Tosca bacia la “prima” del Valli

Ecco, io la Tosca di Puccini la amo a tal punto che devono proprio massacrarmela perché non me la goda. E così, per fortuna, non è stato alla prima del teatro Valli di giovedì 22 novembre, giornata di apertura della stagione lirica di Reggio Emilia.

La platea della “prima”…

Una rappresentazione in fondo gradevole, in cui la mancanza di slanci è però controbilanciata da una buona e ragionevole esecuzione, prima di tutto di Tosca/Charlotte Anne Shipley, a cui si poteva rimproverare solo l’altezza eccessiva, che la rende una presenza scenica imponente ma che ridicolizza un tantino i suoi compagni duettanti nella resa drammaturgica. Massì poi, perché no. Basta con ‘sta storia, che alla fine è pure un po’ sessista, della donna più bassa. Tosca è la protagonista indiscussa, e la sua stessa altezza è una giusta metaforizzazione del suo ruolo nell’opera, del suo spessore musicale e morale, del valore del personaggio, che da passionale beghina si trasforma in devota assassina.

Personalmente non ho trovato disdicevole nemmeno Cavaradossi/Azer Zada, dal timbro gradevole e dalla buona intonazione, anche se forse non ha la potenza che il verismo, ancorchè pucciniano, richiede. Anche Scarpia/Angelo Veccia non ha dato cattiva prova di sé, dal punto di vista tecnico, anche se forse il personaggio meritava un po’ più di finezza, di modulazione, di espressione. Questo diabolico esempio di crudeltà e macelleria risulta un tantino rozzo, a partire dal timbro e dalle scelte espressive del suo interprete, effetto di certo voluto e ricercato, che può darsi sia una scelta interpretativa.

Il voto peggiore va forse alla direzione dell’orchestra, che risulta molto greve e non all’altezza della raffinatezza pucciniana, dell’alternanza di toni, della raffinatissima modulazione sentimentale. Non che il giudizio sia stato condiviso, in sala gli applausi non sono mancati. Forse perché i toni alti e pateticamente trionfalistici erano quelli maggiormente enfatizzati. A calare è stata la sottigliezza, il piano, il sussurro: la finezza appunto. Se l’entusiasmo e il coinvolgimento non è mancato, da questa esecuzione, è venuta meno la raffinatezza, l’amore per il dettaglio, l’acume.

Per quanto riguarda la regia, si ringrazia Andrea Cigni per le scelte nel solco della tradizione, che tanto rincuorano gli appassionati d’opera che, al giorno d’oggi, si son pure un po’ stufati di dover considerare come trovate originalissime la ricollocazione delle scene in tempi diversi da quelli del libretto. Certo, qui finiamo nel 1900 -anno della prima rappresentazione dell’opera, a Roma – anziché nel 1800, anno di svolgimento del racconto. Ma almeno non dobbiamo subirci la ricollocazione temporale post-moderna tra fascisti, o nazisti, khmer rossi o in altre fantasiose rivisitazioni che, ciclicamente, caratterizzano le regie “audaci”. Un insieme di scelte efficaci e rassicuranti, ad ogni modo, che non sacrificano l’effetto sorpresa per cervellotiche metafore.

Uno spettacolo che si gode e che si apprezza, pur senza slanci appassionati, per la cura generale, che comunque ne fa una rappresentazione apprezzabile, viste anche le immense risorse ed energie che richiede l’opera. Uno spettacolo che si gode e si apprezza soprattutto perché Puccini fa con Tosca un miracolo di eleganza e passione, di audacia e tradizione, di contrasti e sentimenti, da cui è anche troppo facile farsi rapire.

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