Morte di un “revisionista”

È morto il giornalista Giampaolo Pansa, aveva 84 anni. Padre del «Bestiario», Pansa aveva ricominciato a scrivere sul Corriere della Sera lo scorso settembre. Per il giornalista — nato a Casale Monferrato nell’ottobre del 1935 — quello al Corriere era stato un rientro, dopo il quinquennio 1973-1977. «Credo di essere il cronista che ha lavorato per più giornali: ma sono ancora qui, a rompere le scatole», aveva detto a Davide Casati.

«Scrivo da un paese che non esiste più». Quando sul banco di Giulio De Benedetti arrivò l’attacco del ragazzo che aveva assunto alla Stampa e mandato sul primo servizio importante — la tragedia di Longarone, il disastro del Vajont —, il mitico direttore capì che con Giampaolo Pansa non aveva sbagliato. Poi Giampaolo — dopo un’esperienza al Giorno e il ritorno alla Stampa — passò al Corriere.

Con Gaetano Scardocchia rivelò lo scandalo Lockheed; fece dire a Enrico Berlinguer che si sentiva più al sicuro con la Nato che con il Patto di Varsavia. Prima aveva strappato le interviste più importanti su piazza Fontana, dalla vedova Pinelli — che apprese da lui la morte del marito — al tassista comunista Cornelio Rolandi, che piangendo e vomitando mentre Pansa gli reggeva la testa disse di non essere certo che l’uomo che aveva portato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura fosse davvero Pietro Valpreda. Fango, sangue, lacrime, vomito: il giornalismo di Giampaolo era impastato con la vita. Era un monaco guerriero del nostro mestiere. Al telefono non rispondeva «pronto» ma «Pansa», con voce secca, come un soldato in prima linea. E con lo stesso spirito fece per quasi vent’anni il vicedirettore di Repubblica, per poi diventare condirettore dell’Espresso, dove portò la rubrica di duratura fortuna intitolata Bestiario.

Appena poteva lasciava la scrivania per tornare a fare il cronista: con il binocolo coglieva i dettagli dei congressi della «Balena Bianca», la Democrazia cristiana, e dell’«Elefante rosso», il partito comunista. Al Pci fu vicino, ma non esitò a chiedere le dimissioni del segretario Occhetto quando emerse il coinvolgimento del partito in Tangentopoli. Poi accadde un fatto destinato a sconvolgere la sua carriera e la sua vita. Pansa era stato un grande inviato negli anni di Giorgio Bocca. Era stato un eccellente numero 2 nel giornale di Eugenio Scalfari. Aveva scritto saggi importanti, tra cui «Il malloppo» che anticipava Tangentopoli, libri-intervista come «Questi anni alla Fiat» con Cesare Romiti, da cui gli storici non potranno prescindere, e romanzi di vasta tiratura. Ma l’incontro con il grande pubblico fu «Il sangue dei vinti», il long-seller in cui raccontò le vendette partigiane seguite al 25 aprile. Il successo fu enorme, come le polemiche.

In realtà, Pansa documentava storie vere; e il fatto che fosse un giornalista di sinistra, laureato all’università di Torino con una tesi sulla «Guerra partigiana tra Genova e il Po», dava ulteriore forza al suo lavoro. Se gli si può muovere un appunto, è che non sempre ricordò di rivolgersi a un’opinione pubblica che della Resistenza non sapeva quanto lui: cioè praticamente tutto. Pansa lasciò il gruppo Espresso. Scrisse su Riformista, Libero, Verità, Panorama. Fino all’approdo naturale: il ritorno in via Solferino. Il vero trauma, più degli attacchi politici, fu la morte prematura del figlio Alessandro. Lo salvò l’amore per Adele, la donna che gli è rimasta al fianco fino all’ultimo. Amava e serviva i suoi lettori. Con i colleghi è sempre stato generoso di insegnamenti. Addio Giampaolo: come te, nessuno più.

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera

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