HomeAttualitàDal Cancel Culture al Minculpop: il pensiero unico è sempre più unico e diffuso e miete vittime a più non posso

Dal Cancel Culture al Minculpop: il pensiero unico è sempre più unico e diffuso e miete vittime a più non posso

Se vi avessero detto, solo pochi anni fa, che le etichette contano più degli oggetti che vanno a prezzare, probabilmente vi sareste messi a ridere. Eppure, a ventunesimo secolo già piuttosto inoltrato, è ovvio che il sorpasso, a destra e senza freccia, si è finalmente ed irrevocabilmente compiuto. Viviamo in un mondo in cui gli slogan hanno preso più piede che non durante il Magico Ventennio, e ci ritroviamo sommersi in un sistema fatto perlopiù di affermazioni basate sul nulla che poco a poco diventano comodi slogan da ripetere a pappagallo, poi etichette, e infine contribuiscono a creare una realtà culturale nella quale si pretende le cose debbano andare esattamente come vengono descritte, ormai non si sa neppure bene da chi, perché l’uso dei luoghi comuni di cui sopra è ormai diventato di pubblico dominio. E sono idee, si guardi bene, spesso partite con intenti positivi, e che hanno sempre almeno una parvenza di credibilità o di spendibilità a livello umano e sociale, cosicché poi per abbatterle ci voglia una fatica enorme, a prezzo anche di critiche feroci; critiche verso le quali, forti del furor di popolo, si sono corazzate.

Prendiamo ad esempio uno dei fenomeni che si stanno ferocemente affermando in questo ultimo periodo: la cosiddetta Cancel Culture, termine che va a descrivere quella deriva antropologica per la quale è non solo positivo, ma anche lecito, e anzi meritevole, seppellire sotto la valanga dei cocci (l’ostracismo nella sua etimologia più classica) qualunque manifestazione del pensiero non sia in linea con quanto sia stato precedentemente dichiarato giusto e buono. Che noi, memori di qualche anno di più di quanti non fossero registrati a partire dall’Anno Zero dell’Era Social Network, avremmo ingenuamente definito: censura, parola che portava con sé tutto un trascorso di Minculpop, di televisioni in bianco e nero, di cacce alle streghe, di roghi di libri e tanto altro, dai tagli alle cosce delle donnine nei cartoni animati alle riduzioni per famiglie dei classici della letteratura; situazioni con le quali, bene o male, abbiamo sempre convissuto e che, fino a quando non ne eravamo i destinatari diretti (i bersagli designati) non ci sembravano neanche tutta questa gravità. Perché è diverso essere il fruitore di un mare magnum del pensiero che non si accorge che una postilla è stata eliminata come non fosse mai esistita, dall’essere magari quello che l’ha stilata e si trova esiliato dall’oggi al domani se va bene senza poter essere ascoltato, se va male senza lavoro e magari pure bacchettato (varie declinazioni del).

Ora, che “Cancel culture” sia una contraddizione in termini, proprio per i motivi di cui sopra appare chiaro solo a chi abbia un quadro prospettico un po’ più ampio, diciamo un campo lungo; per tutti gli altri, l’eliminazione di qualcosa di potenzialmente negativo, e magari il non sapere nemmeno che l’autodafé è avvenuto, sarà semplicemente, al massimo, una nota a margine, priva di impatto. O addirittura qualcosa cui plaudire: in fondo, perché mai negarsi un po’ di sana eugenetica del pensiero, quando mira alla costruzione di qualcosa di migliore?

Ecco; questa è precisamente la domanda che ci facciamo da diversi decenni. E se qualcosa vi appare storto, nella frase precedente, è proprio quella parola, “eugenetica”, che è stata così lungamente associata a spaventosi crimini che oggi non può più essere utilizzata nemmeno in situazioni neutre o scientifiche, proprio perché latrice di un tale carico negativo che si usa girarci attorno, con estremo imbarazzo. Eppure, ogni volta che si decide, o si desidera, eliminare un portato culturale non si fa altro che questo: una operazione di eugenetica del pensiero.

L’altra domanda che tutti dovrebbero farsi, è diretta discendente da questa: chi decide, e su quali basi, cosa sia oggettivamente meglio? Perché pensavamo che concetti quali “comune senso del pudore” fossero non diciamo superati, ma comunque oggi arricchiti di una comprensione tale per cui si arrivasse a capire che non è possibile non offendere proprio nessuno; e se ci sono pratiche e idee che ci si sforza di consegnare alla Storia, e solo ad essa, o a contesti che si desidera (si spera) non siano il nostro (NIMBY), è anche vero che il nostro tempo, al di là del riconoscimento di pratiche criminali che un tempo non erano considerate tali, si è sempre sforzato di portarsi avanti nel riconoscimento delle libertà massime, private e pubbliche, della sfera del pensiero, e dell’azione che da esso possa derivare. Tutte belle parole sulle quali Gaber, nella sua canzone sull’Idea, aveva già posto la pietra tombale, s’intende: però un bel traguardo ipotetico, ideale, da tenere presente in un lontano orizzonte di senso.

Ora, dovrebbe essere ormai chiaro che se chi decide è la maggioranza, siamo completamente, assolutamente, definitivamente fregati. Non che noi si abbia qui una soluzione maggiore, sia ben chiaro, e non che noi si voglia mettere in discussione l’idea di democrazia come potere derivante dalla conta del maggior numero di voti – anche se ce ne sarebbe un bisogno estremo. E’ solo che a ben vedere, ed è un vedere molto facile, questa cosa non è altro che la riedizione in termini appena calzati e vestiti della forza maggiore che prevarica sulla ragione e sulle forze minori; cosa che, abbandonando (purtroppo, grave errore) i riferimenti storici e politici del preciso contesto oggi sposiamo con grande immediatezza all’idea di fascismo. Perché, ed è naturale, dalla volontà alla decisione all’imposizione, il passo è breve. E se oggi ci fa ridere una Cancel Culture che ostracizzi gli Aristogatti perché il gatto siamese è rappresentato in maniera stereotipata in un modo che potrebbe offendere gli orientali, in Dumbo appaiono stereotipi razziali sui neri (si badi bene, razziali non è sinonimo di razzisti), Hattie Mc Daniel parla con un birignao offensivo per gli afroamericani in Via col Vento e addirittura quel gran porco sciovinista di Omero descrive scene di schiavitù, violenza e morte (celebre il caso a carico di #DisruptTexts), ecco, c’è il caso che dai e dai tutto questo raggiunga la massa critica, e non ci faccia proprio ridere un bel niente. Perché oggi si parte dai disclaimer posti nei prodotti di massa, domani, si arriva al taglio e alla riduzione e alle mutande di Braghettone, quando non ai suoi colpi di scalpello, che oggi consideriamo un abominio artistico e culturale ma all’epoca Papa Pio IV ci metteva su dei bei soldi, e chi non era d’accordo, eran cazzi amari.

Voi avreste mai pensato che ne “Il silenzio degli innocenti” si celasse un messaggio transfobico? Certamente, qualche trans in paranoia per ragioni sue ci sarà pure arrivato, a questa idea. Difficile però pensare, che Demme o Harris avessero creato così Buffalo Bill apposta per infliggere un colpo mortale al concetto della transessualità. Spingiamoci addirittura oltre: è chiaro che l’idea alla base era quella di creare un “mostro” davvero così “diverso”, da essere riconoscibile come tale nella sua alterità; e certamente la definizione di genere incerta e liminare avrà aiutato molto in tal senso, sempre per il famoso comune senso del pudore eccetera (eravamo, si prenda nota, nel 1991. Oggi, dopo l’avvento definitivo di Shonda Rhimes, se in un qualsiasi prodotto per il grande pubblico non c’è almeno un 30% di transessualità ci fa persino strano, tipo, ci sembra troppo quotidiano per essere un telefilm). Va confrontato, per usare lo stesso metro, con la quantità di volte in cui il serial killer, o il villain della vicenda, non ha alcuna sfaccettatura oltre una ben precisa carica eterosessuale da mostrare al mondo, spesso così chiara e monolitica da essere caricaturale – senza contare che il profilo dei serial killer, quelli veri, spesso parla di turbe dell’identità sessuale e di genere, e quindi forse, e diciamo forse, si pensava ad un realismo da mondo dei profilers. No?

No. Perché bisogna stare attenti a tutto, tutto quello che si dice. Content warning, trigger warning sono sempre in agguato: non sai mai chi potresti andare ad offendere con la tua esternazione. Dichiari che la pizza con l’ananas non ti piace? Immediatamente un settantenne di Vienna che ha fatto della pizza con l’ananas la sua ragione di vita piglia e cade in depressione. Ami Dostojewskji? Esce una che la apostrofavano con uno dei titoli più famosi tutti i giorni e ti lincia pubblicamente. Il fatto che così l’unica strategia possibile sia l’assoluto silenzio non sembra intaccare i sostenitori di questo genere di cose. Non aiuta neppure il fatto che Trump, completando l’equazione cancel culture = politically correct = tutto quello che non faccio io, si sia dichiarato molto contrario (pro domo sua) a questa deriva e, così facendo, abbia causato uno schierarsi ancora più netto a favore della stessa da parte di molti benpensanti della domenica, tantissima gente che non ha esattamente recepito, diciamo, la falsa silloge insita nel discorso dell’azzeccagarbugli.

Dove sta il problema maggiore? Dovrebbe essere ovvio, ma evidentemente, nonostante si faccia un gran parlare, perlopiù chiacchiere, di revisionismo, di negazionismo e quant’altro, sta nel fatto che le cose, per discuterne, bisogna conoscerle; e per poterle conoscere, bisogna che siano praticabili. Non ha senso un mondo in cui, ad esempio, non si parli del razzismo se questo esiste. Parlarne è il primo mezzo per comprenderlo, e per prendere le dovute contromisure. Se tu hai sottomano un film in cui le donne sono trattate come carne bovina e tuo figlio oggi lo vede, non ne esce devastato. Ne esce magari esterrefatto, perché non si aspettava una cosa simile (si spera). Sta a te adesso parlarne con lui e fargli notare quanto sia stato (indiscutibilmente) fatto e quanto ancora ci sia (indiscutibilmente) da fare. Se non metti mai gli occhi sul problema, non hai le coordinate di riferimento storiche, di contesto, come potrai mai fare a risolverlo? I problemi non se ne vanno da soli, bisogna vaccinarsi. Possibilmente, sospendendo, a proposito di contesto, i giudizi: perché all’epoca quello che stai vedendo magari era il sentire comune e non solo tollerato, ma anche benedetto dal comune senso del pudore. Se oggi fai stracci di Montanelli e della sua sposa bambina a noleggio, è perché te lo puoi permettere dal lato di una società profondamente cambiata. Giudicare lui un mostro e abbatterne la memoria rende conto non di quanto lui fosse una bestia, ma di quanto tu sia intollerante, incapace di contestualizzare e anche poco astuto nel non renderti conto che molto lavoro di Montanelli come giornalista e scrittore abbia contribuito a regalarti (nel vero senso della parola) un mondo dal quale tu puoi tuonare le tue critiche dal lato asciutto del fosso. Parlare delle cose, conoscerle, è il primo passo necessario verso un cambiamento profondo. Quello che la cancel culture, in ogni sua diramazione, rappresenta, non è altro che un nuovo e moderno tentativo di cacciare tutta la sporcizia sotto al tappeto, da cui poi qualche sfortunato, un domani (ma non tu, che hai le mani pulite) lo dovrà rimuovere, ormai incistato e fermentato oltre ogni misura.

Nick Cave a proposito della Cancel Culture si è espresso piuttosto seccamente, nel definirla l’opposto della pietà e la degenerazione del politicamente corretto. Nonché, anche qui abbastanza seccamente, come “la più infelice religione del mondo”, identificandone il contenuto deliziosamente iconoclasta a prescindere che ne è poi il vero motore immoto. A nulla è valso, così come a nulla è valsa la lettera aperta di 150 intellettuali di vaglio al proposito; tentativi bollati, sbeffeggiati ed etichettati come servili e retrogradi da molte direzioni di quella sinistra contemporanea che, nell’emozione di trovarsi davanti porta vuota e difensori assenti, non si sono resi conto di star realizzando un plateale, magnifico, eroico autogol.

Nessun commento

lascia un commento