HomeAttualitàDidattica virtuale, preparazione reale? Dalla focaccia scolastica alla demonizzazione della Dad il passo non è breve

Didattica virtuale, preparazione reale? Dalla focaccia scolastica alla demonizzazione della Dad il passo non è breve

Questa cosa della rivolta contro la didattica a distanza, nevvero, è abbastanza stupefacente. Dopo migliaia di anni in cui gli studenti pur di non restare imprigionati in aula lungo tutto il corso delle borsose lezioni avrebbero svendute le anime al diavolo; dopo decenni in cui i genitori si lamentavano della fatica di dover portare a scuola i figli e i docenti dell’insensatezza di doverli custodire, che loro non erano secondini ma bensì insegnanti e che non spettava certo a loro l’onere della responsabilità dei pargoli che non fosse quello della preparazione; dopo qualche lustro in cui ci siamo tutti resi conto che, per far girare il motore della società, i figli andavano pur parcheggiati da qualche parte, nel frattempo – stessa sorte speculare destinata agli anziani: soggetti improduttivi e bisognosi di cure, troppo giovani, troppo vecchi e troppo non umani, quali gli animali da compagnia, ebbene, ora tutti sono concordi e sulla stessa linea: dietrofront, la Didattica a Distanza non s’ha da fare. L’esperienza col Covid – prendiamola, se siamo furbi, come un anticipo del mondo che verrà e facciamone tesoro – ha aperto un vaso di Pandora per molti versi insospettabile.

Ci saremmo aspettati, sinceramente, che alcune fasce avrebbero opposto resistenza al fenomeno, e altre no. Dalla parte dei resistenti, certamente, i genitori, costretti non solo a dover fare i salti mortali per tenere i figli in casa: la società di una volta, quella in cui uno dei soggetti (leggi: lei) stava a casa a gestire la prole e l’altro (leggi: lui) usciva e conquistava il pane, da cui il termine ormai desueto “breadwinner”, è ormai scomparsa da tempo e lavorare tutti, oltre ad essere necessario per molte famiglie per potersi sostenere, è anche diventato una necessità psicologica, una specie di sostituto simbolico dell’autonomia e dell’autorealizzazione. Poco importa che questo non sia affatto vero nella stragrande maggioranza dei casi: ormai si vive la perdita del lavoro né più né meno come un lutto, a prescindere dalla reale situazione economica. Poi c’è quel particolare fastidioso rappresentato dal fatto che i figli so’ sì piezz’e core, ma quanto rompono; molto più riposante l’ufficio che non la gestione dei fastidiosi sacripanti, peggio che mai se abbisognano di sostegno didattico, come ormai ci siamo tutti rassegnati a portare al sangue del nostro sangue. E se la lezione ti insegue fino in casa, il supporto alla scolasticità, che prima si limitava ai compiti, ora si estende a tutto l’arco delle lezioni, ricreazione compresa. Insomma: comprensibile, il parcheggio è molto comodo, se non necessario.

Da parte degli insegnanti, invece, ci saremmo aspettati ragionevolmente un sospiro di sollievo, in luogo di questa levata di scudi quasi totale. Cosa è successo? Non è del tutto chiaro, e il muro della contestazione non è davvero monolitico. C’è chi si lamenta perché la propria professionalità è sminuita, e si sente offeso perché la sua presenza non è considerata più utile di un video registrato. C’è chi fatica a tradurre le lezioni ormai da tempo impostate in un certo modo in altra modalità, che la traduzione in un differente mezzo non è mai stata immediata: comprensibile. C’è chi adduce tante diverse ragioni, ma in realtà l’unica cosa che paventa è la perdita del controllo: copieranno? Non copieranno? Si metteranno le dita nel naso a camere spente? Mi fanno le boccacce in chat privata a mia insaputa? Leggono i bugiardini durante i compiti in classe? Domani mi rimpiazzeranno con un Bimby? Tra questi, una importante frazione è composta da quanti si sentono, semplicemente, inadatti all’utilizzo di mezzi coi quali hanno pochissima dimestichezza; si rinnovano gli scenari della catastrofe della LIM e affini, con docenti formati a teorie didattiche e comportamenti del secolo scorso abbandonati sul pianeta Tecnologia, e la considerazione, poco sorprendente, è che in Italia l’analfabetismo digitale è ubiquo, a prescindere da mestiere, posizione sociale e grado di istruzione.

Infine, sicuramente i più sorprendenti sono gli studenti, che se pure hanno dovuto salutare per un bel pezzo le relazioni sociali delle quali è composta la vita in classe – giovani virgulti stroncati prima che le prime esperienze di limonaggio e bullismo potessero prendere forma e consistenza – d’altro canto ci hanno guadagnato in manicaretti, sonno e tanto meraviglioso rincoglionimento con le meraviglie dell’inutile che un intero mondo digitale può oggi offrire anche al più esigente dei moderni fancazzisti. Capiamo la voglia di tornare a respirare sudore e gesso, capiamo anche l’ansia per un futuro che li trovi scarsamente preparati, un domani, a cagion di mezzi impoveriti ed impropri (chi poi abbia loro e per quali motivi trasmesso questa ansia, e in ragione di cosa, sarebbe materia di altri lunghi articoli magari). Ma che si incatenino davanti alla scuola per doverci tornare, ecco, ci sembra decisamente contro natura, abbiate pazienza.

Comunque sia, ci sembra che le obiezioni poste troppo spesso non abbiano se non poco, o nulla, a che fare con l’effettivo esercizio della didattica. Partiamo da un dato cruciale: la didattica in presenza, sortisce effettivamente risultati migliori a livello di preparazione? La risposta certa e univoca fornita con chiarezza da tutte le ricerche in merito è un deciso e secco: no. La qualità di informazioni che passano, la preparazione dello studente, sono esattamente alla pari. Con un importante distinguo: per ragioni ancora da chiarire, gli studenti buoni non manifestano problemi, mentre quelli da sempre considerati peggiori – scarsamente motivati e motivabili, disattenti, indisciplinati – per qualche motivo tendono a raggiungere risultati paragonabili ai loro colleghi migliori. Probabilmente, la DAD elimina un gap socio relazionale che, da tanti rimpianto, deve avere evidentemente anche parecchi lati oscuri e poco valutati. D’altro canto, tra abbandono scolastico endemico, appiattimento culturale, assenza cronica di preparazione scientifica, dissoluzione di quella umanistica, non ci sembra che la didattica sin qui vista sia qualcosa a cui dover per forza tornare, come se si trattasse di un’isola di felicità e sicurezza. Probabilmente, il problema quindi non sta tanto nel mezzo utilizzato, quanto nella didattica stessa se le cose non funzionano. E’ innegabile che per un insegnante possa essere fastidioso e frustrante dover cercare il contatto laddove sembrano ergersi muri impenetrabili: c’è il lato umano, da valutare, c’è la dinamica dell’autorità – sarebbe meglio dell’autorevolezza, ma è certo che spesso i ruoli portano con sé dinamiche di sostegno dell’ego cui poi è facile abituarsi, e trovarsene spossessati è duro. Poi c’è certamente un lato squisitamente tecnico da discutere: mezzi inappropriati, perdita di trasmissione, ritardi comunicativi, immagine che va e che viene, tutto frutto di infrastrutture coltivate da giardinieri politici che fino a ieri (ma anche oggi, non crediate) pensano che la linea ultraveloce serva solo al porno, o ai cinesi per spiarci e che i costi non siano giustificati da potenziali risultati (idea molto cretina, come si vede, perché anche solo al livello attuale di utilizzo, e siamo solo all’inizio di una nuova era, si soffre chiaramente la mancanza di mezzi). Ma anche, e soprattutto, lezioni povere in se stesse, che già erano inadeguate secondo ogni teoria didattica moderna, appartenendo più al mondo della conferenza che a quello dell’insegnamento, refrattarie ad ogni consiglio della psicologia e della pratica di cent’anni di sperimentazione: altro che Montessori, altro che Reggio Approach.

Il problema, in realtà, è composto di due livelli diversi di difficoltà crescente. Il primo livello è quello della traduzione: per quanto una lezione possa essere ottimale, in presenza, non è detto che la si stia trasponendo nel modo più adatto a distanza. E’ proprio un problema di traduzione da un mezzo all’altro: il migliore degli insegnanti, il migliore dei programmi, senza una adeguata trasformazione otterranno il risultato di un mediocre corso di formazione online. Qui è necessario intervenire con molta intelligenza, perché non è una cosa così semplice: altrimenti avremo una cosa tipo uno che legge un libro per un programma radiofonico, e dopo mezz’oretta di ascoltatori attoniti che sentono solo lo sfogliare di pagine – sfrush, sfrush, sfrush, il finale: abbiamo letto per voi “I Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni. Bravi, eh, ma dovevate farlo in modo che anche a noi arrivasse qualcosa. E’ ora di ripensare i compiti in classe, gli orari, la struttura delle lezioni, i libri, le esercitazioni, gli interventi, l’uso della voce. Certo: un gran lavoraccio, si fa prima a sperare di tornare tutti in classe al più presto e che queste cose, che comunque è ovvio che sono il futuro, siano cazzi dei prossimi che verranno, noi per fortuna saremo già in pensione, si leva il fumetto dalle teste di vetusti insegnanti di trenta, trentacinque anni con altrettanti anni di lavoro davanti.

Il secondo livello è, se possibile, ancora più insidioso, e parla, al di là delle tecnologie dei mezzi di comunicazione – perché di questi finora si è parlato, che classe, banchi, voce, cancellino, lavagna, computers, LIM, etere, radio, web, sono solo mezzi di comunicazione, e null’altro – del senso vero di una didattica come quella attuale, e se non sia il caso di riformarla completamente. Anche in questo caso, la risposta di ogni e qualsiasi studio in merito negli ultimi cinquant’anni è univoca e chiarissima: SI’. Mentre noi ci spuppoliamo sull’esigenza del ritorno a tutti i costi in classe – esigenza della quale si legge con estrema chiarezza il fondamento, molto prima che non funzionale, politico, di immagine, altrimenti col cavolo che stavamo qui a disquisirne – Sir Kenneth Robinson ci insegna (insegnava: è morto in questo agosto) come, in un mondo in cui la creatività è la miglior moneta spendibile, la scuola sia viceversa la fucina nella quale questa si spegne per uniformare tutti alla stessa esigenza, adulti funzionali allo scopo della produttività eterodiretta. Chomsky, che ancora mentre scriviamo sta benissimo, denuncia la distruzione sistematica dell’istruzione ad opera della corrente neoliberista. Eddy Zhong dimostra come la scuola renda i ragazzi meno, e non più, intelligenti. Wendy Troxel svela l’impatto fisiologico sugli adolescenti degli orari e turni programmati, totalmente antigienico e disfunzionale. Sugata Mitra ci fa vedere come, togliendo gli insegnanti e costruendo sistemi di apprendimento condiviso, con un minimo di scaffolding, gli studenti imparino meglio, più rapidamente e con maggiore efficacia. Una pioggia, un diluvio incessante di dati, di ricerche, di evidenze che mostrano come la nostra scuola – e non solo nel nostro Paese, sia chiaro – produca insoddisfazione, appiattimento, stress, omologazione, preparazione scarsa e superficiale a mestieri che spariranno prima della fine dei corsi di studio, abbandono scolastico – specialmente nei maschi, che sono poi gli unici che, per motivi anche qui di impostazione culturale, sono i soli che porterebbero avanti gli studi tecnico scientifici. Siamo partiti da Maria Montessori e da Loris Malaguzzi, ragioniamo su di una continuità delle meravigliose logiche didattiche e pedagogiche infantili per poi approdare ad una uniformazione al basso? Ma cosa diavolo stiamo realmente proteggendo?

Nessuno – nessuno con un po’ di sale in zucca – intende portare una critica in toto al mondo dell’insegnamento, intendendo questo, anziché come una macchina, come un corpo vivo di intelligenze, di passioni, di impegno in cui tutti giorno dopo giorno si interrogano sul senso e sulla efficacia di pratiche che giorno dopo giorno, strette tra la ipocrita e illusoria messa cantata delle autonomie didattiche e le logiche stringenti dei diktat ministeriali sui programmi desueti e sempre più capricciosi, tra soldi che mancano, personale che invecchia e che non viene ricambiato, contratti farlocchi, scelte amministrative degne di un sogno allucinatorio, giorno dopo giorno cercano di ritagliare risultati decenti, di cui non vergognarsi prima di andare a letto. Con tutto ciò: è evidente che la DAD non possa essere la soluzione a tutto; forse però è uno strumento che, in questo panorama desolante, può essere messo a buon frutto. Evitando impossibilità logistiche, livellando baratri di differenza di censo e di supporto, fornendo reti di condivisione, supportando stimoli altrimenti inarrivabili. Quanto alla supposta inefficacia del mezzo: se il Maestro Manzi, negli anni ’60, riusciva a portare alla laurea gli analfabeti per mezzo di risicate trasmissioni televisive in bianco e nero, forse possiamo chiudere qui, senza procedere oltre con le figuracce, la critica per principio alla didattica a distanza, nel 2020.

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