Burion dimonio
Scienza e democrazia: la lezione di Sagan

Carl Sagan

Quando nel 1996 una polmonite lo ha portato via, Carl Sagan, da tempo malato di leucemia, aveva appena pubblicato “Il mondo infestato dai demoni”. Il saggio, una sorta di testamento spirituale dello scienziato quasi introvabile in Italia, merita di essere ripreso in mano ad oltre vent’anni di distanza; viviamo in un’altra epoca ma il mondo è ancora infestato dagli stessi demoni. Anzi, i demoni si sono moltiplicati attraverso la rete, sono diventati per così dire “virali”.

Quello che oggi definiremmo un analfabeta funzionale è il protagonista del primo capitolo del libro. Un somaro ragliante, lo avrebbe definito Roberto Burioni, il virologo alfiere della battaglia a favore dei vaccini, dopo avere srotolato con virile arroganza accademica il lungo curriculum.

Il signor Buckley, l’autista incaricato di accompagnare lo scienziato dall’aeroporto ad un convegno, è un uomo imbevuto di teorie pseudoscientifiche: durante il viaggio passa dalla civiltà perduta di Atlantide agli alieni, dall’astrologia ai sistemi per comunicare con i morti. Carl Sagan non si limita a smontare le teorie assurde dell’uomo ma va alla ricerca delle cause di un vuoto culturale che non è dovuto alla mancanza di informazioni. Come tanti che oggi mettono in dubbio o negano l’efficacia dei vaccini, anche il signor Buckely aveva letto molto ma “ciò a cui la società aveva permesso di arrivare fino a lui erano principalmente finzioni e confusione”. Finzioni e confusione che oggi corrono e si moltiplicano attraverso i social network, diventano meme nella definizione coniata da Richard Dawkins ne “Il gene egoista”. E la risposta si riduce ad una sorta di bullismo scientifico e autoritarismo accademico.

“Perché la scienza non può essere democratica” è lo sprezzante sottotitolo libro “La congiura dei somari” di Roberto Burioni. Non si vuole qui entrare nel merito delle argomentazioni scientifiche sui vaccini illustrate dal virologo, ma molto ci sarebbe da dire sulla relazione vitale tra scienza e democrazia. Come ha fatto notare Piero Angela, la velocità della luce non si decide per alzata di mano, ma senza la democrazia non esisterebbe il pensiero scientifico. Non è un caso che il metodo sperimentale scettico e inquisitivo proprio della scienza moderna sia nato nell’antica Grecia tra il VII e il VI secolo. E non è un caso nemmeno che qualche secolo più tardi negli stessi luoghi veda la luce con Ippocrate la medicina occidentale.

Carl Sagan sosteneva che i valori della scienza e della democrazia concordano, anzi in molti casi sono indistinguibili ma la sua candela nel buio è stata sostituita da un lanciafiamme utilizzato non per illuminare le tenebre ma per liquidare gli avversari. La guerra alle teorie pseudoscientifiche si è ridotta ad una rissa in cui si brandiscono come clave competenze e titoli accademici. Così, uno dei più potenti strumenti mai sviluppati in campo sanitario, il vaccino, è stato trasformato in una ideologia e comunicato come se fosse un dogma.

Non basta insegnare i risultati e i prodotti della scienza – afferma Sagan – senza comunicarne il metodo critico.
L’incapacità di comunicare e rendere comprensibile il metodo prima del risultato è una delle cause della diffusione di teorie prive di fondamento e di fake news, non solo in campo scientifico. Se è vero che la scienza non è solo un corpus di conoscenze, ma un modo di pensare, l’ottundimento delle facoltà cognitive che ha portato al proliferare di gruppi mamme informate che rifiutano d vaccinare i figli non può essere affrontato con il “blast”, con la ruspa, con il dileggio. La degradazione del linguaggio non è destinata a colpire solo i beneficiari delle “diagnosi gratuite” del dottor Burioni ma il concetto stesso che si tenta di difendere. E’ come un sasso lanciato sulla superficie dell’acqua, le onde concentriche si allargano fino al campo del diritto, della salute pubblica, dell’istruzione.

Viviamo in un mondo, per usare le parole di Ivan Illich, “in cui il linguaggio ci parla, il sapere ci pensa e il Diritto ci agisce. Il linguaggio si riduce all’emissione e alla ricezione di messaggi; il pensiero all’accumulazione delle informazioni; il Diritto al regolamento del piano”.

Vale la pena recuperare alcuni scritti di Illich, pensatore eretico emarginato in vita e consegnato all’oblio dopo la morte. Alcune sue intuizioni sono talmente attuali da conferirgli un valore profetico.

A proposito del linguaggio di Burioni e dei suoi emuli (Illich lo avrebbe definito “controprodduttivo”), il risultato è stato quello di annoverare il vaccino tra le parole-ameba. Una parola-ameba (o “parola-chiave”), è una parola dalle forti connotazioni, che rimanda al sapere di qualche specialista, ma non designa un oggetto preciso. Per caratterizzare tale categoria linguistica, Illich fa uso del concetto di idolo. “Un idolo, in senso teologico, è un manufatto dell’uomo di fronte al quale ci poniamo in adorazione e cui attribuiamo un potere che trascende il nostro”.

Il concetto, ripreso da Uwe Pörksen nel saggio “Parole di plastica – La neolingua di una dittatura internazionale”, circoscrive termini che partono dalla lingua comune e vi ritornano dopo essere entrati nel dominio delle scienze. In quanto termini scientifici, i concetti che essi esprimono diventano “verità assolute”. Ma non è compito della scienza, di nessuna scienza, fornire verità assolute, – “Che il sole sorgerà domani è solo un’ipotesi” sosteneva Wittengstein – a quelle ci pensano le religioni. E il dottor Roberto Burioni.

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