Il Monte di Pietà

EPSON DSC pictureNella ricostruzione che qui propongo del processo ideativo e delle prime fasi di vita dei Monti di Pietà si colloca al centro il tema della cura intesa in particolare in tre accezioni: prendersi cura di coloro che avevano una specifica necessità, quella di piccolo credito – diverso dall’elemosina a condizioni fino ad allora inedite; proporre il credito come strumento di cura dotato di valenze etiche; infine l’accezione di cura posta nei riguardi del Monte di Pietà stesso.

Questa neo-istituzione, importante e innovativa, proprio in quanto tale fu infatti oggetto di polemiche ed attacchi e dovette affrontare non poche difficoltà per essere accettata e per riuscire, come poi è accaduto, a giungere fino a noi.

Il bisogno di cura, che riguarda tutti gli umani, e lo speculare impegno, peraltro meno diffuso, a prendersi cura di chi ha bisogno, sono elementi costitutivi dell’esistenza umana: caratteri perenni diversamente proposti e interpretati nel corso dei secoli. Si tratta di temi rappresentati nelle pagine del Vangelo, basti un riferimento fra tanti e cioè la parabola del buon Samaritano, la storia di un uomo etnicamente meticcio ed eterodosso per fede che si prende cura di uno sconosciuto spogliato dei suoi beni e percosso dai briganti.

Si intende per Monte di Pietà una sorta di banca pubblica disposta a concedere piccoli prestiti a miti condizioni, che ha cominciato a funzionare nelle città del centro Italia a partire dalla seconda metà del XV secolo. Il ragionamento sui Monti che qui si propone a partire dal tema della cura può essere avviato seguendo diverse piste che portano ad interpretare il fenomeno come forma di opposizione all’operativa privata ed in particolare a quella dei banchieri ebrei, come concreto effetto dell’efficace predicazione soprattutto dei Minori Osservanti – e in particolare di Bernardino da Feltre, infine come azione cittadina, per risolvere un problema molto sentito e cioè quello della mancanza di denaro liquido. Ognuna di queste vie lungo le quali ci si può avvicinare al tema corrisponde a una delle molteplici facce del fenomeno dei Monti Pii.

Questi ultimi furono insieme un’istituzione bancaria, ma anche una forma di intervento benefico, un’iniziativa locale adattata alle esigenze e alle peculiarità del singolo centro urbano, ma anche un modello generale di intervento attuato in numerosissime località, una sfida ai banchi privati e insieme un complemento alla loro operatività.

Il primo Monte fu fondato a Perugia nel 1462 e subito se ne crearono altri  nelle piccole città che avevano maggiori difficoltà, rispetto ai grandi centri urbani, a risolvere i problemi creditizi della gente qualsiasi. Se nel 1515 se ne contavano 135, nel 1562 erano oltre duecento, perlopiù dislocati nell’Italia centro-settentrionale. Al sud il primo Monte ad essere fondato fu quello de L’aquila (1460) seguito da quelli di Sulmona, Lecce rispettivamente nel 1471, 1517 e 1520, mentre il Monte di Napoli venne fondato nel 1539. La geografia dei Monti corrisponde in buona misura alla geografia dello sviluppo comunale trattandosi di una risposta collettiva, quindi “comune”, alle esigenze di credito accessibile avvertite dai cittadini meno privilegiati.

Usualmente a proporre l’idea, che certamente circolava dopo le prime fondazioni nell’Italia centrale, era un predicatore dei Minori Osservanti, Michele Carcano da Milano, Marco da Montegallo o Giacomo della Marca, quando non fu il massimo sostenitore dell’istituto, Bernardino da Feltre, che dedicò gli ultimi dieci anni della sua vita (1484-1494) a fondare e diffondere i Monti Pii. Chiamati e lungamente attesi, quando i predicatori finalmente arrivavano in città, tenevano un ciclo di prediche nel corso della Quaresima o dell’Avvento e nell’ultimo Medioevo in più di un caso dedicarono qualche sermone al tema dei Monti.

Parlarono della loro utilità e del modo di farli funzionare, ma affrontarono anche l’argomento a partire da questioni più generali quali la iniqua distribuzione delle ricchezze e la ineludibile necessità per il cristiano di prendersi cura di chi ha bisogno, come si legge nel versetto evangelico “Curam illius habe” (Lc 10,35). Dai sermoni di Bernardino da Feltre giunti fino a noi possiamo ricavare gli argomenti addotti, i modi di proporre la nuova istituzione e indirettamente le resistenze incontrate o almeno i dubbi da essa suscitati.

Uno degli argomenti era quello della opportunità e della convenienza di prendersi cura di chi era povero, ma non poverissimo, prestandogli denaro a condizioni diverse e più convenienti rispetto a quelle “di mercato”.

Spesso il predicatore portava con sé uno schema di regolamento che in ogni città un’apposita commissione modificava e adattava in vista della stesura definitiva degli Statuti di quel preciso Monte. Come i predicatori che li proposero, anche i responsabili della stesura delle norme dei singoli istituti possono essere annoverati fra i fondatori dei Monti, unitamente a quanti destinarono risorse ad essi. La conservazione delle risorse costituisce un nodo problematico importante. Condizione preliminare per rendere concreto il programma di assistenza ai clienti del Monte, i poveri meno poveri che possedevano almeno qualcosa da consegnare in pegno, era il reperimento del capitale necessario alla fondazione di un Monte. La denominazione allude a un insieme ,una montagna di monete quanti necessitavano, di piccolo credito. Questo nel nome della cura di chi ha bisogno, della solidarietà, della pietà e da ciò la definizione di “Mons Pietatis”.

Bisognava darsi da fare per realizzare il progetto trovando il capitale iniziale, individuando la sede della neoistituzione, stendendo gli Statuti e cominciando a prestare ai clienti che, a loro volta, dovevano attivarsi per restituire, con interesse modesto (e qui stava l’azione solidaristica innovativa) il denaro ricevuto a fronte della presentazione di un pegno che valesse almeno un terzo in più rispetto a quanto si prestava. Se fra i fondatori annoveriamo i fornitori di quote, anche minime, di capitale, essi in alcuni casi furono moltissimi cittadini e cioè tutti coloro che, sollecitati dal predicatore, presero parte ad apposite processioni promosse per chiamare a raccolta l’intera comunità cittadina intorno alla nuova fondazione e dotarla di fondi.

In alcuni casi si stimolarono vere e proprie gare di generosità che coinvolsero corporazioni, istituzioni, singoli individui: tutti erano invitati a donare al Monte anche solo poche monete.

L’insieme delle offerte costituiva il capitale che consentiva all’istituto di cominciare a funzionare secondo le regole stabilite negli Statuti. Prima ancora che il Monte aprisse i battenti, c’era chi offriva terre in eredità e chi rendeva disponibile la sede per avviare le operazioni di prestito.

Come si è anticipato, il capitale così raccolto non “costava” all’istituzione e non aveva quindi l’obbligo di essere remunerativo a differenza del capitale che i privati investivano nei banchi di prestito dei cristiani o degli ebrei. Donazioni e depositi consentivano ai Monti di anticipare denaro ai clienti al costo del solo rimborso delle spese, cioè a un tasso del 5% circa annuo a fronte del 30-40% e più richiesto dai banchieri privati. La questione della gratuità fu molto delicata e dibattuta e si connette strettamente alla peculiare natura dell’istituzione – benefica e insieme bancaria, solidaristica ma razionale – e alle ambiguità che scontava all’epoca la relazione teorica con l’anticipazione del denaro.

Le incertezze riguardavano le teorie del credito più che la pratica, giacché nella realtà quotidiana nessuno di fatto prestava senza esigere un interesse. Esigere in maniera esplicita anche solo un modestissimo interesse su ogni operazione, come faceva il Monte ideato in ambiente francescano, esponeva all’accusa di empietà (vi fu chi modificò la denominazione dell’istituto da “Mons Pietatis” a “Mons impietatis”) e al sospetto di comportamento usurario. Consapevole di ciò, Bernardino da Feltre volle che tutti i Monti da lui fondati richiedessero ai clienti il pagamento a copertura delle spese di una somma pari al 5% di quanto ricevuto. Le spese riguardavano il costo dell’affitto, il  e così via. Oggi indiscutibile nella sua limpidezza, la richiesta di rimborso delle pese suscitò nella seconda metà del Quattrocento perplessità e polemiche che durarono oltre mezzo secolo fino al 1515 quando il V Concilio Lateranense stabilì che, sebbene preferibile un diverso modo di agire, vale a dire senza interesse, non era tuttavia colpevole esigere un limitato rimborso delle spese.

Quando richiesto, il rimborso delle spese, che molti invece definivano più semplicemente interesse, variava dal 3-5% fino al 30% ma la contribuzione più frequentemente pretesa ammontava al 5%: così a Faenza come a Reggio Emilia o a Modena. A Parma era previsto un servizio gratuito per chi non poteva pagare l’interesse del 10% previsto dagli Statuti, successivamente ridotto al 5%13.

L’intenzione dei Francescani ideatori era stata quel la di correggere evidenti discrasie fra usi del mercato e valori del cristianesimo. È vero che il cristiano in teoria dovrebbe prestare gratuitamente a chi, in stato di difficoltà, chiede aiuto, ma nella realtà ben pochi erano disposti a farlo e, come notava Bernardino da Feltre, se almeno esisteva la possibilità di dirottare verso il Monte i richiedenti, questi ultimi trovavano quello che a loro serviva e i poco generosi vedevano alleggerita la loro colpa. Se il programma dell’istituto era quello di prendersi cura dei bisognosi, esso, a giudizio di alcuni, era in contrasto con la pretesa di un interesse comunque giustificato. Su questo vennero scritti numerosi trattati che hanno contribuito a far crescere la consapevolezza delle necessarie distinzioni (a favore del rimborso delle spese da parte dei Francescani e contro da parte dei Domenicani e Agostiniani) ha potuto maturare un pensiero economico al quale i Francescani stavano dando da tempo un originale apporto.

Il programma solidaristico del Monte era efficacemente espresso dal versetto evangelico “Habe illius curam” (Lc 10,35) che costituì il motto dell’istituto e che fu frequentemente riprodotto sugli stendardi che accompagnarono la proposta verbale di fondare un Monte con l’intento di accrescere, grazie alle immagini, l’efficacia delle parole. La rappresentazione iconografica dell’obbligo cristiano a prendersi cura è costituita dall’immagine di Cristo in Pietà che ha regolarmente accompagnato i Monti Pii aggiungendo drammaticità alla raccomandazione ad occuparsi di quanti versavano cioè Cristo in pietà, erano i potenziali clienti del Monte, vale a dire donne e uomini poveri ma non poverissimi e quindi in grado, se opportunamente sostenuti, di uscire dallo stato di bisogno. Si trattava di individui che, se costretti a rivolgersi ai banchieri privati, rischiavano la rovina.  In questo modo ai meno privilegiati si alleviava almeno un po’ la sorte e più in generale ci si prendeva cura della città proteggendola da eventuali disordini e violenze ad opera di quanti si trovavano in situazioni di disagio e limitando la necessità cittadina di soccorrere con l’elemosina e l’assistenza i più miserabili.

Il credito del Monte si profilava dunque come uno strumento di cura polifunzionale: serviva a una ben individuata tipologia di clienti, ma anche più in generale ai cittadini nonché ai governanti che potevano valersene come strumento di governo. Come il Monte si curava dei poveri meno poveri, così la città si prendeva cura del suo Monte o almeno avrebbe dovuto: questo era il progetto concepito dai Minori Osservanti e realizzato nelle città dell’ultimo Medioevo e della prima Età moderna. Si è trattato di un progetto innovativo e lungimirante che conserva dosi importanti di attualità. Sta di fatto che i Monti, fra crisi e trasformazioni, sono giunti fino a noi e sta di fatto che l’intuizione alla base del microcredito di cui oggi molti parlano presenta non poche prossimità con l’ideazione minoritica dei Monti di Pietà e con l’idea di cura da essi messa in pratica nel nome di un bisogno che, come si è detto in esordio, è uno degli elementi costitutivi dell’esistenza umana.

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