HomeAttualitàMilioni di dati in mano agli Usa: siamo tutti spiati?

Milioni di dati in mano agli Usa: siamo tutti spiati?

Prism, il programma di sorveglianza informatico statunitense, dilaga anche nel Bel Paese: chiamate, sms, email; col pretesto della sicurezza nazionale gli Stati Uniti hanno prelevato milioni di dati anche in Italia. Dopo la scoperta che la Nsa (National Secutiry Agency), l’agenzia di sicurezza nazionale statuintense, ha avuto accesso a milioni di telefonate di cittadini francesi il caso si apre anche in Italia. Il Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) richiede chiarimenti al Governo: Mercoledì la convocazione del sottosegretario delegato Marco Minniti, l’autorità delegata per la sicurezza della Repubblica.
La scoperta, risalente ad alcune settimane fa, parte da una visita del Copasir a Washington dove l’Nsa ha dichiarato di avere accesso alle comunicazioni dei cittadini italiani. Un vero e proprio sistema di spionaggio che prosegue da vari anni ed è tuttora attivo ma- come ribadiscono i servizi segreti – ha come unico obiettivo l’attività anti-terrorismo.

Serve più chiarezza

In Francia dopo la scoperta delle intercettazioni da parte degli Usa tutti si chiedono se tali intercettazioni possano aver superato il confine della sicurezza, andando colpire elementi in campo economico e politico.  Immediato l’intervento del governo francese che ha convocato l’ambasciatore americano Charles Rivkin per richiedere chiarimenti e rassicurazioni affinché un fatto così grave non accada più.

In Italia il comitato per la sicurezza chiede chiarimenti al Governo Letta: “la Nsa ha iniziato la raccolta massiva di dati ma tutto questo seguendo le direttive delle leggi americane e non quelle dei paesi alleati; – inoltre, denuncia il comitato- cambia l’atteggiamento tra governo francese che convoca immediatamente l’ambasciatore americano, e il governo italiano, che volta elegantemente lo sguardo dall’altra parte.”

Non esistono certezze per cui la raccolta dati sia stata legata solo a fini di sicurezza. L’ipotesi è che nei periodi di maggior collaborazione con i servizi segreti statunitensi, come la ricerca di ostaggi in zone “calde” (es. Iraq e Afghanistan), ci sia stato un intenso scambio di dati sensibili che ora prosegue come prassi consolidata. Una prassi non più sostenibile.

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