HomeAttualitàCassa continua. Governo italiano miserere nobis, qui rischiamo il collasso

Cassa continua. Governo italiano miserere nobis, qui rischiamo il collasso

Siamo in tempi di passaggio: dall’emergenza sanitaria a una fase di necessaria nuova, imprevista, normalità, che non coinciderà con il dopo-virus, ma con il ‘durante-virus’, n tempo la cui durata sarà determinata dall’individuazione di vaccini o terapie efficaci.

La parola d’ordine sotto il profilo della salute pubblica non potrà quindi che essere prudenza. Ma sotto il profilo sociale non dobbiamo esitare nemmeno un istante. Dobbiamo mettere in campo, in fretta, tutti gli sforzi possibili per evitare che la crisi sanitaria diventi una catastrofe sociale. La protezione delle persone fragili passerà attraverso l’impegno di tutta la comunità. Passerà dalla capacità di sentirsi responsabili gli uni degli altri, facendo memoria della condizione di vulnerabilità che ci ha unito di fronte al virus. Non dovrà essere una questione “delegata” ai servizi sociali che continueranno, come stanno facendo, il loro preziosissimo lavoro. Ma assieme ai servizi, assieme alle istituzioni, assieme agli “addetti ai lavori” dovrà essere un’intera comunità a sentire su di sé la responsabilità di non lasciare indietro nessuno.

Se ci lasciamo prendere dagli egoismi la guerra contro il virus, combattuta nei nostri ospedali, diventerà la guerra col vicino combattuta nelle nostre vie, nei nostri quartieri, sui posti di lavoro. La fase due dovrà essere il tempo della solidarietà.

Tante, diffuse e in parte nuove sono le fatiche che molti reggiani dovranno affrontare e, in parte, stanno già affrontando. Il 50% delle richieste di aiuto raccolte dai servizi sociali in queste settimane sono di persone e famiglie che prima non erano conosciute; i buoni spesa che stiamo erogando per il 60% andranno a persone che prima della crisi non chiedevano aiuto; nei primi 3 mesi del 2020 abbiamo avuto un aumento del 30% dei trattamenti sanitari obbligatori, indice chiaro di fragilità in crescita. Un servizio che è cresciuto in queste settimane è il sostegno educativo domiciliare, perché le famiglie fragili, chiuse in casa, faticano ancora di più. Sappiamo che è in casa, tra le mura domestiche, che purtroppo avvengono fatti di violenza, soprattutto con vittime donne e minori.

Ancor più e ancor prima delle istituzioni saremo tutti noi, come cittadini, a dover essere sentinelle, orecchi attenti a cogliere la fatica di un vicino, di un collega, di un amico. Mani tese per offrire un sostegno. Se riusciremo ad essere una comunità solidale (e ci riusciremo perché in questo i reggiani sono speciali!), avremo bisogno, come mai in passato, di istituzioni pronte, flessibili e con risorse adeguate.

Qui non possiamo non lanciare un allarme. I Comuni saranno la prima linea della fase due. Non possono essere lasciati soli. Da soli hanno il destino segnato, un destino che si chiama default. Da nord a sud. Chi prima, chi dopo. Ma senza aiuti, tutti i Comuni italiani non reggeranno al 2020.

Abbiamo insistito per approvare il bilancio del nostro Comune il prima possibile per avere, il prima possibile, un quadro certo e chiaro dell’impatto della crisi. Le stime più fosche, diramate anche da Anci, danno scenari con un calo delle entrate tributarie per il mese di marzo e pari al 53% su base nazionale.

Per il nostro Comune la proiezione sul 2020 ci raffigurano scenari con riduzioni di entrate anche prossime al 10%, che tradotto in milioni significa dai 10 ai 13 milioni di euro in meno sul bilancio di parte corrente 2020. Un scenario insostenibile. Significherebbe tagliare servizi essenziali, ridurre il personale, privatizzare interi settori. E forse non basterebbe a evitare il crollo. Ed è esattamente il contrario di quello che dovremmo fare. Ovvero potenziare e ampliare tutti quei servizi che, assieme alla comunità, devono consentirci di non lasciare indietro nessuno.

Oltre i 2 milioni l’impatto di minori entrate per il nostro sistema educativo; tra i 5 e i 6 milioni le stime di minor gettito tributario; ancora da stimare l’impatto del crollo dei botteghini sui bilanci delle nostre istituzioni culturali. A questi vanno aggiunti i probabili maggiori costi per fronteggiare l’emergenza e per il ritorno al lavoro in sicurezza: per i dispositivi di protezione individuale stimiamo 1 milione di costi non previsti, solo per le mascherine stimiamo 400mila euro; infine ogni ipotesi di dilazione di pagamenti genera tensioni alle casse comunali che, se non supportate, rischiano di non metterci nelle condizioni di pagare gli stipendi ai dipendenti.

Bene ha fatto quindi Anci col presidente De Caro a chiedere 5 miliardi di risorse per i comuni. Risorse vere, nuove, non solo anticipazioni di trasferimenti già previsti o disponibilità “bancarie” di liquidità. Ed è un primo segnale la disponibilità del Ministro Gualtieri a creare un fondo di 3,5 miliardi di cui 3 per i Comuni. Così come positive le disponibilità messe in campo dalla Regione Emilia Romagna. Ma non basterà.

Lungi da noi fare come certi Comuni italiani, di fatto già in dissesto, che promettono misure demagogiche, populiste e irresponsabili coi soldi dello Stato, quindi di tutti.

Ma altrettanto chiaro che Reggio Emilia non taglierà né privatizzerà brutalmente i servizi. Welfare, educazione, cultura, sport sono beni comuni sui quali il ruolo del Comune non potrà venire meno.

Per questo serve subito e forte l’aiuto del Governo a cui affiancheremo la solidarietà di una comunità intera, l’aiuto di tutti, con quel senso di responsabilità condiviso, con quello spirito di cooperazione e mutuo aiuto che è nel dna di ogni reggiano.

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