HomeAttualitàDigital Riser: la Cina ci è vicina. Siamo il Paese più innovativo assieme agli amici della Grande Muraglia

Digital Riser: la Cina ci è vicina. Siamo il Paese più innovativo assieme agli amici della Grande Muraglia

La tecnologia è un prodotto della scienza che ha un impatto decisivo sul benessere degli individui e della società, così come sulla capacità di controllare e adattarsi all’ambiente circostante e soddisfare le proprie esigenze. Da sempre, essa cambia la visione del mondo e influenza la vita dell’uomo, mutandone lo stile di vita, le abitudini, il modo di interagire con le persone e con gli oggetti. Di fatto, costituisce un’evoluzione inarrestabile.

Da qualche tempo stiamo assistendo a grandi cambiamenti che impattano fortemente sulle consuetudini di ogni cittadino italiano. Il 27% delle risorse totali del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) sono dedicate proprio alla transizione digitale, che si pone l’obiettivo di rendere la Pubblica Amministrazione la migliore “alleata” di cittadini e imprese, semplificando le interazioni e i processi attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali; il collegamento tra i sistemi permetterà, inoltre, di attuare un’offerta di servizi sempre più efficienti e facilmente accessibili e di definire politiche pubbliche basate su dati aggregati e aggiornati in tempo reale.

Il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao, durante la presentazione della sua relazione sulle priorità per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione avvenuta lo scorso marzo, ha dichiarato che Il nuovo “cittadino digitale” sarà pronto auspicabilmente entro il 2026. L’obiettivo per quella data è, infatti, quello di “realizzare la piena cittadinanza digitale, ovvero consentire a chiunque lo vorrà di interagire con la Pubblica Amministrazione tramite un solo punto di accesso che fornisca informazioni, servizi e notifiche e che permetta pagamenti e transazioni interamente digitali”.

La strategia attuata dal governo include importanti investimenti sulle reti a banda ultra-larga in tutto il territorio, per garantire a tutti i cittadini l’accesso a connessioni veloci, e nell’adozione di infrastrutture digitali in Cloud sicure, efficienti e flessibili nelle pubbliche amministrazioni, accelerando l’interoperabilità tra gli enti pubblici, che custodiranno i dati secondo principi di tutela della privacy e di riservatezza del trattamento, secondo elevati standard di sicurezza.

Per rendere tutto questo realmente funzionale alla transizione digitale del Paese, questi interventi sono accompagnati da iniziative di supporto per l’acquisizione e l’arricchimento delle competenze digitali dei cittadini, sostenendo la massima inclusione digitale e favorendo l’educazione sulle tecnologie, combattendo il divario digitale di carattere culturale presente nella popolazione italiana.
Proprio grazie agli investimenti mirati e alle misure proposte dall’attuale governo che hanno caratterizzato l’ultimo anno, l’Italia scala la classifica dei Paesi più avanzati in fatto di competitività digitale, posizionandosi seconda nell’ambito del G7 e ottava nel G20. È quanto emerge dal Digital Riser Report 2021, realizzato dall’European Center for Digital Competitiveness della ESCP Business School di Berlino che misura la capacità di trasformazione digitale e i progressi di tutti i Paesi G7 raggiunti negli ultimi 3 anni.
Canada, Italia e Francia sono i grandi “Digital Riser” in ambito G7, ovvero i Paesi che hanno guadagnato più posizioni da gennaio 2018 a dicembre 2020 sulla scala della competitività digitale. La Cina, invece, è diventata il primo “Digital Riser” tra i Paesi del G20, grazie al programma China 2025, che fornisce sostegno pubblico a dieci settori industriali ritenuti strategici per fare del Paese un importante innovatore tecnologico; in seconda posizione si trova, invece, l’Arabia Saudita. Tra il 2018 e il 2020 è importante la perdita di posizioni di Stati Uniti (-72), Giappone (-190) e Germania (-176).

“Nonostante il campanello d’allarme della pandemia, il nostro rapporto evidenzia che le tecnologie digitali non sono ancora una priorità per molti governi”, afferma il professore Philip Meissner fondatore e direttore dell’European Center for digital Competitiveness di Berlino. “Questo è sorprendente, poiché il modo in cui i governi gestiscono la transizione digitale delle loro economie determinerà in modo significativo quanto saranno competitivi e prosperi i loro Paesi nei decenni a venire”.

È naturale, quindi, guardare al futuro, verso ciò che in Cina è già realtà da decenni, confrontando quelle che stanno diventando le abitudini digitali di un cittadino italiano e quelle che sono, invece, le abitudini digitali consolidate di un cittadino cinese, sbirciando nella quotidianità della Cina odierna, il primo Digital Riser tra i Paesi del G20.
Abbiamo chiesto a Davide Ghirelli, insegnante di lingua cinese e traduttore, di aiutarci in questo confronto. Davide, laureato in lingue orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha vissuto per diversi anni a Pechino, per poi tornare in Italia dove ha iniziato un progetto chiamato “Tra Cina e Italia”, che punta ad essere una finestra culturale e linguistica sulla Cina.

Tanti cambiamenti hanno interessato la quotidianità di ogni cittadino italiano per vivere appieno le opportunità che la vita digitale può offrire. Il primo esempio fra tutti è quello dello SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale). Da ottobre, per accedere ai servizi della pubblica amministrazione, ogni persona deve essere in possesso di SPID, Carta d’Identità Elettronica (Cie) o Carta Nazionale dei Servizi (Cns). Lo SPID rappresenta l’identità digitale e personale di ogni cittadino, con la quale è riconosciuto dalla Pubblica Amministrazione, una chiave di accesso semplice e sicura ai servizi digitali, che ne facilita la fruizione online, semplificandone al tempo stesso il rapporto con gli enti pubblici. Esso consente anche l’accesso ai servizi pubblici degli stati membri dell’Unione Europea e di imprese o commercianti che lo hanno scelto come strumento di identificazione.

In Italia, sono state erogate circa 24,3 milioni di identità digitali, ma solo il 10-15% degli over 65, che rappresentano il 22% della popolazione italiana, ne possiede una. Il rischio che molte persone, soprattutto gli anziani, restino escluse dalla trasformazione digitale in atto e private della possibilità di esercitare i loro diritti di cittadinanza digitale è elevato.

Davide, a questo proposito, qual è il rapporto delle diverse generazioni, in particolare degli anziani, con i servizi digitali e, più in generale, con la tecnologia in Cina?

“La tecnologia è profondamente radicata nella quotidianità di tutti i cinesi. L’utilizzo di determinate tecnologie modifica fortemente usi e abitudini della popolazione che spesso accoglie a braccia aperte le novità, consci delle comodità e della velocità capillare con cui si diffondono nel Paese. I servizi digitali sono diventati la norma già da diverso tempo e anche le persone più anziane hanno spesso più confidenza con la tecnologia, se confrontate con le controparti occidentali. Secondo un rapporto pubblicato dal China Internet Network, il numero totale di utenti Internet in Cina ha superato 1 miliardo nel giugno 2021; i cittadini con più di 50 anni rappresentano il 28%, con un incremento su base annua di 5,2 punti percentuali. Le stesse autorità cinesi hanno emesso una serie di politiche volte ad abbassare le barriere tecnologiche per gli anziani, tra le quali la promozione di iniziative e corsi per agevolare l’adattamento alle innovazioni. Anche gli stessi produttori di hardware e software stanno sviluppando nuove funzionalità pensate proprio per questi utenti, concentrandosi sui servizi utili a questa categoria di persone, come l’assistenza sanitaria, i trasporti e le attività ricreative. È molto comune in Cina vedere persone non più giovani giocare ai videogames sugli smartphone mentre sono in metro, fare videochiamate con amici e parenti mentre si riposano nei parchi o pagare qualsiasi tipo di servizio scannerizzando un QrCode con il telefono.”

In un mondo ad alta intensità tecnologica come la Cina, sembra proprio che lo smartphone sia un elemento fondamentale di sopravvivenza; in particolare, è interessante il caso dell’applicazione WeChat, senza la quale sembra impossibile condurre una normale esistenza. Davide hai utilizzato anche tu questa applicazione quando eri a Pechino? Puoi spiegarci come funziona e com’è stata la tua esperienza di utilizzo? È proprio vero che non è possibile vivere senza?

“Il mio primo viaggio in Cina risale al 2009, quando questa applicazione non esisteva ancora, ma veniva utilizzata un’altra piattaforma di messaggistica: QQ. WeChat venne sviluppata poco dopo, nel 2011, in soli due mesi, dalla società Tencent di Ma Huateng, che nel 2018 è risultato essere l’uomo più ricco del Paese. Rapidamente essa prese il sopravvento, diventando l’applicazione più utilizzata e in pochi anni cambiò in modo radicale le abitudini di vita dei cinesi. Già allora iniziavano ad essere molto diffusi i messaggi vocali, quando in Italia non esistevano ancora, ma arrivarono molti anni dopo e ancora adesso li percepiamo quasi come una novità. In Cina, spesso, l’utilizzo di applicazioni specifiche e di nuovi strumenti tecnologici ha una diffusione molto più rapida e capillare che in Italia. WeChat sembra essere costantemente un passo avanti rispetto ad altre applicazioni come Facebook o WhatsApp ed è proprio prendendo spunto da questo gigante tecnologico cinese che molte nuove funzioni sono state aggiunte alle suddette applicazioni. È come se WeChat, definita spesso come una “super app”, fosse l’unione di tutte le principali applicazioni che conosciamo e usiamo quotidianamente qui in occidente. Grazie ad essa anche gli stessi modi di relazionarsi sono cambiati, per esempio sono state quasi abbandonate le email e i biglietti da visita, da sempre fondamentali nello stringere rapporti commerciali in Cina. WeChat, inoltre, dispone di un sistema di pagamento cashless chiamato WeChat Pay (il più utilizzato insieme ad Alipay) che permette di pagare qualsiasi cosa, dalla bottiglietta d’acqua nel negozietto sotto casa, al computer nel megastore. Attivando WeChat Pay si attivano, inoltre, numerose funzionalità aggiuntive che consentono di pagare le bollette, prenotare i biglietti per l’aereo e per il treno, taxi e anche cercare casa; è possibile, inoltre, ordinare cibo da asporto e persino avviare le pratiche per il divorzio. Si tratta di un’applicazione in grado di soddisfare tutti i bisogni e le necessità della vita quotidiana dei cinesi. Dal 2018 WeChat può anche essere utilizzata come carta d’identità digitale del cittadino. Quest’ultimo potrà usarla per certificare la propria identità in qualsiasi ambito, dalle prenotazioni di alberghi sino all’accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione. È praticamente impossibile incontrare qualcuno in Cina che non utilizzi WeChat. Avendola utilizzata anche io ogni giorno, nei miei anni di vita trascorsi in Cina, posso confermare che è di una comodità incredibile, molto più pratica ed immediata di tutte le applicazioni che usiamo qui.”

Con la pandemia di Covid-19 i governi dei vari Paesi hanno introdotto diverse misure di controllo per contenere la diffusione del virus. I cittadini hanno fatto un largo utilizzo delle applicazioni di contact-tracing, come Immuni. Tramite il tracciamento dei contatti, l’applicazione avvisa gli utenti che hanno avuto un’esposizione a rischio, anche se sono asintomatici. Identificare e gestire i contatti dei casi confermati di Covid-19 permette di individuare e isolare rapidamente gli eventuali casi secondari e interrompere così la catena di trasmissione. In Cina le misure di monitoraggio hanno incluso anche altri metodi che possiamo definire più rigidi o, a seconda dei punti di vista, più invasivi, come il riconoscimento facciale o il codice sanitario, che in molti casi prevedevano il controllo e la restrizione degli spostamenti individuali. Davide, potresti fornirci una panoramica di questi strumenti adottati?

“Quella del Covid-19 è stata la prima emergenza sanitaria globale nell’epoca dell’intelligenza artificiale e ha mostrato due aspetti importanti della tecnologia in Cina: un forte controllo sulla popolazione, la cui privacy viene spesso calpestata, e l’effettiva utilità e potenza nel gestire e facilitare non solo la vita quotidiana del cittadino, ma anche emergenze di enorme portata. In poco tempo le compagnie telefoniche cinesi e alcune applicazioni hanno sviluppato dei sistemi grazie ai quali le persone hanno potuto controllare se, nel corso dei propri spostamenti, avevano avuto contatti con persone infette. China Mobile, uno dei principali operatori telefonici del Paese, ha comunicato ai suoi utenti che avrebbero potuto controllare i loro esatti spostamenti negli ultimi 30 giorni. Anche in questo caso rispetto ad Immuni, un’applicazione scaricata da un numero di persone non sufficiente a diventare uno strumento effettivamente utile, in Cina la maggior parte delle persone ha accolto fin da subito l’invito, fatto anche dal governo, a munirsi di questi strumenti. Inoltre, la pandemia in Cina si è rivelata essere un’ottima occasione per le aziende Hi-Tech per raccogliere una grandissima mole di dati e informazioni sui cittadini, dati che in Cina sicuramente già non mancavano. Diverse aziende che lavorano nel campo del riconoscimento facciale hanno sviluppato sistemi per individuare e identificare persone con la febbre o sprovvisti di mascherina in luoghi pubblici. È successo più volte che alcune persone, isolate a casa in quarantena, siano poi uscite lo stesso e immediatamente riconosciute grazie all’utilizzo del riconoscimento facciale. Anche altri tipi di tecnologie, come quella dei robot negli ospedali per la disinfezione o la consegna dei pasti, hanno contribuito a facilitare il lavoro al personale medico e infermieristico.”

Davide, abbiamo parlato di riconoscimento facciale e videosorveglianza, non possiamo non citare il famoso (o famigerato) Sistema di Credito Sociale, ossia l’iniziativa creata dal governo cinese al fine di sviluppare un sistema nazionale per classificare la reputazione dei propri cittadini. Cosa puoi raccontarci a tale proposito?

“Il Sistema di Credito Sociale è stato annunciato per la prima volta dal Consiglio di Stato nel 2014, ma le prime bozze risalgono già agli anni novanta. È un piano globale del governo cinese per utilizzare le nuove tecnologie, appoggiandosi alla velocità di calcolo garantita dal 5G, al fine di monitorare, guidare e controllare 24 ore su 24 il comportamento dei vari attori del mercato e dei cittadini. I diversi dati raccolti vanno a determinare, tramite un punteggio a crediti, il livello di affidabilità di un cittadino o di una determinata azienda, creandone un profilo specifico. In base a tale profilo, ovvero al proprio punteggio, è possibile o meno usufruire di certi servizi forniti dallo Stato o dalle aziende. Se si arriverà ad avere un punteggio basso non sarà più possibile per il cittadino in questione acquistare un biglietto di un treno, per esempio, o godere di certe offerte commerciali.
In realtà, il sistema dei crediti sociali è estremamente complesso, non ancora ultimato e per molti aspetti ancora in fase di sperimentazione. A Shanghai, Pechino ed altre numerose città sono già stati fatti alcuni esperimenti, per esempio sono stati proiettati su degli schermi posizionati vicino agli attraversamenti pedonali i volti di coloro che non rispettavano le regole del traffico o che utilizzavano in modo inappropriato il clacson. Questo può essere molto pericoloso, in quanto è ovviamente il governo centrale a determinare quale atteggiamento è appropriato e quale non lo è. In Cina, prima di adottare politiche a livello nazionale vengono spesso attivati dei progetti pilota in alcune città o in alcuni quartieri. L’efficacia e l’accoglienza da parte della popolazione ne determinano il successo o il fallimento. Una decisiva applicazione del credito sociale per ora la si è vista sicuramente sul mercato, attraverso i crediti sociali aziendali, dove le aziende cercano assolutamente di non finire sulla black list del governo, con tutti gli enormi svantaggi che comporta.”

Esulando un po’ dal tema tecnologico, approfondiamo il concetto da un punto di vista sociologico, che è sicuramente interessante e comunque ad esso strettamente collegato. Come reagisce la popolazione cinese a strategie di questo tipo? Semplicemente le accettano oppure come le vivono?

“Sono particolarmente contento che tu mi abbia fatto questa domanda. Spesso è molto difficile, infatti, per noi occidentali riuscire a capire una cultura e un approccio alla società così diverso dal nostro; i pregiudizi che abbiamo verso questo mondo sono ancora molti. Mentre la società occidentale è fortemente individualista, in Cina l’individuo è subordinato alla società. Questo è un concetto profondamente radicato nella cultura e nella mentalità cinese. Per capire a fondo il pensiero dei cinesi bisognerebbe avvicinarsi agli insegnamenti confuciani, studiati nelle scuole in Cina da duemila anni e che sono ancora oggi la base portante della società. Uno dei principi fondamentali tramandati da questi insegnamenti è quello dell’armonia, nella mente del singolo individuo e nella società in cui vive. Questa viene realizzata tramite l’istruzione (e la meritocrazia), la pietà filiale (o più in generale il duplice rapporto tra coppie di figure centrali a livello sociale come genitore/figlio, insegnante/studente, governatore/suddito, eccetera) e soprattutto per mezzo delle regole. Confucio li chiamava “riti” e arrivano a comprendere le abitudini, le leggi e le pratiche sociali che fanno da collante alla società. Certe rinunce, che alle nostre orecchie suonano come gravissime violazioni della privacy e della libertà, i cinesi le vedono invece come qualcosa di necessario per contribuire all’armonia sociale, il cui primo nemico, il caos, è dato proprio dall’assenza di regole. Il compito di ogni persona, in qualità di cittadino ed elemento di una società, è contribuire all’equilibrio della stessa, senza mettere i propri interessi personali davanti a quelli sociali. È proprio nel nome di questa “società armoniosa”, uno degli slogan principali promossi dall’ex presidente Wen Jiabao e dal suo primo ministro Hu Jintao, che spesso vengono promulgate le nuove leggi. Esistono ovviamente anche voci contrastanti, persone che sono in disaccordo con le politiche del Partito, ma spesso tramite una forte censura del web e dei media non hanno modo di fare sentire la propria voce. In realtà anche degli stessi insegnamenti confuciani, così criticati in epoca maoista dove la tradizione era vista come la causa dell’arretratezza della Cina di allora, il governo riprende e si fa portavoce solo di alcune parti, quelle che ovviamente sono utili per legittimarsi agli occhi della nazione. Nella Cina di oggi possiamo vedere due colonne portanti: lo sviluppo scientifico-tecnologico e un’esaltazione dell’identità cinese, spesso posta in netta opposizione a quella occidentale, basandosi sulla tradizione e sui valori confuciani. Xi Jinping è stato il primo segretario generale del Partito comunista cinese a commemorare pubblicamente il compleanno di Confucio.”

Davide, grazie per questo approfondimento. Riprendiamo il tema del riconoscimento facciale, a cui è connesso anche quello dei pagamenti in Cina. Nel nostro Paese, per incentivare l’uso delle carte e dei metodi di pagamento tracciabili, il governo Conte aveva attivato il cashback di stato, ossia un rimborso del 10%, fino ad una soglia massima di 150 euro semestrali, per i cittadini che avrebbero effettuato pagamenti non in contanti, ma tramite carte di credito, bancomat, bonifici bancari e applicazioni (come Apple Pay, Samsung Pay o Satispay). L’iniziativa è poi stata sostituita dal governo Draghi con il Bonus Bancomat, che interessa invece soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professioni, ossia ai titolari di Partita Iva che cedono beni o erogano servizi a favore dei consumatori finali e che acquistano, noleggiano o utilizzano dispositivi che consentono le transazioni con carta. L’obiettivo resta tuttavia lo stesso. Situazione completamente diversa da quella della realtà cinese, in cui sembra che non esistano più nemmeno le carte di pagamento. Corretto Davide?

“Esatto, in Cina è sempre più raro vedere qualcuno che paga in contanti o con le carte di pagamento. Tutti utilizzano il proprio smartphone per pagare, principalmente tramite due applicazioni che si possono collegare direttamente al proprio conto bancario: Alipay e WeChat Pay. Si può parlare a tutti gli effetti di una vera e propria cashless society. Anche prendere un taxi può essere complicato se si hanno a disposizione solo dei contanti; è molto probabile che l’autista si rifiuti di erogare il servizio e sono sempre più numerosi i taxi che accettano solo pagamento cashless.
Mentre la modalità principale con cui avvengono questi pagamenti è tramite la scansione di QrCode, si stanno diffondendo sempre più rapidamente i pagamenti tramite il riconoscimento facciale, in cui basta avvicinarsi con il volto per dare il via al pagamento. Nonostante i primi dubbi iniziali, anche questi ultimi si sono rivelati essere molto sicuri e pratici. Per farvi capire quanto sia utilizzato il pagamento tramite telefono in Cina vi racconto un episodio a cui ho assistito personalmente: gli stessi mendicanti ormai, mentre all’inizio seguivano le persone con una ciotolina o una tazza in cui riponevano le monetine, adesso girano con un QrCode, stampato su un foglietto o direttamente sul telefono, da scansionare per ottenere la donazione di qualche yuan. Ricordo che nel 2016, mentre giravo un sabato pomeriggio in uno dei quartieri più frequentati di Pechino, ne vidi ben tre nell’arco di un paio d’ore. Mi resi conto che le cose stavano davvero cambiando alla velocità della luce e che in Cina questi cambiamenti sembrano prendere piede in modo molto naturale e con grande rapidità. In Italia siamo molto in ritardo da questo punto di vista; in alcuni posti, per esempio, non vengono ancora accettate le carte di pagamento che in diversi Paesi, tra cui appunto la Cina, sono già superate.”

Torniamo al tema che abbiamo accennato all’inizio sul rapporto tra le varie generazioni e la tecnologia. Risale ad un paio di mesi fa la notizia che la Cina vuole limitare l’utilizzo dei videogiochi online a tre ore alla settimana per i minorenni, al fine di combatterne la dipendenza. I videogiochi hanno una diffusione enorme nel Paese: li usa circa la metà della popolazione (si parla di 665 milioni di persone), creando il più grande mercato al mondo che rappresenta un settore sempre in crescita, con il conseguente giro d’affari che ne deriva. Davide, puoi dirci qualcosa in più su questo argomento?

“Come hai sottolineato, in Cina, quello videoludico è un mercato enorme e i videogiochi più utilizzati sono decisamente quelli su smartphone, mentre è molto meno diffuso l’utilizzo delle console. Questo anche perché nel 2000, tre mesi dopo il lancio della PlayStation 2 (della giapponese Sony), il governo aveva vietato la vendita di console casalinghe, con un blocco durato quindici anni. Mentre la maggior parte dei gamers sono di età giovane, è da notare come questa pratica sia diffusa ampiamente anche tra gli adulti e gli over 50.
Negli ultimi mesi il governo ha definito i videogiochi “oppio dello spirito”, limitandone l’utilizzo a tre ore a settimana ai minorenni (una per ogni giorno del weekend), ma già nel 2019 aveva vietato, sempre ai minori, di giocare ai videogiochi tra le 22 e le 8 del mattino e per non più di 90 minuti nei giorni feriali. La preoccupazione principale del governo è che i giovani si allontanino dallo studio e dagli importanti valori cinesi a causa di questa forte dipendenza. Essa porta spesso grossi problemi alle famiglie: i figli, infatti, spendono fortune nei pagamenti online sulle piattaforme videoludiche. A causa di ciò, i videogames vengono visti dal governo, soprattutto quando causano dipendenze, un ostacolo all’armonia non solo sociale, ma anche familiare. Le restrizioni degli ultimi periodi hanno avuto un duro colpo sulle case sviluppatrici, ma allo stesso tempo hanno spinto queste ultime ad investire fortemente in Europa. Tencent, enorme società cinese che, con oltre 20 miliardi di dollari di fatturato, rappresenta oggi il più grande player dell’industria mondiale del videogioco ha chiuso nei primi sei mesi del 2021 ben 16 accordi commerciali in Europa (nel 2019 erano stati solo quattro).”

Davide, ti ringraziamo per questa interessante intervista.

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