Vanniloqui Tintarelle di luna: cazzeggio di mezza estate a base di carotene, tipi da spiaggia e topless scomparsi - 7per24 | 7per24

Vanniloqui
Tintarelle di luna: cazzeggio di mezza estate a base di carotene, tipi da spiaggia e topless scomparsi

Ci sono parole che, entrate nel pubblico dominio, dopo un po’ lo colonizzano vittoriose e per qualche tempo non ti puoi girare senza vedertele sbattere in faccia, trionfali. A volte sono di dubbio gusto – implementazione, efficientamento, per dire, si va dalla cacofonia al digrignamento di molari. Poi, ci sono quelle per le quali tua nonna ti avrebbe rincorso col battipanni e ti avrebbe, equivocando, sciacquato la bocca col sapone di Marsiglia: licopéne, senza dubbio una di queste. Tipo, certe parole non stanno bene in bocca ad una signorina. Però ci balzano direttamente agli occhi tipo gatti infuriati da qualunque pezzo di carta patinata, proprio quando meno ce lo aspettavamo. Un esempio: sei lì che spigoli una rivista abbastanza seria, e scopri che una ricerca mostri come nel Sud il melanoma sia meno diffuso. Un bel po’ meno diffuso, eh: meno 50%, percentuali da lucentezza dei capelli dopo certi sciampi. La parola all’esperto: pomodori, carote, barbabietole, albicocche e arance rosse contengono beta carotene e, immancabilmente – eccallà! – licopéne, e siccome la dieta dei nostri amici più vicini all’equatore ne è maggiormente ricca rispetto a quella dei soliti polentoni, ecco che il melanoma non si fa vivo.

Ora. A parte il fatto che se una rondine non fa primavera, figuriamoci una ricerca – che poi, ci piacerebbe leggerla, non solo leggerla citata en passant, sia pure da un luminare come l’esperto volutamente non citato sopra; ma siamo così sicuri che il passaggio logico non sia un tantinello azzardato? E’ veramente un passaggio logico ragionevole e credibile quello che propone come causa della minore incidenza di un tumore della pelle la differente alimentazione tra le due zone sopra citate? Sempre che, ovviamente, si voglia credere alla dichiarazione che al Sud il consumo di frutta e ortaggi sia superiore in maniera rilevante rispetto al Nord, patria di innumerevoli ortoressici che hanno preso per oro colato la favola del dover mangiare tonnellate di vegetali di tutti i colori dell’arcobaleno più e più volte al giorno per restare in salute, possibilmente per sempre, a suon di vitamine e di antiossidanti. Forse, e diciamo forse, sarebbe molto più lineare – anche banale se si vuole, per carità – studiare le diverse modalità di esposizione al sole che mettono in atto gli abitanti delle diverse regioni: il salto logico sarebbe un po’ meno quantico. Scopriremmo magari che al Sud c’è un po’ più di sole, e che la gente va un po’ meno vestita da aprile in avanti, stagione in cui i polentoni ancora magari battono i denti; e che la esposizione al sole maggiormente graduale e misurata magari risulta salvifica nei confronti di tante neoplasie epiteliali del genere descritto. Il che sembra ben più probabile di quanto non lo sia appellarsi ad un potere taumaturgico dell’alimentazione la quale, per carità, avrà certamente i suoi pregi, ma ci sembra possa serenamente arrivare in seconda istanza.

L’esposizione al sole, invece, quella arriva prima di tutto. Essendo mutato nel corso degli anni il modo di fruire delle vacanze, e delle spiagge, adesso oltre al solito fiume di migranti che appare ai primi di Agosto e torna a fluire in direzione ostinata, sconfitta e contraria quindici giorni dopo, dobbiamo far rilevare un certo qual successo tra gli autodafé che si consumano a cavallo di ogni weekend che prospetta le temperature sufficienti a togliersi i vestiti: il signor Brambilla, pallido come le natiche di una nobile francese del Settecento, decide se soffrire le pene della transumanza con mezzi propri – quale che sia la cilindrata si butta selvaggiamente sull’asfalto rovente delle autostrade – oppure tenta l’ordalia dei mezzi pubblici, leggi treni, ammassati in un carro bestiame semovibile sparato a duecento all’ora verso il sole – che peraltro non manca certamente nelle nostre città. Ma forse, non tanto il sole, quanto la voglia di denudare le pudenda è la molla motivante; e il signor Brambilla, in favore di una fresca, ingannevole brezza, piglia e getta ogni cautela a mare, materialmente ed idealmente, per giorni tre finendo col tornare alle protettive gioie dell’aria condizionata del suo ufficio il lunedì mattina con la pelle conciata come quella dell’uomo illustrato di Bradbury, scuoiato come solo la crudeltà Comanche potrebbe aver realizzato e con un trattamento che lo renderà per saecula seculorum a strisce come le zebre, ma felice. Felice, di poter mostrare a tutti i segni del proprio calvario, per gridare al mondo: io c’ero, c’ero! E le ustioni di oggi, facilmente tumori di domani, sono certamente lì a dimostrarlo.

Del resto, è proprio vero: tra buchi nell’ozono e inquinamento, tra acque putride e ombrelloni sempre più ravvicinati, neppure le spiagge sono più quelle di una volta. Oggi una donna in topless non se la fila più nessuno, non da quando venti secondi sul Web possono fornire materiale immaginativo per una vita intera, e quelle pelli crepate da soli algerini traslocati nelle paludi rivierasche non fanno più così gola come un tempo, quando per vedere una coscia dovevi appostarti su Postal Market sperando per il meglio. La gente è molto più affascinante su Facebook che dal vivo, diciamolo. E ora che persino i vucumprà sono scacciati dal litorale che percorrevano instancabilmente, pronti a venderti quei parei così indispensabili affinché i tuoi figli in Gabon non facessero la fame – mentre invece tu col cappellone di paglia studiavi Ingegneria alla Bicocca e d’estate raggranellavi qualche soldo in contumacia – nessuno più ci si filerà sulle sdraie, in assenza dell’aiuto di Wikipedia, dei filtri, delle chat assassine e del decisivo aiuto dei nostri seguaci in favore di bacheca. E poco a poco, del mare resteranno solamente le ustioni letali e qualche foto di ginocchia in album sempre più immateriali, o tempora, o mores.

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