Cantami, o Diva, del pelide Salvini

Nel tentativo di ignorare l’arroganza del nostro Ministro dell’Interno, mi sono rifugiato nei ricordi di quando ero bambino. Trascorrevo lunghi periodi a Cremona, dove due zie tenerissime mi intrattenevano in lunghe partite a briscola, mi raccontavano i miti dell’antica Grecia, di Achille e di Ulisse, della tragedia degli Atridi, dei bisticci degli Dei dell’Olimpo.
Mi leggevano anche poesie divertenti allora in voga, oggi dimenticate. Quella del Prode Anselmo: (*)

“Passa un giorno, passa l’altro
Mai non torna il prode Anselmo,
Perché egli era molto scaltro
Andò in guerra e mise l’elmo…
Mise l’elmo sulla testa
Per non farsi troppo mal
E partì la lancia in resta
A cavallo d’un caval.”

E quella del Marchesino Eufemio (^):
“A dì trenta settembre il marchesino,
d’alto ingegno perché d’alto lignaggio,
die’ nel castello avito  il suo gran saggio:
di toscan, di francese e di latino.

Ritto all’ombra feudal d’un baldacchino
con voce ferma e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrìvonsi con due g come cuggino.”

E c’era anche la famosa “Vispa Teresa” (°) che:

avea tra l’erbetta
A volo sorpresa
gentil farfalletta.
E tutta giuliva
stringendola viva
gridava a distesa:
“L’ho presa! L’ho presa!”.
A lei supplicando
l’afflitta gridò:
“Vivendo, volando
che male ti fo’?
Tu sì mi fai male
stringendomi l’ale!
Deh, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!”.

Nel 1917 Carlo Alberto Salustri conosciuto come Trilussa, continua questa poesia rendendola dissacrante. La vispa Teresa, crescendo, è diventata una donna facile ma sola.

Se questa è la storia,
che sanno a memoria
i bimbi di un anno,
pochissimi sanno
che cosa le avvenne
quand’era ventenne!
Un giorno di festa,
uscendo di Chiesa
la vispa Teresa
alzava la vesta
per farsi vedere
le calze sciffonne,
che a tutte le donne
fan tanto piacere.
Armando, il pittore,
vedendola bella,
le chiese il favore
di far da modella.
“Verrete?” “Verrò,
ma badi però…!”
“Parola d’onore!”
rispose il pittore.
Il giorno seguente,
Armando, l’artista,
stringendo furente
la nuova conquista,
gridava a distesa:
“L’ho presa, l’ho presa!”
“Così mi fai male
la spina dorsale!
Mi lasci ! Che anch’io
son figlia di Dio!
Se ha il suo programma
ne parli a la mamma!”
A quella minaccia
Armando tremò,
dischiuse le braccia,
ma quella restò!
Perduto l’onore,
sfumata la stima,
la vispa Teresa
più vispa di prima,
per niente pentita,
per niente confusa,
pensò che l’onore
non è che una scusa.
Per circa tre lustri
Fu cara a parecchi,
fra giovani e vecchi,
fra oscuri ed illustri.
La vispa Teresa
fu presa e ripresa.
Contenta e giuliva
Soffriva e s’offriva!
(la donna che soffre
se apostrofa l’esse
ha tutto interesse
di dire che s’offre!)
Ma giunta ai cinquanta,
con l’anima affranta,
col viso un po’ tinto,
col resto un po’ finto
per trarsi d’impàccio
dai prossimi acciacchi,
apriva uno Spaccio
di Sale e Tabacchi.
Un giorno, un cliente,
chiedendo un “toscano”
le tese la mano,
così…casualmente.
Teresa la prese,
la strinse e gli chiese:
“Mi vuole sposare?
Farebbe un affare!”
Ma lui, di rimando,
rispose: “No, No!
Vivendo fumando
che male le fò?”
Confusa e pentita
Teresa arrossi,
dischiuse le dita,
e quello fuggì!
Ed ora Teresa,
pentita davvero,
non ha che un pensiero
d’andarsene in Chiesa.
Con l’anima stracca
Si siede e stabacca,
offrendo al Signore
gli avanzi di un cuore
che batte la fiacca.
Ma spesso guardando
con l’occhio smarrito
la polvere gialla
che resta nel dito,
le sembra il detrito
di quella farfalla
che un giorno ghermiva
stringendola viva.
Così, come allora,
Teresa risente
la voce innocente
che prega ed implora:
“Dhe, lasciami! Anch’io
son figlia di Dio!
Fu proprio un bel caso”
sospira Teresa,
fiutando la presa
che sale nel naso.
“Se qui non son lesta
mi scappa anche questa!”
E fiùta e rifiùta,
tossisce e sternùta,
il naso è una tromba
che squilla e rimbònba
e pare che l’eco
si butti allo spreco!
Fra un fiòtto e un rimpianto,
tra un sòffio e un eccì,
la vispa Teresa…
…lasciàmola lì!

Questa, le zie di Cremona, prude e devote, non me l’hanno mai raccontata.
Non sarà grande poesia, ma è divertente.
Che sia una metafora di questi tempi? L’illusione di volere tutto facilmente che prelude alla delusione dello stringere fra le dita una polverina gialla senza vita?
Forse preannuncia la parabola discendente di questa destra razzista.
In ogni caso il Ministro è quasi dimenticato.

***

(*) Di Giovanni Visconti Venosta (Milano, 1831 – 1906), patriota e scrittore.

Il prode Anselmo (La partenza del crociato)

(^) Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791 – dicembre 1863), poeta italiano. Nei Sonetti romaneschi raccolse la voce del popolo della Roma del XIX secolo.
http://www.intratext.com/IXT/ITA1553/_P62.HTM

(°) Scritta intorno al 1850 da Luigi Sailer ( Milano 1825 – Modena 1885), scrittore quasi sconosciuto, ma questa sua poesia è tra le più celebri in Italia.

La farfalletta (La vispa Teresa)

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