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Gabriele Basilico, il fotografo della dimensione sociale

Gabriele Basilico, fotografo, nacque a Milano nel 1944, e a Milano tornerà sempre, nonostante i numerosi viaggi. Architetto di formazione, documentò prima di tutto la propria città e la sua evoluzione urbana ed extraurbana, seguì fedelmente la crescita e il cambiamento del suo paesaggio, costituitì nel corso del tempo un archivio preciso di “dimensioni sociali”. Perché non fu fotografo di sole dimensioni spaziali. I suoi sono ritratti che pongono l’elemento urbano in relazione con lo sfondo, includendo ciò che serve a raccontarlo, per non cancellare la complessità degli elementi, influenzati dal contesto e dalla storia. Quello di Basilico è dal punto di vista tecnico un pieno controllo dello spazio e della composizione della fotografia, segnata da luci ed ombre che si alternano rivelando l’oggetto e il suo scenario. E’ importante considerare l’ambiente e i tempi in cui avvenne la formazione di Basilico per comprendere la costruzione di sé come fotografo, la decisione di documentare in modo personale le complessità urbane. Frequentò il Politecnico nel sessantotto, quando non solo l’università, ma l’intera Milano fornirono stimoli agli intellettuali ad impegnarsi pubblicamente, a denunciare, ciascuno con il proprio linguaggio, le contraddizioni e gli squilibri nella società.  Da architetto decise di appropriarsi del mezzo fotografico esercitando di fatto in parte la propria professione, attraverso l’uso di un linguaggio diverso ma occupandosi comunque della questione urbanistica. Proprio con l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) collaborò tra il 1970 e il 1975, alla redazione di un periodico incentrato sulla città e le sue problematiche. Su una sorta di inchiesta sulle aree industriali milanesi basò il suo primo progetto fotografico fra il 1978 e il 1980 intitolato ‘Ritratti di fabbriche’, dove protagonisti sono quei paesaggi a margine, che tanto raccontano della città intera. Il forte entusiasmo per le realtà urbane lo spinse oltre i confini italiani, con l’intenzione di documentare attraverso il reportage fotografico città come Madrid, Istanbul, Berlino, Parigi, Barcellona, Beirut, Buenos Aires… per poi tornare alla sua Milano. Basilico fu quindi per decisione un intellettuale tout court, informando, intervenendo attraverso l’uso della macchina fotografica nel dibattito politico, e in questo modo allargando il campo della propria professione. Come fotografo non perse lungo tutta la propria carriera quello slancio di denuncia, acquisito nel periodo della contestazione: i suoi non sono mai semplici scatti di architettura, ma riassumono il contesto poliedrico in cui si trovano gli edifici, superando il genere. Lo spazio urbano è posto a diretto contatto con i suoi utenti, smascherandone così spesso i difetti e i conseguenti problemi sociali. In alcuni casi poi abbandona il ritratto della città per dedicarsi a generi ben diversi, mantenendo però il proprio principale intento di denuncia di comportamenti sociali, come nel caso dei progetti ‘In pieno sole’ e ‘Top-Paki’. Quello che ci ha lasciato Gabriele Basilico è prova di uno studio che lo ha condotto verso una fondamentale evoluzione della fotografia di architettura. È stato in grado di raccontare i vari aspetti dell’ambiente urbano in cui ancora oggi viviamo, capace di restituire dignità all’abbandono e al degrado delle nostre città. Per questo considero il suo lavoro importantissimo.

Anna Vittoria Zuliani

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