C’è l’Art Ensemble of Chicago… e il nostro critico va in bambola

N.B. Non c’è nessun errore nel font ma è scelto appositamente per essere così. Ovvero: la recensione come metafora anche visiva del concerto stesso.

Parte un sibilo, come quando un musicista di uno strumento a fiato lo svuota dalla condensa. La batteria rintocca casualmente. Il contrabbasso viene periodicamente sfiorato. Poi ci sono rimbalzi, schiocchi e fruscii.

Questo è, all’inizio ma anche per una buona parte dell’intera performance, il concerto degli Art Ensemble of Chicago.

Avanguardistico, di sicuro. Free, pure. Una lunga introduzione fatta di suoni primordiali, di ritmiche accennate in continua evoluzione. Roscoe Mitchell, membro storico della band ne rimane di certo l’anima imperscrutabile, con la sua voce di velluto – udibile solo alle presentazioni finali ma indimenticabile – e il suo flauto penetrante e ruvido.

Un suono fastidioso. Una performance celebrale fino allo sfinimento, che però raggiunge ad un certo punto il suo apice. Uno snodo che rimane caotico fino all’insopportabile, un’incalzante marasma di ritmi – in cui la radice africana sembra così esprimersi al suo meglio – diversissimi e divergenti, eppure ipnotici, magici.

Un’esperienza difficilmente spiegabile a parole che, anche per una non esperta come me, che non lanciava urla di gioia come qualcuno (fanatico) del pubblico ha pure fatto, è stata toccante, profondamente travolgente.

Dopo circa un’ora e venti di suoni difficili, astrusi, talmente cervellotici da risultare pure un po’ comici quando non apertamente fastidiosi, e poi la rivelazione.

Forse il percorso è obbligato e la cima va obbligatoriamente conquistata. L’essere umano, lo dice Bibbia, partorirà con fatica e forse non si riferisce solo alla riproduzione della specie, ma anche all’incarnazione dei suoi pensieri, alle sue espressioni artistiche, che solo con lunghi percorsi tortuosi, con sudore e dolore diventano sostanza.

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One Response to C’è l’Art Ensemble of Chicago… e il nostro critico va in bambola

  1. Avatar
    andrea 24 Ottobre 2017 at 17:24

    dove sarebbe l’errore nel font?