HomeAttualitàVanniloqui: “Forum” su femminicidi, neolinguismi, statistiche, luoghi comuni, varie ed eventuali. Tanto tuonò che non piovve

Vanniloqui: “Forum” su femminicidi, neolinguismi, statistiche, luoghi comuni, varie ed eventuali. Tanto tuonò che non piovve

Stolti noi, che credevamo che con la progressiva diluizione nell’etere del carro del vincitore #metoo, al quale si è accodato di tutto, il problema sarebbe stato preso in considerazione magari in maniera tanto seria quanto lo richiedono i tempi (e siamo già, anche se non sembrerebbe, nel 21° secolo un po’). Invece, disgraziatissimamente, ben lungi dal trovare una sua reale e concreta collocazione nell’agenda politica del Paese, la questione femminile è diventata semplicemente di moda, proiettata ai vertici delle classifiche dalle nuove teorie del moderno accaparramento dello share: ovvero, il clickbaiting, diretto successore dei titoli da tabloid scandalistici che, dopo aver fatto la fortuna di tanti microscopici editori inglesi della yellow press, da noi avevano eletto domicilio in apprezzati contenitori quali Visto, Stop, ABC, L’Occhio e Cronaca Vera. Assistiamo cioè impotenti alla sovrapposizione di una narrazione superficiale, orientata e, in ultima analisi, falsa e pressoché inutile ad una serie di fenomeni dei quali, nel concreto, al di là di quanto possa rendere economicamente, nessuno o quasi in realtà si occupa, a parte i mohicani che da sempre lo fanno e che, per assurdo, invece di trovare in questa tendenza sostegno si ritrovano sempre più isolati e spossessati di risorse e voce.

Il tema in assoluto più caldo è, neanche a dirlo, quello sulla violenza sulle donne, capace di sfociare talvolta nella massima conseguenza del più tragico e visibile femminicidio, termine che è stato adottato con tanto entusiasmo nel suo neologistico inferire interi mondi di significato da non poterselo più scalzare di dosso. Ma ci arriveremo. La storia dall’utilizzo del termine da parte della giornalista (sempre meno) e conduttrice (sempre più) Barbara Palombelli, che aprendo una puntata della decotta e di ben più fortunata memoria trasmissione “Forum” per accaparrarsi un necessario e salvifico share così esordiva: “Qui parliamo della rabbia tra marito e moglie. Come sapete, negli ultimi sette giorni ci sono stati sette delitti. Sette donne uccise, presumibilmente da sette uomini. Questo soltanto per dire l’ultima settimana. A volte però è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati, oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo dall’altra parte?

È una domanda, dobbiamo farcela per forza, perché dobbiamo, in questa sede soprattutto che è un tribunale, esaminare tutte le ipotesi”. Non basta altro, nell’attuale clima pseudoinformativo, per scatenare la tempesta perfetta. La reazione dei social non si è fatta attendere (e come potrebbe?) e nel giro di poche ore è stata processata, giudicata e condannata alla pena capitale, vale a dire una ancor maggiore visibilità mediatica, alla quale ella, come Dreyfuss, ha risposto sostanzialmente ammettendo che, sì, c’aveva comunque ragione lei: “La violenza familiare, il crescendo di aggressività che prende il posto dell’amore, l’incomprensione che acceca e rende assassini richiedono indagini accurate e ci pongono di fronte a tanti interrogativi – scrive in un post sul profilo Facebook Barbara Palombelli Rutelli – Quando un uomo o una donna (ieri a Forum era la protagonista donna ad esercitare violenza sul coniuge) non controllano la rabbia dobbiamo interrogarci. Stabilire ruoli ed emettere condanne senza conoscere i fatti si può fare nei comizi o sulle pagine dei social, non in tribunale. E anche in un’aula televisiva si ha il dovere di guardare la realtà da tutte le angolazioni”. Come darle torto? Quando persino la Murgia e la Lucarelli, vere maîtresses à penser dei nostri tempi, la percuotono non così selvaggiamente con un ramo di mirto dicendo che, fondamentalmente, la colpa per aver detto la cazzata non è già la sua, che lei è solo una capra espiatoria, ma bensì di avere introiettato quel patriarcato che ci dice che se una donna viene ammazzata se l’era poi cercata?

Per cercare di sciogliere questo nodo gordiano, pur essendo maschiamente maschi e quindi nel rischio di incorrere in un terribile peccato di mansplaining, possiamo ricorrere, anziché alla grammatica – mai così funestata da quando anche questa è stata presidiata, dalla Crusca in giù, da questo turpe teatrino – alla semantica stessa. Intanto, la fredda definizione Treccani: “Femminicidio: Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”. Ovvero, rimanere uccise, donne, in quanto e per cagione dell’essere donna. Su questa general generalistica definizione ci si può marciare dal Manzanarre al Reno per dimostrare che qualsiasi o quasi uccisione ricada propriamente nella categoria: muore in un incidente stradale, evidentemente lo stato psicologico legato alla supremazia del patriarcato non le aveva permesso uno stato psicofisico ideale alla guida, perciò sì, rotonda assassina, ed è femminicidio. Oppure, ed è la versione della cosa che a noi va giù meglio, è femminicidio nel momento in cui l’uccisione viene pianificata e messa in atto a causa dell’essere femmina della vittima, e solamente in base a questo. Altrimenti, stiamo semplicemente, come tutti, giocando al ridicolo e pericoloso gioco dello share, che lascerà sul campo tutti, senza distinzioni. Non ha dubbi, in proposito, nemmeno la Boldrini, da sempre eccellente piazzista di un modo di pensare che sottilmente, ma inesorabilmente, penalizza proprio in massima misura la donna: “La causa dei femminicidi è una sola: l’idea di possesso verso le donne che spinge gli uomini alla violenza. Punto e basta”. Il che potrebbe anche, sorvolando sulla perentorietà e unidimensionalità della spiegazione (sulla quale si potrebbe fare specifiche e aggiunte in eterno) essere una accettabile definizione del tristissimo fenomeno: ma allora, per quale motivo non si interviene con una forza almeno pari nei casi in cui questo movente è invece assente?

Per quale motivo si consente a chiunque, dalla tv nazionale alle private ai giornali tutti ai social media, di allargare a dismisura la semantica del termine comprendendo la qualunque? Come e quando mai si potrà arrivare sia pure ad una parvenza di intervento sul fenomeno, quando per questo non c’è neppure una embrionale volontà di definizione? Difatti, al di là di tanto clamore, non vi si interviene; ci si limita a scuotere la testa e a tuonare, tromboneggiando e incassando contante, dall’alto di pulpiti il più possibile visibili. Mentre le statistiche sul femminicidio, inteso come dovrebbe essere inteso in un mondo in cui le parole hanno il significato che hanno, e non quello che al momento viene ad esse attribuito per questioni di comodo, parlano molto chiaramente di una sostanziale mancanza di flessione della curva dello stesso. Per essere ancora più chiari: mentre la curva delle uccisioni degli uomini (e non parliamo di incidenti stradali: parliamo di uccisione per mano di uccisori, o di ucciditrici) nel corso degli ultimi 50 anni è visibilmente decresciuta sino a quello che, dobbiamo temere, sia un plateau sotto al quale sarà difficile scendere ulteriormente per ragioni meramente demografiche, quella delle uccisioni delle donne è invece fondamentalmente stabile; ovvero, il plateau si è già raggiunto. Una flessione, per la verità, c’è; non è una retta parallela quella curva, ma una coda lunga che, tendente a infinito, impercettibilmente anno dopo anno si abbassa verso l’ascissa dello zero, così vicina, così irraggiungibile. E che è facile intuire trattarsi di un miglioramento dovuto al miglioramento della società nel suo complesso, mentre sta invece abbastanza spaventosamente a testimoniare che tutte le politiche attive in tal senso attuate nel corso di mezzo secolo hanno visibilmente fallito, sono state ininfluenti. A meno, e vogliamo proprio fare gli avvocati del diavolo sino in fondo, che non si voglia dire che senza di esse il fenomeno sarebbe oggi magari cresciuto e non lo potremo mai sapere; ma questo, oltre ad essere un controfattuale, ossia un concetto privo di ogni logica reale, è anche visibilmente confutabile, visto che tutte le altre statistiche associate mostrano invece netti miglioramenti.

Il che significa due cose importantissime. La prima: dobbiamo cominciare a studiare veramente il fenomeno, invece di sfruttarlo parlandone liberamente e senza competenza alcuna, per vedere se sia possibile, oppure no, trovare dei metodi veramente efficaci per la sua riduzione, o soluzione. Come già detto, le strategie fin qui adottate non sono servite a nulla. E per quanti storcessero il naso di fronte ad una simile affermazione: ci sono voluti tremila anni perché la medicina cominciasse infine a piegarsi di fronte all’evidenza dell’efficacia dei trattamenti (evidence-based practice, che sembra l’uovo di Colombo ma ha trovato una sua prima applicazione a partire dal 1992) invece di prosperare arrabattandosi su di una miriade di diverse impostazioni filosofiche. Per quanto riguarda la soluzione politica ai problemi sociali, siamo evidentemente ancora molto indietro con la cottura, visto che si continua a friggere aria altrimenti respirabile; una impostazione che ha visto far sparire da qualsiasi discorso politico ogni tipo di scienziato sociale (sociologi in primis) e diffondere una comprensione della statistica da rotocalco al servizio di ogni e qualsiasi baggianata ad un popolo che già con la logica e la matematica è uso da sempre fieramente bisticciare. A nostro avviso, non è che i modi non ci siano; è che trovarli è faticoso e non in linea con la vulgata, quindi, si passa oltre sperando in bene (esteriormente; in realtà si spera solo di non farne le spese, perché con queste cose ci mangiano in tantissimi).

La seconda: uno dei modi per cominciare a mettere mano al fenomeno in maniera concreta consiste senza dubbio nel frenare la diarrea comunicativa propria all’ambito grazie al farmaco, amaro e costoso ma efficace, della verità riguardo alla questione. Scopriremmo in questo modo che la stragrande maggioranza delle notizie sin qui lette negli ultimi anni è falsa, palesemente orientata e funzionale o afferente ad una lettura così superficiale che non si capisce a quale titolo l’Albo dei giornalisti dovrebbe lamentarsi di essere equiparato ai blog o ai post di un qualsiasi cretino. Ma siccome non ci piace sparare a pallini al cielo, facciamo qualche esempio. Vi ricordate quando solo pochi mesi fa tutti titolavano che la violenza in casa stava aumentando in concomitanza col lockdown? Falso; non solo il numero di vittime e di violenze denunciate ha mostrato un calo (su base annuale), ma oltretutto il numero di omicidi che ha quasi riportato in pari con le statistiche degli anni precedenti si è consumato nei mesi in cui le restrizioni venivano tolte (maggio e giugno, rispettivamente 20 e 33 uccisioni), per poi rialzare la testa anche a ottobre e novembre (in concomitanza, cioè, con l’arrivo di nuove restrizioni, ma non certo paragonabili a un lockdown).

Nel complesso, ed è un trend costante, si è passati da 315 omicidi del 2019 a 271 del 2020, un positivo a dir poco eccellente (14%) che nulla ha a che fare con politiche in tal senso, ma solo con dinamiche sociali. E qui arriviamo, gratta gratta, anche alle pulci dell’affermazione della ex-Presidente Boldrini sopra riportata: è vero che il possesso è sempre la scatenante? Certamente no: solo in un terzo dei casi. Nei restanti due terzi, secondo l’affermazione boldriniana, delle due l’una: o non trattasi di femminicidi, oppure ella dovrebbe essere meno perentoria nelle affermazioni, perché l’era dei gagliardetti politici, se si vuole cominciare a lavorare nel concreto, deve finire. Un terzo delle uccisioni di donne è risultato infatti incidentale: vale a dire, derivante da conflitti domestici quasi sempre di lunga durata, che sono sfociati in rissa. E prima di cominciare a parlare della Palombelli, ci su può fermare molto molto prima, ragionando razionalmente sul fatto naturale che se due persone si menano e una pesa 50 kg di muscoli più dell’altra, il risultato è tristemente atteso. Altrimenti nel pugilato non ci sarebbero le categorie e si farebbe tutti tipo Battle Royale, ‘ndo cojo, cojo. Se vi state chiedendo se ciò significa che la vittima se l’è cercata, siete spaventosamente fuori strada: qui non stiamo discutendo di questioni di giustizia, ma di mera, oggettiva causalità.

E ci dovrebbe anche essere la capacità di comprendere che tra il “se l’è cercata” e il “mi chiudo in una cassaforte così non corro rischi” c’è un discreto margine di possibilità intermedie, che vanno dallo strafarsi di crack mettendosi a ballare sui tavoli di un circolo di strafatti di crack (ipotesi remota ma che ancora fa registrare non indifferenti numeri) al “non accettare caramelle dagli sconosciuti” attraverso tutto il campo del possibile umano, dalle rotture di scatole di genitori iperprotettivi alla tragicità dei fatti di sangue effettivamente occorsi in cui la vittima era colpevole solo di passare di là. Per curiosità: un terzo delle donne che vengono uccise trovano la morte per mano di compagni, o familiari, che non riescono a prendersi cura di stati di infermità delle vittime, per cui applicano in una logica di folle problem solving una specie di eutanasia casalinga. Se a ciò aggiungiamo che nel corso degli ultimi anni il numero degli omicidi-suicidi è raddoppiato, l’identikit del colpevole di femminicidi appare piuttosto chiaro per la quasi totalità dei casi: si tratta di soggetti compressi in situazioni relazionali sbagliate, fallimentari o in forte degrado, che si sentono schiacciati dalle circostanze anche e soprattutto a causa di aspettative culturali e sociali insensate e soverchianti, che non hanno trovato sostegno, consiglio, soluzione da nessuna parte (e neppure la sensazione che tali supporti potessero esistere, o che fosse possibile farvi ricorso) e hanno fatto in modo da portare la situazione alle estreme conseguenze, o hanno lasciato che questa così degenerasse. Se a ciò aggiungiamo il numero degli infanticidi e degli anzianicidi, sempre rilevanti e anzi in aumento (categorie che non vengono scorporate come tali nel computo dei femminicidi) il quadro si fa dolorosamente chiaro, a maggior riprova di quanto sopra detto.

Per cui: la Palombelli, ha ragione in quello che ha detto, sì o no? Noi non siamo tanto tipi da bianco e nero, quindi: tutt’e due. Prima la spiacevolezza, detta papale papale: ha parlato di donne coinvolte, in qualità di protagoniste, nel degrado delle relazioni che possono portare alle estreme conseguenze. Non ha detto nulla di così straordinario; o così, o dobbiamo sposare una narrazione in cui le donne sono sempre e solo succubi degli eventi, inconsapevoli, inette, non partecipi, non influenti. Il che è non solo impossibile a pensarsi, ma anche cretino e vieppiù offensivo. Che poi ci lascino la ghirba non è bello a illustrarsi, ma ben più che non la bellezza, come diceva quella soubrette ipocrita rifatta dal palco di Sanremo, capita, capita eccome. Capita anche a quelle, peraltro, che si comportano in modo ineccepibile; magari non nella stessa misura (magari dovremo anche discutere in cosa consista l’ineccepibilità, forse), ma capita, e tanto. Però non è cosa su cui alzare bandiere, perché non si parla di ragioni (sulle quali si esprime la magistratura), ma di fatti (sui quali si esprime la statistica): i cimiteri sono pieni di gente che aveva la precedenza. Nelle relazioni, capita che ci si esasperi; il colpevole è la relazione, e l’incapacità di ambo le parti di gestirla, facendo passi indietro, disinnescando le discussioni, togliendosi di mezzo e andando a vivere per tempo per i cavoli propri. Ma non tutti ne sono capaci, non tutti ne hanno i mezzi. La stragrande maggioranza, e qui lo dicono di nuovo le statistiche, benché mostrate e gonfiate strumentalmente in modo orripilante, sì; tant’è vero che sono pochi quelli che hanno da raccontare tragedie, su di una popolazione molto numerosa. Che ci sia strada da fare, è ovvio. Che si tratti di mostri, di pazzi, di assassini astuti e narcisisti, in luogo di persone normali coinvolte in situazioni che diventano scarsamente vivibili, no; ma questo, siccome non fa notizia, si fa fatica ad accettarlo, e tanto meno a scriverlo. Figuriamoci poi dirlo a Forum. Quindi, sin qui, pare davvero che abbia ragione lei.

Non ha ragione invece nel momento in cui sceglie il vorticoso mondo dei media generalisti, anziché una cabina di regia politica (lei che ne avrebbe tutte le possibilità) o un direttivo dell’Albo (idem come sopra) o un forum denso di eccellenze in tal senso (stesso dicasi) per porre un simile interrogativo. E qui ci sta anche l’interrogativo riguardante la sua capacità in quanto giornalista, esaminata non tanto su di un criterio di notiziabilità, o di verità della affermazione quanto su quello, chiaramente disatteso, di responsabilità sociale. Perché lo scopo di tale affermazione non è certamente quello di aprire una discussione costruttiva sull’argomento ma bensì, e chiarissimamente, quello di dare un po’ di benzina ad una trasmissione che ha visto ben altri fasti, grazie ad una attualissima e ben consolidata (e abusata) tecnica con la quale si cerca una ribalta litigatoria sfruttando il numero dei contatti che così si ottengono per vendere, molto prosaicamente, spazi pubblicitari agli sponsors. Che è poi la stessa cosa che si aspettano Boldrini, Murgia, Lucarelli e chiunque altro nel prendere parte a detta discussione, e con la stessa identica poco credibile innocenza d’animo, con in più la diseleganza derivante dal, e certamente siamo in odor di metafora, picchiare uno che va di corpo: ti piace vincere facile, poco ma sicuro.

E qui possiamo tirare le debite conclusioni, dalle quali, di nuovo, non è che i media attuali, giornali in testa, escano benissimo. Perché se dobbiamo vedere descritto un fenomeno che – per fortuna – interessa in fin dei conti una trentina di persone l’anno (che soggettivamente rappresentano ciascuno un danno irreparabile e disastroso ma socialmente e politicamente, su di un totale di 40 milioni di soggetti attivi, sono un elemento così marginale che è quasi impossibile a livello macro intervenire) come se fosse una ecatombe continua e delittuosa (per tacer della falsità dei dati spesso condivisi), allora è chiaro che siamo di fronte ad un esempio non tanto di cattiva informazione, quanto, e più ancora, di informazione delittuosa. Perché il confine tra diritto all’informazione e sciacallaggio, se pur sottile, è nettamente visibile. E anche perché una delle regole di base, sempre disattesa, della comunicazione sociale recita che se si descrive un comportamento come comune, diffuso e ubiquitario, si otterrà senza alcun dubbio un aumento di tale comportamento; quindi oltre ad una partecipazione ad una lotteria macabra al solo scopo di mettere le mani sul ricco monte premi stiamo anche parlando di una responsabilità diretta nel fenomeno.

 

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