HomeAttualitàCaro gianpar ti scrivo: che sia il tuo rimare un rigurgito neo-crepuscolare?

Caro gianpar ti scrivo: che sia il tuo rimare un rigurgito neo-crepuscolare?

Di misteri vespertini e di strofe sibilline, di passaggi dicembrini e perdute cinquecentine. Da oggi solo alla Libreria del Teatro (grazie alla disponibilità di Patrizia Nasi) “La legenda del Santo Rimatore”. Presentazione e mormorazione a data da destinarsi. Ecco la recensione da Bologna di Michele Moramarco

Conoscevo Gianfranco Parmiggiani come giornalista non omologato, sia sul piano dei contenuti che affrontava (e del modo in cui li affrontava, un modo che definirei spontaneamente non fazioso), sia su quello dei registri espressivi: singolari, a volte sfuggenti, quasi sempre efficaci. Palesemente un amante del calembour e delle circonvoluzioni verbali, con qualche tocco jannacciano e bergonzoniano (non borgonzoniano: non sia mai!), ma più algido. Anche se ho sempre avuto il sospetto che l’algore (anche qui precisiamo: non l’Al Gore) del nostro fosse da lui mentalmente secreto – participio passato di secernere – per neutralizzare gli accaloramenti altrui, accaloramenti che negli ultimi decenni – e anagraficamente il nostro trovasi, o cercasi?, nella pentadecennalità – tengono il campo un po’ dovunque. Non poco, ben si sa, nel giornalismo. Quel giornalismo spalante caos che Kierkegaard, nei suoi Diari”, bollava di “nottalismo”.

Michele Moramarco mentre verga di getto (dopo un lasso di tempo piuttosto meditabondo) la qui presente nota critica

Ma ecco che per le Feste mi arriva a casa, qui in Bologna, un Parmiggiani metagiornalistico, poetico. Apro il volumetto – di gradevole complessione, sobria e raffinata, complimenti alle edizioni Instinct Book – e scopro un piccolo scrigno di parole: inusuali, sbalestrate, teneramente acri – ossimoro forse banale, ma così ho sentito – in certi momenti, a partire dalle sonorità stesse dei versi, evocative di immagini, dunque rasentanti la sinestesia, fenomeno neuropsicologico che consiste nella sovrapposizione o nell’intreccio di suoni e immagini, ma in senso non didascalico, bensì percettivo, fortemente sensoriale.

Lasciando a V.S. Ramachandran e colleghi l’esplorazione del fenomeno sinestesia, torniamo al nostro Gianpar (è il suo nom de plume). Credo che, lapidario com’è poeticamente, il nostro non voglia che si dica poi molto della sua “Legenda del Santo Rimatore” (“legenda” non è tanto un voluto errore ortografico per parodiare la rothiana “Leggenda del santo bevitore”: si riferisce alla sintetica quanto utile decifrazione preliminare di ogni poesia), che se ne scriva con i vaneggiamenti critici alle quali ci ha abituati un certo intellettualismo nostrano. E allora dirò in sostanza una cosa sola, declinandola poi minimalmente: questa breve raccolta poetica, che colpisce per l’alternarsi di tensione e leggerezza, di compattezza dell’hic et nunc e cosmica dispersione, crea assuefazione. Sì, assuefà. Credo sia impensabile non tornarci più e più volte. Più e più, non un più soltanto. Perché qui fa capolino un padre amoroso, che con ironiche, scaltre malinconia e letizia, riceve input dall’essere e dal non-essere, dalla vita e dalla morte, qualche volta in modo promiscuo, un po’ come nella life-in-death della coleridgiana “Ballata del vecchio marinaio”. Così leggiamo “o Signore del tempo / e dello spazio ricurvo / tra i mondi, dicono / questa tua creatura / immonda, solo perché /almanacca presaga / raminga s’affaccia sul vuoto / e gravita meditabonda”. E poi, con tanto altro racchiuso in sole venti poesie, c’è la freddezza (l’algore di cui dicevo, ma misteriosamente cristallino, radioso, forse perché filigranato da barlumi di speranza) della poesia dedicata a due bambini morti che Gianfranco incontra, insieme a “…contriti passanti / ghiacciato il fiato…” in un monumento sepolcrale della Certosa di Bologna. Una poesia che ho trovato e ritrovo sublime. Ed è forse proprio per questa poesia, uno degli apici della raccolta, che, anche se Gianpar accoglie per il suo versificare la definizione di “poesia concettuale”, io mi permetto di dire che è anche “neo-crepuscolare“, di un crepuscolarismo criptico, ermetico, surreale, filtrato perfino – qui forse azzardo – dai poeti della beat generation. Di più non saprei dire, se non ringraziare.

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