HomeAttualitàSbrocdown o dell’Enciclopedia dei luoghi autoimmuni

Sbrocdown o dell’Enciclopedia dei luoghi autoimmuni

“Vivere d’istanti“ è un’opera tascabile illustrata (116 pagine), realizzata in proprio, che scandaglia con stile semiserio lo statuto d’eccezione in cui abbiamo recentemente vissuto e in cui, rossa rossa o arancione, stiamo ancora vivendo: la pandemia, la biosicurezza, la neosocialità, il telelavoro, la scienza che procede a tentoni, la medicina che litiga, il linguaggio che (forse) salva.

Una fenomenologia comico-filosofica (senza prendere posizione alcuna, men che meno politica: se non quella della creatività giocoliera e riflessiva, di ricerca anche esistenziale sulla magia della parola) scritta giorno dopo giorno, a mo’ di esorcismo contro la paura, durante i due mesi di lockdown (dai primi di marzo ai primi di maggio).

Una cronistoria tra lo spiritoso e lo spirituale, un concentrato pirotecnico di comédie e “grammaturgia” che, nel suo piccolo, spera di riuscire ad alleviare il peso di questi giorni difficili, trasformandosi appunto in preghiera quotidiana, antidoto casalingo, prassi catartica.

Una special limited edition per collezionisti, confezionata artigianalmente in poche copie destinate agli amici e ai colleghi. 

LA RECENSIONE di Gianpar

Aveva anticipato di mesi la vignetta di Osho, vivida pagina Facebook ficcante interprete della più terrificante dicotomia politica postideologica dalla Repubblica ad oggi. Quella che ammorba i tempi correnti. La battuta che campeggia qui a fianco parafrasando l’homo cantor di Monghidoro, nella ballatetta per isolato solo che a pag.7 reca il titolo “Banale & tamponi”. Già a pag.7 di che?

Basterebbe questa ilare profezia, ivi iconizzata, per collocare tra le produzioni libresche imprescindibili frutto di pandemia, un Baudelaire che sugge fiore da Covid, l’ultima fatica (mai stato fisico ha servito così appropriatamente la locuzione cui dà vita) ultra-letteraria di Ciro Andrea Piccinini “Vivere d’istanti”, laddove l’apostrofo è una parentesi grafica spazio-temporale tra la preposizione e una non meglio definita quanto impercettibile misurazione cronologica. Agile e assai curato volumetto che l’autore, curatore delle collane librarie delle edizioni che danno vita pure a questa testata, ha voluto non a caso stampare in proprio. Alla chetichella, lontano dai riflettori che vivono di luce genuflessa. E distribuire agli amici apostoli nell’ultima apericena. Un moto, anzi un motto carbonaro perché strisciasse più profondamente tra le pieghe della acclamata a prescindere produzione “che conta”.

L’instinct book che il nostro ha infine assemblato, in quella terra di mezza mascherina che si situa tra il “tana liberi tutti” e gli inestinguibili moniti delle Cassandre appollaiate in ogni social, è di natura indefinibile, un caleidoscopio di stili e incursioni culturali pop (come la succitata parafrasi giannimorandiana), sob (elenchi esilaranti di doveri al rovescio snocciolati alla moda delle conferenze notturne di Conte, “Nuovi protocolli domestici al vaglio” con le bozze di sfarfalleggiamenti tarpati), snob (come il mantra apotropaico “Andrà tuttobbene, litania contro il pessimismo, sgranando 35 pomelli per nulla mariani), phil (umoraleggianti squarci kantiani più che nietzschiani, “Immunità di legge, amenità di gregge”), sic et nunc (apodittismi aforistici più longanesiani che krausiani, “Il quotidiano più frustrante oggi? Il Sole 24 Ore”), sigh (accorata invettiva all’ebbrezza mentale ed alla sintesi morale, “AperiConte, l’analcolico brown che fa impazzire il lockdown…”), cool (noesie sulla smaterializzazione e volatilità dei rapporti amorosi e no, “la vita è app-esa a un feeling”), gulp (desacralizzanti creazioni che danno un colpo al cerchio: “…una tombale indulgenza peniena” ed uno alla botte: “…verrà venerata l’Ammuchinata Confezione”).

L’autore in agreste solitudo, bucolica beatitudo, in vetta all’adiaforia, respinge le avances di una pur seducente mucca

Stretto nell’epos domestico, costretto dall’ethos carolingio, il civis di Salvaterra fisicamente si “addomestica” (nel senso che resta in casa da bravo contribuente) ma lo spadaccino del mondo ne approfitta per una lettura a tutto tondo, declinata ai tempi epidemici, dell’imperituro ed archetipico rapporto/conflitto tra la propensione antropologica a donare una fetta di libertà per una più garantita sicurezza e l’anelito all’osare a proprio rischio e pericolo meno curante dell’agglomerato sociale in cui, più o meno volontariamente, è calato. E così, in questo cortocircuito di membra rinchiuse e occhi iniziatici dischiusi, scaturisce questo moderno Bestiario d’aggiornamento della psiche (nella sua accezione “animosa”) dell’uomo covidico, tamponato, lockdownizzato.

Libello di ribellione silente, pamphlet in guisa ottocentesca dalle voci afone ululanti, quelle degli spiriti liberi e libertini, uni e trini, talvolta considerati latrini dalla canea cyberdemocratica del tutto avulsa dai lacerti di mediazione e rappresentanza della civiltà, opuscolo che si arrabatta alla ricerca di neolinguismi di composizione spessa e ardita contro l’impoverimento del linguaggio connotante i nuovi media. Massime argute contro minime virali, epopea contro rapsodia; attendiamo allora atarassici e non rassegnati la fine di questa seconda ondata coronavirussina che tanto CAP, lo stilita che stiletta, ci ha già testato il vaccino, si chiama “Vivere d’Istanti”. Ed è gratis.

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