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Mura sulle orme di Brera

Vicini e Trapattoni tra Brera e Mura

Nel 1997, nel quinto anniversario della scomparsa di Gianni Brera, Gianni Mura decise di ricordare l’illustre collega, che per lui era stato anche amico e maestro, ripercorrendo i luoghi del Po in cui Brera aveva vissuto parte della sua vita. Perciò il grande giornalista sportivo, scomparso pochi giorni fa a Senigallia, risalì il Po su una barca a motore, in un viaggio che durò due giorni ed ebbe come prima tappa San Zenone Po, il paesino del Pavese dove Brera è sepolto, a poche centinaia di metri dall’argine sinistro del Grande Fiume. Quella spedizione, organizzata dall’ARNI, l’azienda speciale della Regione Emilia Romagna con sede a Boretto che all’epoca si occupava della navigabilità del Po da Casale Monferrato al mare (da anni l’ARNI non c’è più, è stata assorbita dall’Autorità di Bacino a Parma), ebbe momenti molto intensi, come i minuti di raccoglimento osservati da Mura davanti alla tomba di Gianni Brera, nel minuscolo cimitero di San Nazaro, che la comitiva raggiunse a piedi sbarcando a un vicino attracco sul Po. Memorabile fu anche l’intervista che quel giorno Mura intrattenne con gli amici di infanzia di Brera, un gruppetto di vecchietti rubizzi e grinzosi che, attorno a un tavolo di legno all’aperto, sotto le frasche degli alberi che li proteggevano dal sole, apprezzarono parecchio le bottiglie di vino e le fette di salame che fecero da contorno alla chiacchierata. Il viaggio proseguì il giorno dopo anche sulla sponda reggiana. Mura tornerà ancora nella Bassa anni dopo, recandosi anche al Ristorante Nizzoli, dove su una parete campeggia da sempre una foto di Brera a tavola con Cesare Zavattini e Italo Allodi, amorevolmente accuditi da Arneo Nizzoli, che Mura recensirà per la sua nota rubrica di enogastronomia. Chi scrive, nelle vesti di giovane garzone di Renato Grilli, uno dei “professoroni” che accompagnò il grande giornalista sportivo in quell’indimenticabile viaggio fluviale, fece parte di quella comitiva fluviale. Da quell’esperienza Gianni Mura ricavò il lungo e bellissimo pezzo che Repubblica pubblicò nel 1997 nell’anniversario della scomparsa di Gianni Brera. Qui ve lo riproponiamo integralmente (S.C.)

SUGLI ARGINI DEL PO DIALOGANDO CON GIANNI BRERA
Caro gioannbrerafucarlo, forse questa è l’ ultima lettera aperta che ti scrivo. Un po’ perché ci sono tanti modi di ricordare le persone, un po’ perché (e tu lo dicevi sempre) la retorica è sempre in agguato. Il fatto è che te ne sei andato, senza volerlo, giusto cinque anni fa, quando non si sa se è notte alta o mattino presto, su un curvone della strada fra Maleo e Casalpusterlengo, con altri due amici. Un po’ come gli operai di Sassari, a pensarci. C’ è sempre uno che non sa bere o che guida troppo veloce o tutt’e due le cose e che s’ infila nella corsia degli altri e gli trancia la vita. In questi cinque anni sono successe tante cose. La più divertente, per te, è che hanno dato il Nobel per la letteratura a Dario Fo, che avevi ribattezzato Fagus purpurea. Ma ti farà piacere sapere che l’ Inter è in testa alla classifica e Simoni gioca all’italiana e che Bergomi fa un figurone, anche se non sta sempre dietro in seconda battuta. Ho tra le mani il primo libro dei racconti finalisti del Premio Gianni Brera di narrativa regionale, basta informarsi sulle modalità al municipio di San Zenone al Po (Pavia). Siccome cinque anni sono una ricorrenza, ho pensato di andare a trovare tuo padre, l’ amato-odiato Po. Non tutto, un pezzo. Veramente, da solo non ci avrei mai pensato.
Prima del Tour mi hanno telefonato quelli dell’ Arni, da Boretto.
Arni non è un refuso fluviale, significa Azienda regionale per la navigazione interna. In pratica, gestiscono, tutelano e promuovono le vie di navigazione interna, vanno dalla rilevazione dei fondali al turismo nel Delta. Immagino che a loro interessasse un altro tipo di pezzo. Ho avuto come compagni di viaggio dei professoroni che sapevano tutto non solo del Po ma di tutti i fiumi, e parlavano dell’ estuario del Mississippi e della foce del Niger come fosse sotto casa loro, e di come sono ben organizzati per il trasporto di merci in Francia e in Germania. Un altro sapeva tutto degli uccelli. Vede, quella è una garzetta, quello un airone cinerino, quello uno svasso.
La garzetta volava sotto il Ponte della Becca, di mattina presto, in autunno. Ho detto che mi sarebbe piaciuto navigare dal Ponte della Becca fino a Brescello. Brescello mi è venuto così, forse perché mio padre mi faceva leggere Guareschi. “Il Ponte della Becca è una brutta ferraglia che bombardano incessantemente i motori, gettata sul pio abbraccio immemorabile fra Ticino e Po. Lo attraverso a piedi con pena, senza che la vista dell’ acqua larghissima riesca a commuovermi, per l’ atrocità del rumore”. Così Ceronetti, 1983, ma a quest’ora c’ è poco traffico e per un po’ si riesce a seguire l’ acqua del Ticino, più chiara alla confluenza. L’ acqua del Po ha il colore del caffelatte. All’ altezza del campanile di Portalbera c’ è un barcone alto sulla riva e sulla fiancata c’ è scritto in bianco e stampatello Bossi Bigulpas, che sembra scandinavo (non ci vorrebbero due esse finali? per i non lombardi, pass sta per molle e il resto è intuibile). Lunga sosta a San Zenone, attraccando vicino alla foce dell’ Olona (mater, giusto?). E’ un cesso, scusa se te lo dico. Ed è una costante, mentre andiamo in giù, che tutti quelli del fiume (barcaioli, cavatori di ghiaia, osti) a quelli di Milano dicono: ma un depuratore, Cristo santo, un depuratore che è uno non siete capaci di impiantarlo? Da sotto l’ argine, il tuo paese è lontano, non si vede neanche la chiesa. Ci sono due macchine, il sindaco e l’ assessore alla cultura, che ci aspettano in una piazzola sterrata, oltre la proda di ortiche. Tagliamo per i pioppeti, verso la provinciale e il cimitero. La tua tomba è sempre lì, fra quella dei Brega e quella dei Sozzani. Un mazzo di rose rosse, tre sigari toscani, uno anche sulla tomba di tuo figlio Carlo. Giro fra le tombe, i cognomi ricorrenti sono Ghisoni, Pietra, Marchesi, Suardi, Cova. Tanti ti portano toscani, poi si vede che qualcuno fa pulizia o se li fuma. Girando trovo un palloncino dell’ Inter su una lapide.
Tullio Orlandi (un cuore nerazzurro !!, c’ è scritto). Nel 1910 San Zenone aveva 1954 abitanti, adesso ne ha 533. Nemmeno un barbiere.
Molti sono emigrati, barbieri, cuochi e camerieri, a Natale arrivano cartoline da Capetown e San Francisco. Il Lungolona, dopo l’ ultima alluvione, è stato intitolato a Ferruccio Garavaglia, attore dannunziano. C’ è qualche panchina. L’ Olona è orrenda, anche in paese.

Uno scorcio del Po

Alla trattoria dove andavi ho appuntamento con alcuni tuoi compagni del tempo delle elementari. Sono Angelo Ghisoni, Giovannino Casarini, Agnese Cova (che dice una frase bellissima: il Po era tutti i nostri giocattoli), Maria Zambianchi. C’ è un buon salame, i pesciolini in carpione, ma ho pensato a quale invettiva avresti inventato tu all’ apparire di un vassoio di polpa di granchio. Loro raccontano di quando andavate ai Bagni Eridano, cabine sulla spiaggia, la sabbia come cipria, eravate in 17O a camminare in fila cantando inni fascisti, orario dei bagni ore 11 e 15.3O. Dicono che avevi già la stoffa del capobranco ed eri bravo a disegnare gli omini. Anzi, precisa il Ghisoni, uno dei tuoi temi ricorrenti era il portiere in volo. Giocavate scalzi con un pallone di cuoio del numero uno portato dal fratello del Ghisoni che faceva il cameriere a Milano. Ognuno aveva il suo soprannome a seconda del ruolo, dice il Ghisoni. Lui, terzino destro, era Rosetta. Il Borgna, ala destra, era Frione. Tu eri Meazza (ci avrei giurato). Da mangiare: calderoni di pasta e patate, a merenda le marmellate Arrigoni.
L’ acqua del Po si beveva, dicono tutti. L’ Agnese dice che uno degli ultimi anni, alla festa del patrono (seconda domenica di luglio, giostre e bancarelle di torroni, orchestrina) t’ aveva invitato a ballare un valzer lento, ma era durato poco. Son vecchio e mi fa male una gamba, avevi detto.
Sono in gamba i tuoi compagni di scuola, mangiano e bevono che è un piacere vederli. E a un certo punto il Ghisoni (si stava ricostruendo la tua adolescenza) dice: ma lo sa che il Gianni era stato espulso da tutte le scuole del regno? No, non lo sapevo, e nemmeno mi risulta che tu ne abbia mai parlato nel giro degli amici, né mai scritto.
Dunque, racconta il Ghisoni, deve sapere che dopo le elementari il Gianni è andato a Milano, a casa della sorella Alice, che era del 1906, e qui ci si vedeva con lui durante l’ estate, ma all’ improvviso è rientrato interrompendo la seconda liceo. Mi ha detto che aveva avuto una lite, non solo verbale a quanto ho capito, con un professore troppo fascista. Sa, qui c’ è una forte tradizione socialista. Il padre ha addirittura pensato di mandarlo a terminare gli studi in Spagna, poi c’ è stato un ripensamento, una specie di condono, e ha potuto iscriversi a Pavia. Tra il ’30 e il ’50, dice l’ assessore, San Zenone poteva vantare il numero più alto di lauree, in rapporto agli abitanti. E più tardi c’ era un cartello all’entrata del paese, come di tanti altri paesi d’ Italia: Zona depressa. Poi li hanno tolti. Le zone restano depresse, ma non sono contente di sentirselo dire in faccia. Immagino, riesco a immaginare. Fortiter et generositer è il motto sullo stemma comunale. Nel cortile leggo la lapide per te, posta il 14 settembre di quest’ anno. Manca una virgola, lo dico al sindaco non per pignoleria ma perché mi sembra giusto. Ci sono le lapidi di Fabrizio Maffi (medico dei poveri, pioniere del socialismo, 1868-1955) e del maestro Marco Rodolfi, dal 1866 al 1908 ha insegnato qui. Ma bisogna anche andare, c’ è un appuntamento a Isola Serafini, prima della chiusa.
Il giorno dopo si cambia barca e pilota. Questo ha vinto dei raid Pavia-Venezia a una media raccapricciante, ma va dolcemente. L’ acqua è sempre poco bella, ma il Po dà un’ impressione di minor abbandono, quando si lascia il Pavese e si entra in Emilia. Ha rive più dolci, coltivate, e c’ è qualche casa, qualche cane che abbaia, qualche pescatore in più. A Sissa cuochi sardi hanno preparato un pranzo breriano: riso e rane, storione (d’ allevamento, non pescato in Po) molto ben fatto. A Boretto si sbarca, ha l’ aria di un posto molto vivo. Mi raccontano di barche grandi, quasi navi, che portano i turisti lungo il Po, si fermano a Cremona e a Mantova, ci sono collegamenti con l’ Arena di Verona o il Regio di Parma, si arriva fino a Venezia, si dorme a bordo e di giorno si gira per musei e piazze e trattorie. Bello, dico. Son quasi tutti americani, tedeschi e giapponesi, dicono. E adesso che sono tornato a Milano ti posso dire che tuo padre, pater Padus, il collerico ubriacone che ruglia, è ridotto da far schifo, però intorno continua a viverci gente vera. E’ un padre non amato, va in malora perché nessuno lo sente suo, lo assiste. Taglia quattro regioni e tredici province, eppure i professoroni mi hanno detto che qualche anno fa era molto peggio e, insomma, a curarlo ci sarebbe soddisfazione, i risultati si vedono. Io ci credo, ma non ho esperienza di fiumi, mi attirano i paesaggi e le persone e in quei due giorni ho pensato che almeno venti di quelle con cui ho parlato avevano una storia che bisognava scrivere, per non perderla, e mi sarebbe piaciuto scriverla, ma quando? Ti saluto, gioannbrerafucarlo.
Tra le varie ed eventuali, ti dico che tante cose (anche il folber) sono cambiate a una velocità inimmaginabile. Stiamo sempre aspettando che Milano (prima Formentini nicchiava, adesso Albertini non so) si decida a intitolarti l’ Arena. Il nuovo sindaco recentemente ha detto che loro non sono tenuti a leggere i giornali. Spero abbia migliori letture, e poi non c’ entra. Oggi come cinque anni fa ti sia lieve la terra, Giovanni, a te che stai dall’altra parte. Da questa parte c’ è tanta gente che continua a volerti bene, solo questo volevo dirti e scusa se ho preso il Po come un pretesto, come un viaggio, come una scorciatoia.

Gianni Mura
19 dicembre 1997

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