Vanniloqui
Rock and roll: riposi in pace

Ci sono dibattiti di scarso interesse che, pure, riescono sempre a tornare a galla, nel corso degli anni, come se in precedenza non si fosse mai messo il punto alla discussione. Uno di questi, famosissimo, è ad esempio la fine della Storia, già decretata solo in questi ultimi trent’anni cinque o sei volte, ogni volta in memoria di qualche Grande Narrazione oramai giunta a “Nozze”, per dirla col grande fiabologo Propp. Un altro, forse ancora più importante, è quello sorto attorno alla ricetta della Vera Carbonara, con cenobiti pronti a mettere mano al coltello se si esce dal sagrato del Guanciale e del Pecorino Romano e dei rossi d’uovo ed innovatori iconoclasti senzaddio capaci di metterci oltre alla pancetta pure il Parmigiano, la ricotta o manco a li cani la panna e servirla come piatto gourmet in terrine da 25 grammi. Poi c’è quello, annoso, che ogni tanto riciccia come le patate di scarto, della Morte del Rock, che scatena appassionanti dibattiti tra musicofili, sociologi, arbitri di pallavolo, opinionisti di calcio e sacerdoti in cerca di visibilità, tutti lì pronti a dare l’estrema unzione ad un moribondo che, dispettosamente, non sapeva di essere tale e perciò era andato nel frattempo all’osteria.

E’ davvero così morto, il rock, da dovergli per forza fare il funerale, o possiamo anche solo tributarne gli onori e passare al prossimo giro di birre, per un malato che alla fin dei conti non si stende mai una volta per tutte? Abbiamo sotto gli occhi gli ultimi due autorevoli articoli in ordine cronologico, Dan Ozzi per Noisey US, 18 giugno, e Gino Castaldo per Repubblica del 23 novembre; due pareri di spicco, due punti di vista differenti, che convergono a tal punto che dire che sembra si siano messi d’accordo è dir poco. In estrema sintesi: non c’è niente di nuovo da cinquant’anni; e benché ancora i vecchi dinosauri – o in prima persona tramite concerti e reunion sulle quali fino a dieci anni fa avremmo riso definendole fantascienza (o perché non hanno mai mollato, tipo Springsteen), o tramite dischi intramontabili che pur non essendo in cima alle classifiche silenziosamente macinano ancora tante vendite quanto la Bibbia, o per mezzo di biopic che li ricreano sullo schermo in modo a volte efficace, a volte molto meno (mai stati così tanti biopic musicali dagli anni ‘60 ad oggi) – continuino a dire la loro con estrema, immarcescibile efficacia, alla fin fine un movimento sanguigno come questo se non è capace di rinnovarsi, di stare al passo coi tempi, di interpretare la voce delle gioventù (ma poi perché?) è segno che allora è diventato un brodo decotto da passatisti, un avvitarsi senza fine su se stesso che poco a poco perde di spin e diventa tipo le infinite cover di Mina ad opera di Mina stessa. E se non sono i vecchi combattenti, Springsteen, i Rolling Stones, i Black Sabbath, gli Aerosmith, i Deep Purple, i Metallica, i Blue Oyster Cult e chi più ne ha più ne metta – sempre più sgolati, sempre più imbolsiti, al limite rimaneggiati per sopravvivenza, oppure logorati infine dall’uso come i poveri AC/DC o, si spera entro breve, per dolce eutanasia, i Guns’N’Roses – allora sono le nuove leve come i Greta McFleet e i Royal Blood ed altri tipo diecimila, che però ricalcano stilemi, parafernalia e vulgata dal secolo scorso, pari pari, solo girandoci attorno, di nuovo, tipo lo squalo sul Pesce di Santiago. E sennò sono quei figli di mezzo tipo i Foo Fighters o i Pearl Jam o gli U2 che hanno rilanciato o ripreso o rinverdito quel qualcosa, solo che anche loro oggi devono fare i conti con l’età anagrafica e con una corda che si fa sempre più sottile (e citiamo l’orrore del Nu Metal tipo Nickelback e compagnia briscola solo per amaro dovere di cronaca). La campana a morto, secondo questo modo di vedere – diciamo, che va per la maggiore – è rappresentata dal proliferare di certi altri generi che, in breve, hanno completamente saturato il mercato – rap, hip hop, trip hop, hop pop, trip pip rock, pip pip pop – e che tramite i mille canali smaterializzati vendono tanti di quelle copie (se ha ancora senso parlare in questi termini) da fare impallidire intere vite professionali del passato in due mesi e assicurandosi i Grammy con la stessa facilità con la quale noi dinosauri ci gloriamo di saper scartucciare nel giusto modo un’arachide dal suo guscio. Forse anche meglio. Anzi, senza dubbio meglio e con minor fatica.

Insomma; il rock, poveretto, dopo aver tenuto banco per tanto tempo facendo da portavoce del vissuto personale e sociale delle generazioni che poteva spingere a pisciarsi addosso nelle sale dei concerti, a stravolgersi di canne e a consumare vinili suonandoli al contrario, una volta imparato il trucco di fare lo slego coi piatti e di mixare, addio e tanti saluti; magari qualcosa è rimasto ma, se non è l’infinita copia di se stesso, è rimasto una memoria storica di pantaloni a zampa di elefante, camicette con le maniche troppo abbondanti, capelli lunghi e bisunti e troppo, decisamente troppo rimmel attorno agli occhi. Perché è indubbio che il rock, come fenomeno sociale, abbia avuto i suoi parafernalia, i suoi santi, i suoi riti e miti e le sue liturgie, i suoi paramenti e le sue preghiere: di questo, non si discute. Il fatto semmai che dette espressioni esteriori tengano ancora banco in una frazione della popolazione non esattamente trascurabile, a distanza di tanti anni, e trasversalmente alle età e alle generazioni mentre, diciamo, gli spallotti, i bomber e i basettoni sono ormai finiti giù per lo scarico della memoria e del gusto, dovrebbe cominciare a far riflettere. Certo, è anche una questione di definizioni: in molti sostengono che il rock, se pure è sopravvissuto, si nasconda oggi dietro mutazioni genetiche troppo aberranti per essere riconosciuto come tale, e con una tale radicale forma di definizione di genere, di etichetta, se vogliamo, da non essere più riconducibile al proprio passato, alle proprie radici. E’ buffo che si dica questo, considerata la natura assolutamente spuria ed indefinibile del rock. Nel quale grande calderone vengono tradizionalmente considerate cose decisamente e completamente folk (Bob Dylan e Simon & Garfunkel), country (Springsteen sopra tutti), R&B e blues, se si pensa che il primo vagito del rock’n’roll era in effetti rhytm’n’blues, dal programma di Alan Freddy del ‘51 e che la noce dura del rock degli Stones coincide con l’allontanarsi dalla sperimentazione pop ed il ritorno alle radici nere del felicissimo periodo in cui Mick Taylor porta presso di loro la propria chitarra dall’esperienza blues di John Mayall, fino alle disincarnate e classicheggianti arie del progressive di Genesis, Yes, King Crimson, ai ritmi sincopati di Michael Jackson e alle realtà decisamente spaziali del metal contemporaneo, alieno come la dodecafonia se fosse composta da un Bach e tecnico come il calcolo delle derivate. Come lo definisci, David Bowie? Come li definisci, i Velvet Underground, Frank Zappa, Neil Young, Mike Oldfield, Weather Report? L’idea che il rock potesse essere spezzettato, ad uso e consumo dei critici e dei giornalisti e dei venditori ormai isterici, in una serie pressoché infinita di etichette sempre più microscopiche e insensate deve ragionevolmente essere sepolta, e la tassonomia del rock – folle, qualcosa che nessun genetista prenderebbe mai in considerazione seriamente – ricondotta a vedute più ristrette, più pacate.

Anche il classico, confortevole porto “4/4, basso, chitarra, batteria e voce, se pure la tastiera” nel corso della storia della definizione del rock è stato frantumato e ricomposto infinite volte, a seconda della capacità, o meno, di chi cercava di definire questo o quel gruppo. Perché, alla fine, di questo si tratta: di definire commercialmente una produzione. Cosa che però, trattandosi di persone che si esprimono, e magari anche eclettiche, spesso non è così intelligente fare. Elton John allora avrà la sua bella parentesi rock, ma anche, spesso, no; così come le Orme o i Clash o i Byrds o i Van Der Graaf Generator, ma allora parliamo di ciascuno singolo brano, per favore, non di un gruppo o un artista. Prendiamo per esempio i Deep Purple, universalmente noti per la produzione hard rock, indiscutibile; dalle radici del blues più nero alla sperimentazione psichedelica purissima fino ai limiti d un antesignano speed e poi ritorno a ballad sognanti e ad un chitarrista che molla tutto per mettersi a fare revival folk medievale. E quanto a saper intercettare e cogliere il grido e le motivazioni sociali della sua epoca, gran parte dei testi del rock parlano di macchine veloci, di amori finiti male o viceversa di ragazze veloci come le macchine di cui sopra, di scazzottate, di visioni oniriche, di roba stile Signore degli Anelli, di pornografia e di un sacco di altre cose per mettere nella stessa categoria le quali ci vuole un coraggio da leone. Tipo, aprire una libreria, prendere tutto e metterlo sotto una unica classificazione, escludendo forse forse i libri di cucina e i calendari.

Quanto poi all’estinzione, ebbene, sia come sia, revivalisti, epigoni, vecchi dinosauri, proposte parzialmente nuove o rivisitazioni o classici intramontabili, non si è mai suonato, ascoltato, pensato, venduto così tanto rock come oggi. D’accordo, anche di altri generi, e magari di più; ma a chi importa, quando ci sono forse più concerti rock oggi in un anno di quanti non fosse possibile rintracciarne faticosamente in tutti gli anni ‘90? Alla fin fine, escludendo le genealogie strumentali e le fissazioni accademiche, il rock è proprio questo: quella certa energia, quella cazzimma che trasforma un pezzo blues, o folk, o country in una esplosione di emozione, che ti fa muovere le gambe o la testa o quello che ti pare e che ti tira fuori la rabbia, che sia sociale oppure no, la voglia di provare a suonare, a urlare la tua idea, come fecero i punk, o di provarci, semplicemente, senza dover andare a scuola per diciott’anni per mettere mano ad una chitarra e tirare fuori tre accordi. Forse è proprio questo: voglia di espressione, libera, sregolatezza, che mette assieme sia la pura energia sul palco e delle idee, sessuale repressa, sociale, ludica, poco importa, e anche la più raffinata capacità tecnica ed è capace di fondere tutto assieme, di rubare tutto e copiare e trasformare, e di innovare, di rompere e di risaldare in un altro modo. Forse quello che possiamo fare è dire quello che certamente non è rock: non le cosette esangui dei vari indie o cantautorini hipster attuali, non le scopiazzature delle varie neoplasie del rap moderno, non i campionamenti sempre più fasulli e carta carbone coi testi in rima che magari critichi Sanremo e poi compri i dischi di Calcutta, robe così; ecco, questo non è rock, e francamente che venda poco, molto o moltissimo, chi se ne frega. Da qui a dire che il rock sia morto, ce ne passa. Provate a far sentire ad un ragazzino di dieci anni – il target di gran parte della produzione musicale moderna, ogni genere – fagocitaore del rap di Kanye West, o di Fabri Fibra, quel maglio spaziale di “Lose Yourself” di Eminem, e vedrete in atto la Reazione Crocodile Dundee: “Quello è un coltello? Ahah! QUESTO è un coltello”, sfoderando una specie di scimitarra. Stessa bordata. In questo senso, perché non inserire questo brano nel rock, col quale ha quasi tutto in comune, più che non nel rap, nel quale oggi non si riconoscerebbe di sicuro? La fusione naturale di “Walk this way”, tra Aerosmith e RUN DMC, il crossover dei potentissimi Faith No More sottolinea con forza indiscutibile questa ipotesi. Frankie HI-NRG, Caparezza? Dove sta il vero limite?

Alla fine della fiera, c’è il caso che il rock, preso nell’accezione più ampia dell’idea che lo descrive, non sia neppure un genere, o una serie di generi, ma appunto una specie di energia, di livello emotivo superato il quale lo riconosci, ma sotto il quale tutto può essere classificato come qualcos’altro, tipo sensazione sub soglia. Forse, in School of Rock, Jack Black spiegandolo ai ragazzini ne dà la versione più reale e concreta: ribellarsi al Potente. Che tu suoni la chitarra, o il basso, o campioni i canti delle balene, che tu utilizzi solo tastiere, se riesci a tirare fuori sufficiente emozione per spezzare lo status, o per descriverlo emotivamente, allora, forse, è rock. Allora forse è rock anche la musica classica – come dimostrerebbero un numero sufficiente di ibridi tra rock e sinfonia, portati anche nei teatri, con esempi eccellenti – e perché no? Forse, per tutti gli anni ‘80, al fianco del metal la grande corrente della Wave elettronica, con un po’ più di sangue infuso, può essere ricondotta nella famiglia, e ne possono essere estromesse trovate commercialissime di hair metal melenso ed esangue. Sicuramente ne sono escluse le attuali paraculate di gente che in un mese, nel suo studio di casa, mette assieme dieci pagine di rime ed una intera orchestra con basi prese da Youtube; non è tanto lo strumento, è proprio il senso che manca, a parte che anche una certa abilità tecnica, o impatto sul mondo fisico, non guasta, altrimenti non capisci che Cezanne, Picasso, Goya, Velasquez ce ne possono essere solo pochi, mentre tagliare tele come Fontana, una volta carpita l’idea, basta un cutter. Magari, non è il rock che è morto: è morta la voglia di farsi avanti e provare a mettere insieme tre accordi e salire su di un palco, senza voler fare soldi, ma solo per far vedere che si esiste. In questo senso, è facile che il rock stia benissimo, mentre la società che lo contiene, viceversa, forse proprio proprio morta no, ma come minimo stiamo al cinto erniario. Che nella quiescenza alle logiche del Black Friday e della politica via Facebook e dei libri digitali scritti in serie dai calcolatori è scritta non tanto la morte del rock, che intanto si gratta, quanto più direttamente l’entropia.

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