HomeAttualitàIl senso di 7per24 per il web: editorialino stiracchiato nel primo decennale della nostra esistenza, sussitenza, resistenza editoriali

Il senso di 7per24 per il web: editorialino stiracchiato nel primo decennale della nostra esistenza, sussitenza, resistenza editoriali

Nomina sint numina (beato, Abate di Liébana)

Numina sunt nomina (Umberto Eco)

Dai piani alti mi sollecitano un breve quanto intenso elzeviro per ricordare i 10 anni di questa permanente testata. Non molti, non pochi, vista la volatilità e volubilità odierne anche delle riviste online. Ed io, prono e sollecito, quando si tratta di rilasciare amenità a mezzo stampa, devo dire faccio poca fatica. Qualsiasi editorialino che si rispetti però non può prescindere da un formale e sostanziale ringraziamento all’editore, solo grazie al quale 7per24 continua a vivere, così come altre iniziative editoriali facenti capo alla stessa azienda. Chiamatele, se vi pare, attività in ambito culturale, piccoli ma coraggiosi tentativi in questi tempi di decontestualizzazioni storiche, culture cancel da idiozia e/o ignoranza, avvistamenti a raffica di fascisti e transfobici (guai a cercare di riportare il confronto sui binari della dialettica!), mutamenti dei processi cognitivi delle nuove generazioni, trasformazioni epocali dell’utilizzo spazio-temporale dei mezzi di comunicazione, bombardamenti indiscriminati di notizie o fac-simili e stronzate di ogni risma spacciate per opinioni rispettabili ed equiparate ai pareri degli esperti in campo alla loro materia in cui, magari, sono freschi di Nobel.

Ecco che allora, specie di fronte a testate anche più agguerrite della nostra, porsi di tanto in tanto un problema di senso, non è solo sano esercizio di autocoscienza ma anche riflessione a tutto tondo sul proprio posizionamento di mercato nella fiera e sempre più assordante kermesse dei bla-bla-bla che infesta soprattutto il web. Non ho impiegato poco tempo a rispondere alle suddette domande ma nemmeno troppo in verità. Ed almeno tre elementi che ci caratterizzano, emergenti da una lettura nemmeno troppo in filigrana, ci sentiamo per una volta, di metterli in evidenza.

Innanzitutto il linguaggio col quale si cerca di caratterizzare il nostro magazine, avrete notato, almeno nei titoli e nell’impaginazione, sovente tendenti allo sberleffo. Il che, si badi bene, non è uno sfogo da aspiranti buffoni ma il rimarcare da una parte la netta equidistanza a tutti, dicasi tutti, i poterini forti o aspiranti tali del sistema, dall’altra il voler autocollocarsi con vaga e consapevole presunzione nell’oasi non protetta di chi non si prende troppo sul serio, cerca di evitare pomposità e retorica, autoreferenzialità ed ogni sorta di provincialismo, dando scarsi punti di riferimento ai cecchini delle partigianerie, a partire dalle notizie prescelte.

Poi l’applicazione sistematica del dubbio cartesiano per districarsi nella mole immane di notizie tracimanti da social, agenzie centralizzate e uffici stampa (di cui ormai s’è dotato anche il fruttivendolo all’angolo), sempre più fragorose, numerose e vocianti e vocate a ricostruire una torre di Babele del disorientamento semantico e del disfacimento semiotico, come evidenzia da più parti una società vieppiù frammentata.

Infine, in questo terzetto che funge da punto di riferimento per la processione pubblicistica della qui presente testata, la modalità laica e scientifica con cui cerchiamo di approcciarci ai problemi di una società sempre più complessa e tendente a mettere in discussione specie le poche basi certe ed evidenti da cui ripartire quotidianamente nel tentativo tutto umano di migliorare benessere e felicità della specie. Da queste pagine sono spesso bandite le visioni complottistiche, soprattutto di stampo internazionale. Da queste colonne si ingaggia una quotidiana battaglia culturale contro i nuovi politeismi informatici ingigantiti da frotte di instant writers che però non leggono da anni.

Come unica barra dunque, l’etimo per andare all’origine, in questo caso delle parole che reggono il nostro linguaggio diretto, consci che suffissi come “ismo” o prefissi come “anti” servono a storicizzare ed a individuare un nemico, molto meno a connotare la tua libertà espressiva. Di cui un po’ il sottoscritto ringrazia e va fiero.

 

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