
Secondo un campione rappresentativo di scrittori, i tre testi fondamentali della letteratura moderna sono Anna Karenina, Madame Bovary e Guerra e Pace.
Il fatto che queste tre opere siano risultate le più nominate non può che spingere ad alcune riflessioni, oltre che ad esclamare “ne avessi letto uno!”. Guerra e pace e Anna Karenina sono entrambi di Tolstoj (o di più persone che indossarono a turno lo stesso gilet) il che ci porta a pensare che se il vecchio Leo vivesse oggi avrebbe più accessi al suo blog di Beppe Grillo. Altre cose che saltano all’occhio: tutti e tre i libri sono stati pubblicati nella seconda metà dell’800 e tutti e tre sono usciti prima a puntate su un periodico (Il resto del Cremlino per Tolstoj e Il venerdì del Repubblichino per Flaubert). Anna Karenina racconta di una donna insoddisfatta dalla vita coniugale che si abbandona all’adulterio e poi si uccide. Madame Bovary invece narra di una donna insoddisfatta dalla vita coniugale che si abbandona all’adulterio e poi si uccide. Il fatto che Flaubert fu pubblicato prima, unito al fatto che Tolstoj conoscesse il francese e all’assonante distribuzione di vocali e consonanti in Emma e Anna, alimentò i soliti sospetti, ma i detrattori del russo persero misteriosamente la vita, sembra in Polonia, ma più probabilmente col polonio. Per guerra e pace (le prime 100 pagine più lette da quando è stata inventata la lettura) la faccenda si fa complessa. I personaggi sono un po’ più di 3: circa 760. Caratteristica che trova ragione di sé nell’evoluzione del pensiero tolstojano che da principio voleva trattare della rivolta decabrista, poi già che c’era ha pensato bene di affrontare tutto l’apparato geopolitico europeo e visto che gli avanzava tempo ha messo becco anche su religione, misticismo, matrimonio e tecniche di respirazione puerperale. Il tutto assolutamente svincolato intellettualmente dal fatto che l’editore pagasse a fascicoli. Ma entriamo meglio nella sostanza delle opere.
I lavori dello scrittore russo sono permeati da alcuni concetti portanti:
Concetto portante numero A: nell’aristocrazia russa era molto in voga parlare francese e praticare l’adulterio. I più aristocratici riuscivano ad esibirsi nelle due attività contemporaneamente. Per perfezionare la erre moscia esistevano dei tutori. Per contrastare la moscità, anche.
Concetto portante numero B: gli uomini della nobiltà russa contrastavano la noia e la routine quotidiana partendo per qualche guerra. Le donne della nobiltà russa contrastavano la noia e la routine quotidiana rimanendo incinte (indipendentemente dalla dislocazione dei mariti), il che spingeva gli uomini a partire con maggior fervore per qualche guerra generando noia nelle proprie mogli eccetera. In un circolo talmente intricato da potersi definire vizioso.
Concetto portante numero C: sullo sfondo di parti e partenze aleggia sempre un deus ex machina che, a turno, può essere la moralità, la religione, il disprezzo per il lassismo etico dell’aristocrazia (il tutto solitamente albergante in un personaggio che ha nettamente i lineamenti dell’autore e anche la stessa voglia a forma di tatuaggio sul bicipite) oppure un treno in movimento. In Anna Karenina ci si imbatte in un bambino alle prese con un trenino (limav), poi con un ferroviere che perde la vita in un incidente sul lavoro (con grande disappunto di Lamav, Carnitiv, e Benvenutiv), poi la protagonista ha incubi ricorrenti sull’accelerato Lodi Casalpusterlengo e uno comincia a pensare che sto treno arriverà puntuale nel finale, rappresentando peraltro un raro caso di deus ex machinista. Un po’ come il ciccione dei film che sai dalla prima inquadratura che finirà male. Infatti l’eroina opterà per buttarcisi sotto (al treno non al ciccione) e insanguinando il parallelismo delle rotaie disegnerà la lirica dicotomia tra mortalità e infinito. Mica pizza e fichi.
Verso Madame Bovary si può avere un approccio più leggero. È in fondo una storiella semplice divenuta best seller grazie allo stile ricercatissimo dell’autore e a un rumoroso processo per oscenità che seguì la sua pubblicazione. La storia, come detto, è semplice. Emma Bovary sposa una sorta di mr. Bean che le viene a noia già a metà cerimonia. Piano piano cede alle lusinghe della passione extradomestica fino a progettare quella che nella Francia di inizio ‘800 era nota come “fuitina”. Il giorno prima della fuga d’amore però, l’amante le fa trovare un post-it sul frigorifero con scritto “vado a comprare la sigaretta elettronica da mediaworld, addio” e lei non la prende benissimo. Il marito becco, ma comprensivo si prende cura di lei facendole cambiare aria e creando per loro una nuova vita in un’altra città. Lei si riprende a tal punto da esprimere gratitudine verso il consorte concedendosi carnalmente al primo maschio aborigeno che incontra. La relazione va avanti per molto tempo. Lei va a lezioni di piano e poi torna a casa, poi va ancora a lezioni di piano e così via. Dopo un periodo sufficiente per completare l’incompiuta di Shubert, Emma suona a stento “John Brown giace nella tomba là nel pian” e con un dito solo. Ora se non fossi un signore farei la battuta di lei che suona il piano e lui la tromba, ma siccome sono un signore non la faccio. Disperata dal dissesto economico e ormonale generato dal suo comportamento licenzioso Emma decide di farla finita assumendo (con grande apprezzamento della triade sindacale) del cianuro. Evidentemente la vicenda si svolge prima dell’invenzione del TGV (infatti i pendolari erano avvelenati). A differenza delle opere di Tolstoj qui è difficile trovare tratti dell’autore tra le pagine sebbene lo stesso Flaubert ebbe a dire anni dopo la pubblicazione “Madame Bovary c’est moi”. Per alcuni identificandosi nelle tinte drammaticamente passionali del romanzo, per altri aprendo la strada agli odierni pacs.
In definitiva ritengo che queste opere meritino di occupare un podio letterario per quanto ciò abbia uno scarso valore di merito. Principalmente perché oggi nessuno sarebbe in grado di esprimere tanta passione e tanto stile. Chi potrebbe proporre un romanzo di emozioni viscerali, colmo di espressioni e personaggi abbaglianti senza buttarci dentro adolescenti, incesti, stupri, sangue e vomito? Chi riuscirebbe a creare un romanzo realista sui sentimenti senza somigliare a un Harmony? Onore quindi al genio di chi ha saputo fare della realtà un’opera d’arte e a chi ha decretato la loro consacrazione, nella consapevolezza che noi oggi, nella migliore delle ipotesi, della realtà riusciamo a farne una telenovela. Che Leo mi perdoni.
Poscritto. Fortunatamente nessuno al mondo ha mai davvero letto tutti e tre questi libri ciò ha fatto gioco per l’elaborazione delle mie claudicanti analisi, goffamente mascherate da opera di un critico avvertito.
tizi / 25 Gennaio 2013
Una critica originale, di sicuro più efficace di quelle che ci hanno propinato a scuola, comunque io Madame Bovary l’ho sempre odiata e non ci trovo tracce di capolavoro, c’e’ un abisso con gli altri due romanzi, lo dico anche se non ne ho letto nemmeno uno!
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cruman / 28 Gennaio 2013
Infatti Madame Bovary è come il Garpez: il mio falegname con 10 euro la fa meglio. E ci mette pure le unghie.
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