HomeCulturaIl grande jazz a Villa Spalletti

Il grande jazz a Villa Spalletti

Un personale taccuino di viaggio d’artista, pieno zeppo di impressioni e richiami ad un’estetica che pesca dal mondo del jazz almeno quanto da quello delle fragranze mediterranee.

Quadretti e miniature, il canovaccio sono le composizioni originali (più di Luciano Biondini che di Fabrizio Bosso), ma poi tutto cambia. La magnetica capacità di Biondini di orientare verso un altrove musicale, stimola molto Fabrizio a infrangere le barriere.

Il progetto, nato in occasione di un concerto a Bolzano, volava da un bel po’ nella testa di tutti e due, spinti non tanto dall’idea dell’incastro timbrico. Biondini è un fisarmonicista misurato, il tocco e il suono sono impeccabili, il linguaggio maturo e personale lascia supporre una profonda conoscenza della tradizione jazzistica moderna ed un revisionismo storico tutto personale. E Bosso sta vivendo un periodo di grande intensità artistica, continua in questa ricerca, tra le irruenze del suo suono e le delicate alchimie del suo animo. La drammaticità e il pathos che caratterizzano il loro esclusivo temperamento musicale qualificano un progetto di grande fattura.

Luciano Biondini è nato a Spoleto (PG) nel 1971 e ha iniziato a studiare la fisarmonica all’età di 10 anni. Dopo una formazione orientata verso studi classici con numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali (Trophée Mondial de l’Accordéon, Premio Internazionale di Castelfidardo, Premio “Luciano Fancelli”, Premio Internazionale di Recanati, ecc.), si avvicina al jazz nel 1994 dopo aver conosciuto il chitarrista Walter Ferrero.
Oltre ad aver partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche, ha tenuto concerti in vari Paesi europei (Spagna, Germania, Danimarca, Croazia, Andorra) e ha partecipato a numerosi festival.

Fabrizio Bosso ha iniziato a suonare la tromba a 5 anni. A 15 era già diplomato al conservatorio G. Verdi di Torino. Coltivando di continuo gli interessi per la musica di estrazione colta si è accostato al jazz. Un richiamo forte, suadente, a cui il torinese non ha saputo reagire. Tecnicamente impeccabile, ciò che più colpisce di Fabrizio è la creazione di una grafia personale, in cui il colore e la dinamica del suono non sono mai scontati, il senso dello swing è spinto agli eccessi, la tensione creativa è costante anche nell’interpretazione di standard.

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.