A Toys Orchestra: amore e rivoluzione

Anna Vittoria Zuliani

Non sopporto le etichette, quella pretesa di fare ordine classificando individui attraverso generi musicali. Molti si lodano di saperlo fare. La prima cosa a cui ho pensato ascoltando gli A Toys Orchestra è che quel qualcuno avrebbe certamente incontrato difficoltà a definirli come un unicum, in tutta questa smania di categorizzazione. Sul palco, una composizione di musicisti apparentemente diversi, dove si respira la leggerezza di chi non cerca a tutti i costi di rientrare in una forma. Rassicurante. La libertà degli A Toys Orchestra permette loro di muoversi agilmente nei grovigli della musica già scritta, mescolandone le componenti per sperimentare nuovi accostamenti. E’ risaputo, il mondo della musica di oggi non è certo esente da citazioni, la difficoltà sta proprio nel cercare di comporre in maniera eterogenea, saperci giocare. In questo caso, nomen omen.

Il gruppo è ora in tour (il 3 dicembre hanno fatto tappa al Calamita di Cavriago) per la promozione dell’ultimo album “Midnight (R)Evolution”, le cui nobili intenzioni si spiegano tutte in quella fotografia di copertina con una ragazza il cui naso è provocatoriamente incerottato di democrazia, a loro detta “un disco di amore e rivoluzione”.

Il nome degli A Toys Orchestra inizia però a circolare nei circuiti musicali dal 2007, anno di uscita di “Technicolor Dreams”: il titolo dell’album è senz’altro breve ma concisa descrizione del suo contenuto, una nuotata tra tinte forti e colori pastello, probabilmente ad oggi il lavoro che meglio identifica il loro approccio eclettico che risente di varie influenze musicali. Una prova di creatività che funziona proprio per la libertà della sua composizione, che trascina piacevolmente senza annoiare nemmeno un istante. Inevitabile in questi casi è un riferimento a chi in questa operazione è riuscito meglio degli altri: gruppi come gli Eels (Electro-Shock Blues, 1995) e gli Sparklehorse (Vivadixiesubmarinetransmissionplot, 1998), entrambi passati alla storia per una particolare versatilità musicale ed una insolita capacità di raccontare gli aspetti lineari e confusi della vita. Come se un disco potesse tranquillamente sostituire un album di fotografie.

Un concerto, quello di sabato, aperto da un malinconico musicista modenese di nome Ed e l’incalzante sintetizzatore di Boxeur The Coeur (membro dei Toys Orchestra). L’ “orchestra di giocattoli” è composta di personaggi che si scambiano di posto, giostrano gli strumenti, a turno dicono la loro. Hanno tutta l’aria di volere davvero raccontare qualcosa. Dispiace solo che di loro si senta parlare limitatamente per un loro (a quanto pare) contributo musicale al nuovo film di Fabio Volo.

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3 Responses to A Toys Orchestra: amore e rivoluzione

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    nessio 10 Dicembre 2011 at 15:40

    A Lei che è esperta di cinema chiedo:contribuire ad un film di Fabio Volo è positivo?

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      Anna Vittoria 27 Dicembre 2011 at 15:28

      Non sono esperta di cinema. Certamente, qualsiasi partecipazione può cosiderarsi positiva se aiuta alla diffusione di un prodotto. Importante è sapere isolare quest’ultimo, non considerarlo unicamente in funzione del film di cui è colonna sonora.

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