quella occidentale contemporanea, le coreografie di Khan sono un inno alla multiculturalità, alla diversità. Kaash, parola hindi che significa ‘se’, nasce da riflessioni su dio e fa riferimento ad una particolare poesia, omonima, di Rudyard Kipling. Il dio è Shiva, e crea, danza, distrugge. Cinque soltanto i ballerini che descrivono la violenza, l’intensità, la vita che rappresentano Shiva.

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Sulla scena compongono in combinazioni asimmetriche, rimangono soli, si contorcono, si muovono nervosamente,  soffrono. C’è una grande quantità di energia in ogni scena di Kaash, ognuna dominata da torsioni di corpi, da movimenti faticosi e continui. I danzatori riempiono con i propri gesti un palcoscenico asciutto, segnato soltanto dai fondali di Anish Kapoor, meditativi, geometrici e introspettivi, con allusioni alla matrice spirituale dei lavori di Rothko.

Il ritmo incalzante delle percussioni si alterna ad una voce recitante “Ta-Ki-Ta-Ta-Ta-Ki-Ta-Ki-Ta..”, e al silenzio. Ricomincia. Circolarità, brevi pause, perenne movimento: è Shiva colui che tiene i fili dell’umanità, nascita, morte, e in mezzo la vita. Non ci si può fermare, bisogna continuare a danzare.

Anna Vittoria Zuliani

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