HomeCulturaIl gusto di Giovanni (Boldini) per la modernità

Il gusto di Giovanni (Boldini) per la modernità

7mSi è aperta dopo il gran battage pubblicitario la mostra dedicata a Giovanni Boldini e ospitata dai chiostri di San Domenico a Forlì, che proseguirà fino al 14 giugno 2015.

La sede forlivese ci ha abituato, da che ricordi, ad ottimi allestimenti, buoni apparati scientifici, belle esposizioni. Mostre, insomma, capaci di far contenti palati diversi, quelli occasionali della domenica pomeriggio come anche quelli più esercitati nell’arte della degustazione espositiva.

 

E così anche per “Boldini, lo spettacolo della modernità” il pubblico potrà godersi, credo nella sua totalità, il delicato equilibro tra un abbondante -ma non prolisso o didascalico (avete presente le didascalie che dicono: “paesaggio alpino con predominanti accenti cromatici sui toni del verde” per dire che è dipinto un bosco?) – apparato descrittivo e le opere del maestro ferrarese, prestato alla brillante Parigi fin de siecle, di cui incarnò perfettamente lo spirito frivolo e mondano.

 

Il primo piano della sede ospita esempi dell’ampia gamma grafica e pittorica che trattò Boldini. Rimanendo fedele ai soggetti consueti affrontò con naturalezza il pastello (di cui rimase grandissimo interprete, avete presente il famosissimo ritratto di Giuseppe Verdi?) ma anche l’acquaforte, la puntasecca, l’acquarello in parallelo alla pittura ufficiale ad olio.

Signorine ammiccanti, caffè affollati, irrequieti teatri, paesaggi tersi e limpidi che dall’Italia -dalla Toscana, vista l’ampia influenza macchiaiola testimoniata in mostra – arrivano fino alle coste francesi sono raccontati nelle più disparate tecniche da cui, fil rouge, emerge la mano libera e naturalmente efficace di Boldini.

 

Al primo piano poi si trovano le tele che, nelle diverse sale, snocciolano i principali riferimenti ai periodi più prolifici, ai temi più cari e ai riferimenti più diretti del pittore. Con dovizia sono quindi presentati gli elementi della formazione macchiaiola e in particolare l’amicizia con Cristiano Banti e la lunga relazione epistolare (a quei tempi si diceva fidanzamento) che lo legò alla 

figlia di questo, Alaide; la galleria vede la numerosa presenza delle grandi tele commissionate dall’alta società per le quali rimase famoso Boldini: ritratti di signore, per le quali sceglieva lui stesso le mise, molto più concentrate su sete e brillanti che sull’ansia di vivere che ha segnato quegli anni.

 

Grande spazio è dato poi al contesto culturale, rappresentato dalle opere di De Nittis e Zandomedeghi – anch’essi immigrati che a Parigi trovarono fortuna e riconoscimenti – fino a Goya e Van Dyck (espressione del secolo d’oro spagnolo che grande ricaduta ebbero su certo Ottocento da Manet in poi) che risulta particolarmente suggestiva.

 

 

 

Una mostra che ci si sentirebbe insomma di consigliare a tutti, tranne forse quella percentuale di pubblico saturo ormai delle sovrabbondanti esposizione dedicate all’Ottocento dei corsetti e delle chiome cotonate, dei caldi colori dell’opulenza e della spensieratezza.

 

 

 

 

 

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