HomeAttualitàRiesumiamo il durissimo editoriale di Amendola (su Rinascita nel 1979, allora si parlava del caso Fiat) a proposito di chi, a sinistra, finge di non vedere i rischi di un tremendo passato che non vuole passare. Da leggere ieri per comprendere l’oggi

Riesumiamo il durissimo editoriale di Amendola (su Rinascita nel 1979, allora si parlava del caso Fiat) a proposito di chi, a sinistra, finge di non vedere i rischi di un tremendo passato che non vuole passare. Da leggere ieri per comprendere l’oggi

Il comportamento degli operai della Fiat ha, per decenni, segnato i punti di svolta positivi e negativi del movimento operaio italiano. I diversi periodi della lotta condotta in seno alla Fiat sono stati determinati dagli sviluppi della lotta politica in Italia, dalle avanzate e dalle sconfitte del movimento operaio; dalla introduzione di nuovi sistemi di lavoro (sistema Bedaux, meccanizzazione, inizio dell’automazione), dalla diversa composizione della manodopera occupata, dall’iniziale inserimento in fabbrica dei contadini piemontesi alla espulsione dei protagonisti delle grandi battaglie del primo dopoguerra, dalle prime ondate di emigrati dal Veneto e dal Mezzogiorno, alle dolorose perdite di operai e tecnici caduti nella Resistenza, dai licenziamenti politici effettuati dopo il 1948 alla selezione discriminata effettuata, sulla base delle segnalazioni dei parroci, negli anni ’50, dalla nuova ondata di emigrati meridionali, fino all’ultimo reclutamento che ha portato in fabbrica elementi già in partenza refrattari ad ogni forma di disciplina sia aziendale che sindacale.

Giorgio Amendola, storico leader della corrente riformista del Pci e il suo “allievo” Giorgio Napolitano

Isolare uno degli elementi (svolta politica, diversa composizione della classe operaia occupata, nuovi tipi di organizzazione del lavoro), significa non comprendere il carattere di un processo che è in continuo movimento e che è, assieme, politico, tecnologico e sociale. Tutto ciò che avviene alla Fiat interessa tutto il movimento operaio italiano, e segnala con durezza gli errori compiuti. All’avanguardia nel primo dopoguerra, fino allo sciopero delle lancette ed all’occupazione della fabbrica nel 1920, gli operai della Fiat, uomini «in carne ed ossa» come li chiamò Gramsci, resistettero fieramente alla sconfitta politica, alla vittoria del fascismo, assicurando, ancora nel 1925 nelle elezioni interne, la vittoria della Fiom. Poi, con le leggi eccezionali, il lungo silenzio. Fu il dramma del partito comunista nella illegalità non riuscire a trovare una base, anche ristretta, all’interno della fabbrica. In certi momenti i rapporti del centro del partito comunista italiano inviati alla Internazionale comunista sono obbligati a segnalare le cifre minime di iscritti all’interno della Fiat, 10-20 compagni. In carcere c’erano i vecchi protagonisti della battaglia del 1920, arrestati come funzionari del PCI, ma rarissimi erano i nuovi arrestati per attività illegale. Gli operai della Fiat erano fermi, respingevano le forme di lotta clandestina proposta dal partito, non credevano alla imminenza del crollo del fascismo, restavano in attesa. I vecchi trasmettevano ai giovani la fede nel comunismo, ma non credevano venuto il momento di muoversi. Quando si convinsero che l’ora era venuta, partirono per primi. Lo sciopero del marzo 1943 segnò il crollo del regime e l’inizio della Resistenza.

Gli operai della Fiat furono alla testa del movimento operaio fino al 1948. Ma furono i primi ad avvertire il mutamento della situazione. Rotta nel 1948 l’unità sindacale, CISL e UIL agirono per aggravare la scissione e si mossero come sindacati aziendali. Isolati i più forti combattenti nel reparto di isolamento (Portolongone), licenziati arbitrariamente i capi della Resistenza, i Sulotto ed i Damico, la facciata resistette ancora per qualche anno, poi avvenne il crollo. I voti alla Fiom passarono dal 63 per cento del 1954 al 36 per cento del 1955, per piombare al 21 per cento nel 1956. I crolli sindacali quando si verificano sono sempre improvvisi e travolgenti, come avvenne alla Federterra in Emilia tra il 1921 e il 1923. Guai a non avvertire in tempo i segnali ammonitori.

La Fiat di Valletta e la crisi del 1956

La prima spiegazione data dal sindacato, anche da uomini come Di Vittorio e Roveda, fu quella di cercare le cause della sconfitta unicamente, o principalmente, nella violenza padronale, nel sistema voluto da Valletta di controllo poliziesco, di schedatura, nei cambiamenti punitivi di posto di lavoro. Il dispotismo di Valletta provocò crescenti proteste. In un comizio all’Adriano di Roma ricordo di avere parlato con Rapelli, esponente del sindacalismo cattolico e con Santi in un comizio che aveva per parola d’ordine il motto «la Costituzione deve entrare nella fabbrica». Era l’inizio della lunga battaglia che doveva portare all’approvazione dello Statuto dei lavoratori. La costituzione di un sindacato giallo aveva indicato anche ai dirigenti della CISL la necessità di una ripresa della politica unitaria, in difesa delle libertà democratiche.

Fu merito della direzione del partito non fermarsi a questa prima spiegazione, pure legittima. In drammatiche riunioni nelle quali si scontrarono Di Vittorio, Roveda, Bitossi, Negarville, Novella, decidemmo per impulso di Togliatti e di Longo di iniziare una autocritica di fondo dell’operato del partito e della FIOM alla Fiat. Toccò a me, con un articolo su “Rinascita”, il compito di dare un nuovo e più severo corso alla autocritica. Vennero messi in luce i gravi errori compiuti nel mantenimento nella fabbrica di vecchi metodi di direzione ereditati dall’epoca partigiana, nel congelamento dei vecchi membri della Commissione interna, ed anche di ingenuità produttivistiche, quando al grido di «salviamo la Fiat dalla crisi» si volle indicare la linea della produzione, la famosa proposta della «campagnola». In realtà la Fiat non era in crisi ma, a partire dal 1950, con l’utilizzazione preferenziale dei fondi del piano Marshall, aveva intrapreso un rinnovamento tecnologico ed attuato un’organizzazione del lavoro che mortificava le capacità professionali degli operai più qualificati (e quindi la loro autorità), introducendo un tipo di meccanizzazione, che aveva bisogno di manodopera nuova, disponibile ad ogni tipo di lavoro, e fornita, con progressiva abbondanza, dal Mezzogiorno.

Fu in quegli anni che la Fiat di Valletta impose a tutto il paese, con la supina acquiescenza dei governi centristi e di un ministro del Bilancio come Pella, quella via di espansione fondata sull’uso dell’automobile (autostrade, deperimento dei servizi di trasporto pubblico, congestione urbanistica, abbandono di ogni tentativo di riforma agraria) di cui oggi misuriamo pienamente le disastrose conseguenze, ma che allora fu esaltata non solo dai democristiani, ma anche dai socialdemocratici e dai repubblicani.

Il movimento operaio, ed anche il nostro partito, attardato su una visione catastrofica dell’economia italiana e mondiale, si accorse in ritardo del mutamento di congiuntura e della crescente differenziazione che si andava operando tra punte di industrializzazione avanzata e larghe zone di capitalismo attardato. In questa situazione l’ostinazione della CGIL a portare avanti battaglie con parole d’ordine uniformi e livellatrici (come quella del «conglobamento») lasciava spazio a Valletta per operare a suo piacimento una incontrollata politica di articolazione delle retribuzioni e per utilizzare il bastone e la carota.

Nel quadro della battaglia per il rinnovamento iniziata da Togliatti, furono prese decisioni gravi: rottura delle cinghie di trasmissione che legavano il sindacato al partito, affermazione di una piena autonomia del sindacato nel giudizio sulla situazione economica e nella ricerca delle forme di lotta più aderenti al mutare della situazione, autonomia del partito dal sindacato, necessità di conquistare il consenso dei «nuovi» arrivati per creare, in fabbrica, una coscienza di classe e ristabilire l’unità degli operai e dei tecnici; infine, ricerca di una linea sindacale fondata sull’articolazione delle rivendicazioni e non su parole d’ordine uniformi e livellatrici. La discussione non restò sul piano della ricerca economica e sindacale, richiese sacrifici personali e dolorosi: autocritica di Di Vittorio, sostituzione di Roveda con Novella alla guida della FIOM, e di Negarville a Torino.

La ripresa del movimento operaio e l’unità sindacale

La ripresa fu lunga e difficile. La prima conferenza operaia di Milano, nel dicembre del 1957, poche settimane dopo la scomparsa di Di Vittorio, permise a Novella, chiamato a prendere il posto di segretario generale della CGIL, di avviare una prima ripresa, che doveva diventare riscossa negli anni seguenti. Non è abbastanza ricordata, l’opera rinnovatrice svolta sulla linea della lotta articolata da Novella che, malgrado l’inizio del centro-sinistra, seppe mantenere l’unità della CGIL ed avviare un primo inizio di contatti unitari con la CISL e con la UIL. Ed il premio finalmente arrivò. Dopo la lotta unitaria antifascista contro Tambroni, giugno 1960, e lo sciopero alla Fiat nel ’62, si iniziò una nuova fase di sviluppo del movimento operaio.

A coloro che indicano in modo acritico il ’68-’69 come l’inizio di una fase ascendente del movimento operaio, io, ostinatamente, ricordo il ’60-’62 come il punto di svolta positivo. Ed è ancora una volta dagli operai della Fiat che partì il segno della riscossa. Novella vedeva lo sviluppo della lotta sindacale nel quadro di una larga battaglia di riforma di struttura e di programmazione, nell’unità tra classe operaia e ceti medi delle campagne e delle città.

Contro questa linea di unità democratica e nazionale partì subito la critica da sinistra, fuori e dentro il partito. Occorre ricordare la critica di Panzieri e dei “Quaderni rossi” che restringeva all’interno della fabbrica lo scontro di classe e considerava come democraticistico ogni tentativo di allargamento del fronte con le riforme di struttura. La critica di Panzieri, che pure conservava una sua dignità culturale, negatrice della politica di riforma e della politica di unità nazionale, divenne poi la critica dei “Quaderni piacentini” e di “Potere operaio”, di quei tentativi di elaborazione teorica che formarono il terreno di coltura dell’estremismo, nell’incontro con l’estremismo di origine cattolica, allevato nel laboratorio della facoltà di sociologia dell’Università di Trento. La critica alla «svolta di Salerno» divenne un punto di partenza di una critica che da sinistra avrebbe portato all’estremismo, alla cosiddetta «autonomia» ed infine al terrorismo. Non si possono negare sul piano politico i collegamenti tra questi fenomeni, che divennero, nonostante la resistenza e la diversa scelta di molti protagonisti delle prime esperienze, anche fatti di giustificazione, di copertura ideologica ed infine di omertà e complicità col «partito armato».

Novella voleva l’unità sindacale, ma pensava che non fosse utile accelerare le tappe, accettare immediatamente tutte le richieste, anche quella dell’incompatibilità a tutti i gradi tra incarichi politici ed incarichi sindacali. E lo preoccupava il sorgere di un preteso autonomismo sindacale, che opponeva il sindacato al partito e che permetteva – con l’accettazione del concetto di «classe politica» – di ascrivere ad un indifferenziato «potere» o «palazzo» (a tutti i partiti politici, siano di governo o di opposizione) le responsabilità spettanti ai governi diretti dalla DC (con l’appoggio volta a volta di diversi partiti, dai liberali ai socialisti) per avere condotto l’Italia a quella espansione diretta e controllata dai gruppi monopolistici che è oggi entrata apertamente in crisi.

Il licenziamento dei 61 e le sue conseguenze

Il congresso di Livorno (1969) decise di bruciare le tappe di una unificazione dall’alto, sulla base di una pariteticità che ha posto in realtà i rappresentanti degli operai comunisti in condizioni di preventiva minoranza (18 o 20 su 90 membri del Consiglio generale). Novella, superato nel congresso dalle incontrollate spinte unitarie, si ritrasse, pochi mesi dopo, silenziosamente dalla direzione della CGIL perché non trovò l’appoggio della direzione del partito.

È evidente che l’iniziativa assunta dalla Fiat con i licenziamenti dei 61, non concordata preventivamente con i sindacati, mira a colpire l’autorità del sindacato e ad imporre una disciplina decisa dall’alto. Giovanni Agnelli si dichiara alla televisione favorevole alla cogestione di tipo tedesco, ma si muove in tutt’altra direzione, non cercando con il sindacato un terreno d’intesa per combattere, con un appello alla coscienza di classe degli operai, ogni forma di terrorismo, di violenza e di teppismo. È un tentativo folle quello di pensare di ristabilire l’efficienza produttiva di una fabbrica senza ricorrere alla partecipazione consapevole del sindacato ed al controllo sui piani di investimento e sui metodi di organizzazione del lavoro. Ma perché il sindacato si è fatto sorprendere dalla iniziativa padronale e non ha preso per primo l’iniziativa di una lotta coerente contro ogni forma di violenza e di teppismo in fabbrica e contro il terrorismo?

La sconfitta subita alla Fiat con il fallimento dello sciopero di protesta contro il licenziamento dei 61, impone a tutte le forze politiche e sindacali uno sforzo autocritico pari, almeno, a quello compiuto nel ’55-’56, e che dovrebbe giungere, a mio avviso, a drastici mutamenti.

A partire dal ’69-’70 si è avuto in fabbrica uno sviluppo di nuove forme di democrazia, chiamate di democrazia diretta, e che hanno trovato nelle assemblee di reparto e di fabbrica la base per la formazione di un nuovo organo rappresentativo, il consiglio di fabbrica. Non si è mai riusciti a sapere quanti consigli di fabbrica siano effettivamente operanti. Ogni richiesta precisa di dati (numero dei consigli di fabbrica, percentuale dei partecipanti) viene accolta come prova di preconcetta ostilità nei confronti dei nuovi organismi come se ogni istituzione democratica possa essere esente, in partenza, da ogni controllo e il sindacato non possa essere criticato, come si possono e si debbono criticare i partiti. In realtà i nuovi organi, che possono avere avuto, in un primo momento una funzione rinnovatrice sostituendo le vecchie e sclerotiche commissioni interne (ed è un punto da esaminare ancora criticamente) hanno perso in molte fabbriche il loro carattere e non sono riusciti ad assicurare la partecipazione e la rappresentanza della intera massa degli operai, dei tecnici, degli impiegati.

Oggi siamo arrivati al punto che, in molte grandi fabbriche, ed in particolare alla Fiat, è cresciuta la percentuale degli assenti alle riunioni e persino il numero degli operai dichiaratisi ammalati nei giorni di sciopero. Oggi non si sa, in assenza di votazioni effettuate con voto segreto e controllato, il numero dei partecipanti al voto, gli astenuti, le schede bianche, o quello dei voti contrari alle proposte del sindacato. La necessità di questo tipo di organizzazione della democrazia in fabbrica viene chiamata polemicamente liberaldemocratica, ma io non so trovare, in un paese retto dalla nostra Costituzione, altro mezzo per misurare la volontà degli operai, fuori da ogni forma di coercizione e di intimidazione, che il voto segreto e controllato su liste di candidati proposti da un certo numero di operai, o su proposte chiaramente formulate, pro o contro un determinato sciopero. Quale è stata la percentuale dei partecipanti alle assemblee di reparto della Fiat che hanno approvato la dichiarazione dello sciopero delle due ore contro licenziamenti considerati arbitrari dei 61? È una domanda cui occorre rispondere con serietà e sincerità per non avere nuove amare sorprese. Nello stesso tempo le rivendicazioni sono cresciute incontrollate, con un progressivo livellamento delle retribuzioni, in un esasperato egualitarismo, che contribuisce a mortificare, assieme ai nuovi sistemi di organizzazione del lavoro, ogni orgoglio professionale e senza che l’aumento dei salari sia accompagnato da un crescente aumento della produttività. Solo negli ultimi tempi, per merito essenzialmente di Lama, si è riconosciuto che il salario non può essere considerato una variante indipendente dalla produttività. Ma la linea dell’Eur, interpretata da ciascuno a proprio modo, non è passata nella realtà della lotta sindacale, occorre convenirlo.

Gli errori del sindacato

Il sindacato ha commesso l’errore di parlare un linguaggio ambiguo e cifrato, diplomatico e circospetto per mantenere in equilibrio la precaria unità sindacale, senza affrontare apertamente le diversità delle posizioni, in un gioco di crescente demagogia e di scavalcamento a sinistra. Ma una discussione condotta secondo questi metodi ambigui e diplomatici propri di quel verticismo che a parole si vorrebbe condannare, non permette di dire agli operai la verità, tutta la verità, e quindi di riuscire a conquistare, anche attraverso una dura battaglia ideale, il consenso di una coscienza di classe pienamente illuminata.

Non si è mai detto che in Italia, in questi ultimi anni di crisi europea, magari esaltando questo risultato come prova della forza contrattuale del sindacato, i salari (delle categorie occupate) sono cresciuti, in assoluto più dell’aumento del costo della vita. Si è voluto avvicinare il salario italiano al salario europeo, ciò che è obiettivo pienamente legittimo, ma senza prendere l’iniziativa di una coerente politica di ristrutturazione produttiva dell’economia italiana. Si è nascosto il fatto che in molte regioni italiane, nella maggior parte del paese, si è realizzato un pieno impiego. Non si è condotta una lotta coerente contro l’assenteismo, difendendo anche casi scandalosi, solo oggi rivelati chiaramente, ed accentuando passivamente sprechi, parassitismi, esasperazioni corporative.

Si è proceduto ad una difesa rigida della sopravvivenza di tutte le fabbriche, anche di quelle chiaramente dissestate, e si è dilapidato nel salvataggio di certe grandi imprese (Sir, Liquigas) e nell’accettazione di passivi impressionanti delle imprese pubbliche, somme che non so calcolare (e chi lo potrebbe fare?) ma superiori certamente, nel loro complesso, ai 10.000 o 20.000 miliardi, sottratte agli investimenti o imposte alle banche, impedendo loro di esercitare un credito sano alle piccole e medie imprese che danno garanzia di incremento produttivo, e ponendo le premesse di una crisi bancaria.

Si è mantenuto alto il livello delle retribuzioni, imponendo allo Stato la fiscalizzazione degli oneri sociali, senza nemmeno sottoporre la scala mobile ad una sostanziale modifica, per impiegarla, come si dovrebbe, solamente nella difesa dei redditi più bassi con il grido indignato «la scala mobile non si tocca» (come se tutto in economia non dovesse essere continuamente rimesso in discussione).

Da questa rigida posizione è partita una corsa all’estensione della scala mobile a tutte le categorie, ad una sua revisione trimestrale, spingendo il paese, con una sempre più grave indicizzazione, verso una inflazione sempre più vertiginosa. Se si avesse una generale coscienza di quello che può significare inflazione selvaggia si finirebbe di appoggiare tutte le rivendicazioni anche le più contraddittorie. Non si può volere tutto ed il contrario di tutto!

L’accettazione acritica della politica degli incentivi, anzi la sollecitazione dei contributi pubblici per la creazione di grandi complessi, ha portato alla decisione errata di imbarcarsi nella costruzione improvvisata di nuovi grandi centri industriali, collocati per ragioni politiche clientelari in determinate zone, senza alcuno studio preventivo di una programmazione economica e del territorio. La stessa richiesta rivolta agli industriali del Nord di spostare i loro investimenti nel Mezzogiorno presuppone uno sviluppo industriale del Sud deciso fuori e dall’alto dagli industriali del Nord, effettuato e distribuito, con il contributo determinante dello Stato, in base alla spartizione delle varie aree clientelari tra i notabili democristiani, senza una programmazione autonoma e decisa delle regioni meridionali e fondata anzitutto sul rinnovamento e lo sviluppo di una azienda moderna. In questa situazione la parola d’ordine degli investimenti nel Sud è diventata una semplice copertura di una politica tesa a difendere ed a migliorare le condizioni delle categorie occupate ed organizzate, a spese dei giovani e dei disoccupati meridionali.

Il problema della disoccupazione non è stato affrontato nei suoi termini reali, che sono quelli di una disoccupazione concentrata in alcune zone del Sud e composta in prevalenza da giovani laureati e diplomati, una parte dei quali rifiuta occasioni di lavoro che non siano compatibili con aspirazioni che sono, in prevalenza, quelle di un impiego pubblico stabile e con prospettive di carriera e di pensione già in partenza assicurate. Perciò si è cercato, ostinatamente, di negare l’esistenza in Italia di centinaia di migliaia di immigrati stranieri in gran parte non tutelati dalla legge perché clandestini. Ma il riconoscimento dell’esistenza di manodopera immigrata disponibile per tutti i lavori, anche se faticosi, avrebbe smentito le solite lamentele. Si è arrivati al punto di un regolare contratto di immigrazione per l’impiego di minatori polacchi altamente qualificati in Sardegna. Le prime centinaia di immigrati polacchi sono già arrivati. Questo fatto non annulla certamente il problema della disoccupazione in Sardegna, ma lo pone in un nuovo quadro, e sottolinea l’esigenza di una qualificazione professionale dei disoccupati. Per questo non approvo la proposta del compagno Trentin di formare una federazione sindacale dei disoccupati e dei precari. Sarebbe un bel calderone! La disoccupazione in Italia deriva da diverse cause, è composta in modo diverso da regione a regione ed ha bisogno di obiettivi precisi, articolati, ben qualificati. E lo stesso si dica dei precari, che non possono essere riuniti, per la varietà delle loro situazioni e la diversità e contraddittorietà delle loro rivendicazioni, in una stessa inesistente categoria.

La qualità del lavoro e i giovani

Per i giovani non può valere e la tesi, a giustificare il rifiuto di un lavoro manuale, della frustrazione derivata dal tipo di organizzazione ripetitiva e monotona del lavoro in fabbrica, del «lavoro idiota», nell’ipotesi che una nuova qualità del lavoro in fabbrica attirerebbe nuove energie. La crescente sostituzione delle «isole» alle «linee» e gli inizi dell’automazione e dell’elettronica, tendono a valorizzare nuovamente il contributo individuale, quindi la capacità professionale degli operai e dei tecnici. Ma non si può passare dalla meccanizzazione all’automazione senza accettare la riduzione del numero degli operai occupati per giungere ad una determinata produzione – riduzione certo concordata, non imposta dal padrone, ma non rifiutata a priori dal sindacato. Il fatto è che il miglioramento della qualità del lavoro in fabbrica non potrà mai annullare il suo carattere alienante, nemmeno in una società socialista. È vecchia la teoria di ricercare, con una nuova organizzazione del lavoro, la possibilità di una «gioia del lavoro». Fu la tesi nel 1931 di Henri de Man, il socialista belga, poi diventato collaborazionista. Gli studi del sociologo Georges Friedmann non sono andati mai oltre la ricerca di una migliore e più umana organizzazione del lavoro. Ma la divisione del lavoro in una società che non sia giunta allo stadio supremo del comunismo (a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità) richiede sempre una scala di occupazioni che darà più o meno soddisfazione al riconoscimento delle capacità individuali. Non c’è solo il lavoro ripetitivo in fabbrica che non dà soddisfazione al legittimo bisogno individuale di vedere riconosciute le proprie qualità personali. Non credo che tale soddisfazione sia data dal lavoro dei commessi nei grandi negozi, o da quello dei netturbini. Ma allora chi farà questi lavori, pur necessari alla vita della società? I lavoratori immigrati, turchi o tunisini, come li fanno gli emigrati italiani in altri paesi? In realtà c’è sempre modo di difendere la propria dignità di uomo e di lavoratore, nel posto di lavoro e nella società. Ogni altra rappresentazione della qualità del lavoro è illusoria e mistificatoria. Del resto non si spiegherebbe il generale rifiuto non solo del lavoro in fabbrica, ma anche del lavoro artigiano o contadino, nei quali si possono esaltare le capacità individuali.

Nella corsa all’impiego pubblico si esprime la volontà di un mutamento di condizione sociale, una corsa del figlio del contadino, più raramente dell’operaio, ad una promozione sociale, ad una pretesa ascesa nell’ordinamento sociale, promossa e coltivata dalla Democrazia cristiana e dalla sua politica corruttrice. La partecipazione di migliaia di candidati a posti non tecnicamente qualificati dell’amministrazione pubblica (mentre vanno deserti i concorsi a lavori che esigono una più difficile preparazione), dipende anche dal fatto che il miglioramento delle condizioni di vita di molti lavoratori, con il cumulo in una stessa famiglia di doppi salari e stipendi, del salario e dello stipendio della madre o di varie pensioni, permette il mantenimento di giovani agli studi fino ad età avanzata, e la creazione di una massa di studenti permanenti, sempre più inquieti, frustrati e pronti, malgrado le proteste verbali, a subire il gioco clientelare della DC, a diventare, come per il fascismo e per il nazismo, la massa di manovra di tentativi reazionari.

Il rifiuto della violenza

Il punto di partenza centrale per comprendere la lezione della Fiat è quello della scelta delle forme di lotta violente. L’errore iniziale compiuto dal sindacato è stato quello di non denunciare immediatamente il primo atto di violenza teppista compiuto in fabbrica, come quello compiuto nelle scuole. L’errore dei comunisti è quello di non aver combattuto sin dal primo momento, questo comportamento, per una accettazione supina dell’autonomia sindacale e per non estraniarsi dai cosiddetti movimenti, abdicando così alla funzione che è propria del PCI di diventare forza egemonica della classe operaia italiana e del popolo.

Non si vada oggi a ricordare la necessaria asprezza della lotta di classe per giustificare i nuovi atti di teppismo e di violenza nelle fabbriche. È merito del movimento operaio italiano quello di aver combattuto le forme spontanee di plebeismo, e di avere cercato di mantenere lo scontro di classe su un terreno di conflitto organizzato. Quando l’avanguardia cosciente della classe operaia italiana non ha saputo mantenere la disciplina del movimento e non ha saputo impedire, come nel 1919 e nel 1920, specialmente nelle campagne emiliane e pugliesi, atti di intimidazione e di violenza, ciò ha determinato la sconfitta. Ma la tendenza permanente nel movimento operaio italiano di ricorrere a forme di violenza per spezzare la violenza padronale, sostenuta dalla violenza statale, tendenza derivata anche dalle sue origini anarchiche e dal permanente intervento dello Stato a favore dei padroni (il lungo elenco degli eccidi nel Mezzogiorno), non ha mai condotto all’esaltazione di atti di violenza personale, ed è stata sempre (tranne rare eccezioni) violenza di massa non contro il singolo padrone, ma contro i suoi strumenti di dominio, e contro l’appoggio loro dato dai governi e dalla magistratura.

Perciò nel 1945-46 la CGIL, e Di Vittorio in persona, hanno lottato, malgrado gli strascichi avvelenati della guerra partigiana, per impedire scoppi di violenza generalizzata. Anche contro gli eccidi dei governi diretti dalla DC, dagli eccidi del Mezzogiorno a quello di Modena, la risposta fu sempre di massa, di unitaria protesta democratica. Vivo è ancora il ricordo della grande manifestazione di massa, pacifica ed ordinata, nelle strade di Modena, tra le fitte ali di un popolo teso nella protesta e nel dolore. Ma la conquista dello Statuto dei lavoratori ha creato un nuovo e più avanzato terreno di lotta tra padroni ed operai, ha spezzato nelle mani del padrone molte armi di repressione (licenziamenti arbitrari) ma ha nello stesso tempo creato per i lavoratori nuovi doveri. Lo Statuto dei lavoratori non può essere interpretato a senso unico. Oggi si rivelano apertamente fatti, prima tenuti nascosti, e che avrebbero dovuto essere denunciati dal primo momento. Le intimidazioni, le minacce, il dileggio, le macabre manifestazioni con le casse da morto ed i capi reparto trascinati a calci in prima fila, ricordano troppo le violenze fasciste per non suscitare uno sdegno ed un disgusto che invece non si è manifestato. Perché gli Agnelli non hanno denunciato subito le prime violenze, perché hanno lasciato correre, malgrado gli attentati, i ferimenti, gli assassinii compiuti dai terroristi? Perché si volevano inasprire le contraddizioni nel movimento operaio, ed ancora una volta ridimensionare ed isolare i comunisti. Tutta la grande stampa ha civettato con l’estremismo, lo ha nobilitato culturalmente, per colpire il partito comunista, presentato come forza moderata, pronta a partecipare al governo e fare il guardiano dei padroni. E questa accusa ha finito con l’imbarazzare in molte fabbriche i comunisti, e paralizzare le loro capacità di iniziativa. E chi può negare che vi sia un rapporto diretto tra la violenza in fabbrica ed il terrore? E perché il sindacato, i comunisti non hanno parlato, denunciato in tempo quello che oggi viene rivelato? Ci si è accusati di volere incriminare tutto l’estremismo, anche quello non armato, perché sostenevamo, che bisognava colpire i legami tra partito armato ed autonomia.

E poi ci sono forme di lotta, impiegate a Torino e largamente attuate in tutto il paese, che si manifestano fuori dalle fabbriche, con occupazioni stradali, cortei intimidatori, distruzioni vandaliche di macchine e negozi. Sono forme di lotta che, quando non sono episodi isolati, esplosioni di collera a lungo represse, quando diventano abitudini correnti, snaturano il carattere stesso della lotta di classe perché, con il ricatto di una stazione occupata, o di una autostrada ostruita, o di un blocco degli aeroporti, tendono a fare intervenire lo Stato – questo Stato! – cui viene in questo modo, anche dagli estremisti, riconosciuta una funzione mediatrice. L’intervento dello Stato nell’economia si deve manifestare anzitutto in una politica di programmazione, senza che venga delegato al ministero del Lavoro o al presidente del Consiglio di arbitrare, all’ultimo momento, in eccitate assemblee protratte nel tempo, le conclusioni di uno sciopero. E se il governo interviene in questo modo lo fa, evidentemente, per ragioni politiche, per conservare la sua eterogenea maggioranza. Non può il sindacato sovrapporre la sua volontà a quella del Parlamento, perché si giungerebbe ad un potere sindacale superiore a quello espresso dalla maggioranza degli elettori. La moltiplicazione degli scioperi, e di forme di lotta che colpiscono con sempre maggiore frequenza i cittadini e paralizzano interi settori della vita nazionale, anche in servizi essenziali, come ospedali, scuole, trasporti, elettricità, porta alla necessità di una autoregolamentazione del diritto di sciopero, per la salvaguardia degli interessi generali, contro ogni forma di ottuso corporativismo. Questa regolamentazione per legge del Parlamento può essere evitata soltanto con l’adozione di una autoregolamentazione, con l’approvazione di un codice di comportamento. So bene che nessuna legge, nemmeno quella fascista, poté impedire gli scioperi del marzo 1943. Ma occorre ricordare che la frequenza degli scioperi aprì la strada al fascismo, per ristabilire l’ordine e permettere, come si vantava di avere fatto, che i treni arrivassero in orario. Se vogliamo che non intervenga un governo autoritario ad imporre un ritorno all’ordine è tempo di pensarci noi a ristabilire le condizioni di una civile ed ordinata coesistenza.

Il laboratorio Torino

Torino è sempre il segnale premonitore di quello che avviene nel paese. Non si può negare che il PCI abbia cercato di combattere il terrorismo, di vincere la paura, di mobilitare le forze democratiche. Il PCI ha contribuito a rendere possibile la celebrazione del processo Curcio, ha preparato un questionario sul terrorismo, ha sempre manifestato la sua solidarietà alle vittime del terrorismo. Ma la sua azione ha trovato seri limiti, per la presenza in seno al partito di zone di persistente settarismo e di rifiuto della linea politica, nella preminente preoccupazione di non essere criticati da sinistra, o piuttosto da coloro che si presentano come esponenti di una sinistra autonoma dai partiti.

Di fronte all’orientamento del sindacato e principalmente della FIOM, il partito non ha osato criticare apertamente, a Torino, la sua linea per quanto riguarda gli obiettivi e le forme di lotta, non ha saputo portare la lotta politica, secondo la linea di austerità e di unità nazionale decisa dal nostro congresso, nella fabbrica. Dalla tesi che denunciava ogni atto di violenza compiuto dai provocatori come manifestazione di un complotto di destra, alla tesi della neutralità fra Brigate rosse e Stato, avallata culturalmente, a Torino, in un primo momento, da uomini di prestigio come Bobbio e Quazza che proclamavano di non avere interesse a difendere «questo Stato», alla tesi dei «compagni che sbagliano» ed al rifiuto della loro denuncia «perché non si deve fare i delatori», si è giunti, anche da parte di dirigenti sindacali, alla giustificazione della violenza, di ogni forma di violenza in fabbrica come espressione della rabbia provocata da un «lavoro idiota».

La ragione della passività paralizzante di interi settori del partito non è già determinata da paura individuale, ma dal rifiuto di portare la lotta politica entro la fabbrica, dal fermarsi reverenziale di fronte ai cancelli, come se la Mirafiori o la Rivalta fossero isole intoccabili. In definitiva dal cattivo orientamento politico, in ultima analisi, dal rifiuto della politica del compromesso storico.

L’esempio di Guido Rossa

L’assenza degli operai della Fiat dai funerali delle vittime del terrorismo è un fatto anzitutto politico che contrasta con la grande partecipazione di massa ai funerali di Genova dell’operaio Guido Rossa. E ciò non dipende solo dal fatto che Rossa era comunista, ma soprattutto dalla persistenza nella classe operaia genovese, come in quella milanese, di una più salda coscienza democratica e nazionale. È una lotta politica che va, dunque, condotta per ricreare nel partito la necessaria unità sulla base delle tesi approvate all’ultimo congresso, e delle indicazioni date dall’ultimo Comitato centrale.

Ultimo commento

  • Riassunto (io c’ero)

    Il PCI era contro il terrorismo a parole ma enfatizzava solo quello di destra e dimenticava un po’ di fatti.
    E la gente nelle piazze e nei bar della bassa nel ’76 e ’77 e ’78 non era così ostile agli episodi di violenza.

    Quando poi hanno ucciso Moro ed il povero Rossa si sono svegliati tutti.
    Nel ’77 avevo solo 11 anni ma già miei dicevano: vedrai che appena fanno fuori qualcuno importante di sinistra risolveranno le cose. E così è andata. Amen.