HomeAttualitàDalla Birmania all’Emilia: Aung San Suu Kyi visita la “sua” Parma

Dalla Birmania all’Emilia: Aung San Suu Kyi visita la “sua” Parma

Aung San Suu Kyi riceve il sigillo di Parma

Aung San Suu Kyi riceve il sigillo di Parma

Due cittadinanze e una laurea honoris causa. Erano state attribuite anni fa, ma sono state consegnate appena ieri (a Bologna) e oggi (a Parma). Il ritardo è dovuto a un disguido non di poco conto: la premiata, Aung San Suu Kyi (Premio Nobel per la Pace 1991, ritirato nel 2012), è libera di girare per il mondo solo da poco. Gli ultimi anni li ha passati per lo più agli arresti domiciliari, con l’accusa infamante di battersi per la democrazia. E questa sua storia, nell’ultimo quarto di secolo, è la storia del suo paese: la Birmania.

“La verità è testarda” recita un detto dell’Indocina. E di testardaggine – ma a noi piace chiamarla pazienza – ne ha avuta tanta Aung San Suu Kyi, più di quanta la gran parte di noi figli dell’Occidente potremmo mai sperare di avere in una vita intera. Basti pensare alle vessazioni e restrizioni della libertà impostele dalla dittatura militare birmana per tentare – senza successo – di schiacciare un’avversaria troppo tenace e troppo popolare.

Nella sua visita di questa mattina a Parma, la “Signora” (così amano chiamarla i suoi sostenitori) è stata accolta dalle note del “trionfo” dell’Aida. Un omaggio non casuale, visto che Aung San Suu Kyi è anche una grande appassionata della musica di Giuseppe Verdi. Infatti, nella breve cerimonia che si è tenuta nell’aula gremita del consiglio comunale, oltre al sigillo della città e alla cittadinanza onoraria attribuitale nel 2007 le è stato consegnato il certificato di nascita originale di Giuseppe Verdi.

Il Nobel per la Pace ha iniziato con un “buon giorno a tutti” in italiano ed ha parlato brevemente in inglese trattando diversi tempi di estrema attualità a partire dall’integrazione per passare alla disoccupazione giovanile, facendo un appello alla “comprensione e all’intesa spirituale”, senza dimenticare i tanti problemi di un paese come la Birmania che sta faticosamente uscendo da una dittatura cinquantennale.

Aung San Suu Kyi ha detto di essere particolarmente felice di avere rivisto la senatrice Albertina Soliani e molte persone che le sono state vicine in passato. “La città è davvero stupenda, ma mi hanno colpito soprattutto il calore e l’accoglienza ricevuti”. Infine, un semplice “mille grazie”, sempre in italiano.

Le note del “Va’, pensiero” hanno accompagnato la Signora nel suo congedo sotto i portici del Grano. Da lì è ripartita per l’Auditorium Paganini, dove ha incontrato i ragazzi delle scuole della città.

La gentilezza e la pazienza, spesso, nascondono una grande forza che non fa mostra di sé se non nei momenti cruciali. Una forza ben percepibile, dietro l’apparenza di un corpo minuto e di un sorriso timido, in ogni parola e in ogni gesto di Aung San Suu Kyi.

Qualcuno ricorderà ad esempio la frase rivolta una decina di anni fa ai suoi sostenitori da dietro il cancello della sua casa – prigione e portata in giro per il mondo da una canzone degli U2. Tradotta in italiano, suona più o meno così: “C’è una lunga strada da percorrere. E potrebbe essere molto, molto dura. Quindi per favore, non fermatevi”. Da oggi, un breve tratto di quella lunga strada passa anche da qui.

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