2016, anno funestìle

2016-record-di-personaggi-mondialmente-famosi-morti_1053643Il prode Danilo Masotti, nella sua irresistibile antropologica dedicata agli Umarells – termine che riassume tutto un complesso di caratteristiche del decotto, per decorsi limiti di anzianità e resistenza umana, soggetto umano urbano – osserva che il vero Umarell per essere qualificato tale deve informarsi ogni giorno circa i necrologi. Assieme scaramantica, trionfante e celebrativa, questa pratica la conosciamo bene: è la stessa che spinge l’italiano medio a prorompere in tutta una serie di locuzioni che non cessano mai di stupirci per la loro capacità assieme di essere sempre uguali a se stesse, sempre perfettamente in tono con la situazione e sempre così disperatamente fuori luogo. “Così giovane”, a proposito di estinti con 70, 75 anni vissuti pericolosamente alle spalle. “Era così buono”, mentre le teste fanno su e giù e considerano che gran vigliaccate sapesse compiere. E la nostra preferita di tutti i tempi, “Com’è bello, sembra che dorma”, che lascia pensare che per tutta la vita avrebbero potuto dirgli, “Dorme che sembra essere morto”, per equità.

Ecco; ci sembra che gli Umarells di Masotti, che già sono una felice intuizione, non siano soggetti alle limitazioni del loro corpo fisico e abbiano dilagato in digitale; prima assumendo la faces della pantera grigia 2.0, impossessandosi con sempre maggiore padronanza del web e delle sue risorse; poi contagiando col proprio modo di pensare ed agire anche le altre fasce di età e di cultura, portando tutto il mondo ad interessarsi in maniera sistematica e capillare alle necrologie del giorno. Dimostrando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, come l’autore bolognese abbia visto lungo: Umarell, può essere chiunque.

E veniamo a noi, e a questo 2016 che sembrava volesse sotterrare gran parte del jet set e dello star system mondiale. E’ diventata una costante dei social il lamento quotidiano, 2016, maledetto, anno di merda, cosa vuoi ancora da noi! Durata tutto l’anno, un refrain che da simpatico si è fatto via via sempre più insopportabile sino a diventare una specie di luogo comune così ossessivo che veramente potevi vedere l’uomo della strada fare il segno sul calendario come durante la naja, tutti coperti nell’attesa che l’annata infausta passasse. Anno bisesto, anno funesto, recita l’antico adagio: siccome il mese di febbraio (februarium, mese delle febbri, già tutto un programma) era dedicato nell’antica Roma ai morti, il fatto che durasse addirittura un giorno in più dei 28 canonici non faceva ben sperare. E in effetti, a conti fatti, quest’anno per le celebrità è stato veramente un anno statisticamente impegnativo.

La frequenza con cui se ne sono andati ha fatto un certo scalpore: da gennaio a marzo, i coccodrilli scritti in anticipo dai necrologisti delle principali testate sono stati tirati fuori dal cassetto 8 volte più che non nel 2012, ad esempio, stando alle dichiarazioni della BBC. Qualcuno tira in ballo i decorsi limiti di età – dopotutto, Cohen aveva 82 anni, George Martin 90, Veronesi 91, Bud Spencer 87; qualcuno cita la semplice forbice demografica dell’effetto baby boomers, ossia, la generazione più numerosa dal lato nascite, dal ’46 al ’64, genera ovviamente in maniera speculare anche un maggior numero di morti, anche casuali, dall’altra parte. Ci sta tutto. Certo che iniziare l’anno con un David Bowie che per chi non lo conosceva sembrava in formissima e destinato a durare, plastificato, per sempre la cosa è stata un po’ scioccante. Lo stesso dicasi per il povero Prince, o per George Michael: decessi apparentemente inattesi e sorprendenti.

Molto meno scioccanti di quanto non siano sembrati ai parenti, conoscenti e addetti ai lavori: storie lunghissime di tossicodipendenze, di depressioni croniche implacabili, di durissime lotte con malattie degenerative o con tumori devastanti, il quadro visto dalla parte di una conoscenza effettiva dei poveri defunti si fa piuttosto chiaro. Soprattutto, la fascia più colpita è quella che va dai 50 ai 70 anni, da sempre quella più flagellata dalle malattie incurabili. Tutte, o quasi, morti attese: a partire proprio da quella del Duca Bianco, che ha fatto di tutto per restare in vita a tutti i costi per finire il proprio ultimo disco (e che regalo, cari signori!), fino a quella tanto inattesa della povera Carrie Fisher che la Disney, considerando lo stato di salute cronicamente deprecabile della sfortunata artista, le aveva fatto firmare una polizza da 50 milioni di risarcimento in caso di morte a causa del suo impegno in corso nelle riprese della saga di Star Wars.

Denaro che sarà incassato, come da prassi, dalla major. Il fatto che si siano concentrate in questo anno bisestile non deve colpire più di tanto: succede, succede ogni anno, e ogni tanto c’è un anno veramente doloroso. Come quell’ormai lontano 1980 che si portò via in un colpo solo Bon Scott, John Bonham, John Lennon e Ian Curtis, tutte – e queste davvero – morti inattese, tre suicidi, un omicidio; quattro grandissime carriere, ancora in corso, stroncate miseramente, quattro filoni musicali fertilissimi spezzati in pochi mesi. Al confronto, il 2016, pur con tutti i suoi lutti eccellenti, sembra essere stato un anno pietoso, cogliendo fiori ormai maturi, oppure in molti casi dimenticati, o sfioriti. Volete ascoltare di nuovo George Michael, Prince, Glenn Frey? Volete rivedere Carrie Fisher? Sono su nastro, cari amici: la loro produzione, è tutta alle spalle, per sempre – e per sempre, veramente – disponibile. Anzi, ora che se ne sono andati più che mai, perché si sa, i produttori tireranno fuori fior di commemorazioni ad uso e consumo dei fans, e ne potranno gioire tutti.

Quello che invece ci ha lasciati veramente un po’ sorpresi è l’adesione social al lutto di massa; ovvero, al fastidio del lutto di massa, questo sì. Quest’ultimo mese di dicembre appena passato è stato un continuo piangere vecchie glorie e levare le mani al cielo, o anno crudele, quante, quante anime ancora chiamerai a te! E nell’ansia di partecipazione sono stati in molti a citare, o a ingigantire, le proprie personali sfighe – statisticamente, nel complesso, sicuramente medie e attese – per rafforzare il mito di un anno disgraziato che doveva solo sbrigarsi a passare. A quanti, appena più scafati, hanno voluto citare anche i bagni di sangue del terrorismo internazionale, c’è appena da replicare che se è per questo il 2016 era stato ben più cruento, e che volendo rincarare la dose avremmo potuto parlare anche di stragi di immigrati e molto altro.

Ma sarebbe come una macabra gara a chi riesce a scuotere di più il torpore quotidiano. La nota con cui chiudiamo, che è la stessa con la quale abbiamo aperto, è questa: con tutti i moderni mezzi di comunicazione oggi disponibili stiamo riuscendo a realizzare si e no quello stato di informazione che è proprio dei vecchi al bar. E non ci sembra, per assuefazione, neppure tanto paradossale; al limite, un po’ triste.

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