Vanniloqui
Alibaba (Jack Ma) e i 40 soldoni

Figli (e nipoti, e bisnipoti, e trisnipoti) di una società in cui mettere insieme il pranzo con la cena è stato per secoli un obiettivo niente affatto scontato e disprezzabile, siamo cresciuti con le orecchie ed altro piene dei racconti di quell’eroismo frugale che portava ad eccessi tipo strusciare il pane sulla salsiccia per insaporirlo e nutrire così l’illusione di mangiare proteine, senza intaccare le preziose riserve della dispensa. L’apertura al mercato consumistico, decretata dall’ingresso nelle economie monetarie grazie ai primi lavori stipendiati, ci ha permesso di fare sogni molto più in grande che non sopravvivere alla settimana: tipo, comprare il frigorifero, il mangiadischi o, per i più ambiziosi, la televisione – a colori! Addirittura una per casa, senza riunirsi dal vicino benestante! O, per quelli che covavano febbri sfrenate di potere, l’utilitaria, tre porte con deflettori e sedile ribaltabile sul quale piantare i semi delle nuove famiglie. Certo, nulla a che vedere con i pubblici vizi e private virtù dei benestanti, quelli veri: loro, avevano la spiderina, l’amante, il pied à terre, l’appartamento a Smadonna di Campiglio e facevano i froci quando noi ancora stavamo sugli alberi, per parafrasare Guzzanti. Oggi, arrivati ad un tempo in cui l’idea di farsi da sé non è più questo peccataccio nel mirino della Chiesa ma, anzi, un mito che dall’America – in cui è ormai assodato sia un mito – come tutte le cose smesse passa ai parenti più disgraziati, ecco che il sogno di diventare ricchi sfondati è oramai alla portata di chiunque. Basta, per dire, mettere online un video in cui si dà fuoco alle scorregge, investire i soldini delle paghette in visualizzazioni compere, et voilà: è nata una stella, al pari di quei tanti (pochi, pochissimi) adolescenti coi baffetti posticci che oggi spopolano sul web e che sono il modello dei nostri dodicenni, esattamente come i figli dodicenni dello sportellista SAUB aveva ieri come mito l’elicottero del Berlusca alimentato dai sogni umidi delle marchette iperglandolari di Drive In. La domanda che ha guidato tante generazioni, sempre aggiornata per via dell’inflazione, è stata: cosa faresti, se avessi mille lire, un milione, un miliardo, un milione di Euro, un miliardi di Euro, tutto er cucuzzaro?

Compro una casa per i miei vecchi genitori, stile deamicisiano. Mi faccio la barca, stile soldiniano. Mi faccio la barca e so quante veline, stile briatoriano. Mi faccio la spaiderina, stile piccolo borghese. Mi faccio l’amante, stile sposato. Mi faccio la morosa, stile libero. Non faccio più un casso, stile operaio che poi quando dioneguardi vince all’Enalotto tempo due anni sta messo peggio di prima. Nuove frontiere della tecnologia, della globalizzazione portano nuove ricchezze, e spesso nuovi sogni: mando una macchina in orbita, che di monnezza non ce n’era mica abbastanza; pianto un chiosco di piadine su Marte prima che lo facciano i cinesi, malcomprendendo lo stile imprenditoriale cinese che vuole l’apertura di un esercizio solo in concorrenza con quelli già presenti e solo dopo aver valutato come sfilare la clientela già pazientemente fatta crescere. Quello che diventa via via sempre più chiaro è che il mondo cambia, la voglia di fare i soldoni aumenta, l’illusione di poterli fare senza fatica pure, mentre resta invariato, o quasi, il catalogo di quello che poi ci faresti con tutti questi denari. Che le risposte a questo annoso quesito diventano semmai, col tempo, sempre più banali. Tipo: ormai dovremmo avere capito che il comprarsi una residenza principesca non è indice di ricchezza. E’ indice di deficienza e, al contempo, anche il primo passo verso il dilapidamento della ricchezza di cui sopra. Perché una casa grossa vuol dire grosse spese, molti scocciatori, molta visibilità, molto lavoro da fare, molte imposte e, dulcis in fundo, quando ti stufi un mausoleo che mica tutti sono lì apposta per ricomprartelo, anche se hai agenti immobiliari bravi come quelli dei reality. Il più delle volte, svendi e muto. Oppure, c’è chi si compra l’isola. Bello eh, per carità. Dopo un po’ magari scopri che ti piaceva un sacco andarci in vacanza, ma che l’idea di vedere sempre le stesse quattordici persone che dicono le stesse cose per anni e di aspettare per potersi fare la doccia, leggere il giornale, mangiare un bombolone, che arrivi il cargo settimanale o mensile non era proprio il sogno della tua vita: più facilmente, l’incubo. C’è un limite oltre il quale fare la vita del tizio che arrostisce al sole diventa così noioso che ti ritrovi a piangere al pensiero di poter fare la fila alle poste, così, per cambiare. Poi ci sono quelli che si fanno la barca: un leviatano che ogni volta che accendi il motore solo per staccarsi dalla banchina consuma il costo di un appartamento, fai il bullo con quattro modelline scianche della sfilata di intimo dell’anno scorso, torni alla darsena, tutto chiuso e coperto per i prossimi undici mesi e mezzo. Geniale.

Forse sembreranno considerazioni oziose. In tal caso, chi le considerasse tali dovrebbe congratularsi con se stesso per la propria lucidità: lo sono. Tuttavia, in un mondo in cui la ricchezza totale finirà per concentrarsi sempre di più ed il divario ricchi / poveri sta andando verso proporzioni incredibili quanto a possesso di capitali personali, sempre più dovrebbe sorgere il sospetto che anche questo giochino della ricchezza si è, probabilmente, infine rotto, anche dal punto di vista concettuale, e chi si impantana in questo oceano di non senso ha perso di vista la realtà. Ad esempio: tenere a mente che il denaro è una convenzione, cosa che nell’era delle criptovalute dovrebbe essere finalmente autoevidente, se già prima non si capiva. Ad esempio, che non è importante quanto possiedi, ma a cosa ti serve. La faccenda che i soldi non fanno la felicità, per quanto sia assolutamente vera (fior di ricerche dimostrano come all’aumentare del reddito essa non aumenti, e che ci sono bambini di favela che, nonostante l’esposizione mediatica per colpa della Giusy Ferreri, sono più contenti di commercialisti bergamaschi con dieci case) preferiremmo lasciarla ad un’altra volta, considerato che, con un volo di pensiero più catalanesco che pindarico, ci sembra preferibile stare bene piuttosto che male e, entro un certo limite, persino piuttosto stare meglio piuttosto che bene. Certo: bisogna probabilmente intendersi sul quale è il senso del limite; una cosa che per molte generazioni è stata chiara e perfettamente riconoscibile, mentre ora si fa un po’ sfumata.

Nel momento in cui chiunque può diventare virtualmente ricchissimo, ci si deve chiedere se il virtuale corrisponde concretamente a qualcosa. Non è una considerazione scontata: quando si capisce che la grande ricchezza delle unicorn (Amazon, e-Bay, Facebook, Google, Uber) per la massima parte è costituita dal fatto che la gente crede che valgano molto – e loro pigliano, vendono azioni e ci comprano cose solide, tipo terreni, televisioni, giornali, brevetti – forse è possibile prendere in considerazione, ancora una volta, l’ipotesi che il Re sia, come è sempre stato, davvero nudo. E che tutti questi fantastiliardi, che nel mondo reale non trovano neppure una collocazione concettuale, perché si tratta di numeri alla fine inconcepibili, non servano alla fine a nient’altro che non sia dire che li si possiede. E quando il fondatore di Alibaba, Jack Ma, a capo di un colosso virtuale / onlife da 420 miliardi di dollari di valore, a 54 anni lascia le chiavi nel posacenere e saluta tutti dicendo che, grazie, una vita misurata secondo le statistiche di Forbes non gli interessa e che, visto che ha tutto, preferisce mollare e morire su di una spiaggia anziché alla scrivania, il sospetto che tutta questa nuova febbre dell’oro ci abbia un po’ preso la mano dovrebbe balenarci.

Share This Post

GoogleRedditBloggerRSS