Vanniloqui
Ok, io rancoroso chic, vuoto il mio livoroso sacco sulla politica

Per fortuna, gli italiani non sono un popolo fazioso. Assolutamente no. Non soffrono di campanilismo, di tifo endemico; si fanno guidare prima dalla testa, poi dal cuore, infine, dalla coda, un po’ come in quella vecchia réclame della grappa nella quale alla fine rimaneva solo il meglio. E il meglio, per gli italiani, è arrivato: in quest’anno in cui ci si improvvisa sportivi veri, fingendo fino alle convulsioni di trovare interessanti squadre tipo l’Islanda Centromeridionale e la Namibia Citeriore, quest’anno di spiagge non così assolate come gli appassionati di tumori della pelle invocano a gran voce, resta solo la grande, vera passione di questo popolo dalle antichissime tradizioni democratiche. La Politica. Più appassionante del futébol e della Corrida di Corrado e financo di Giochi Senza Frontiere, anche se i soliti guastafeste le frontiere ce le vorrebbero rimettere. Ma è tutto un gioco delle parti. L’importante è mettersi d’accordo su quali parti siano in gioco. Con la testa, perché si sa, gli italiani, non sono faziosi. Assolutamente no.

Se fossero faziosi, potremmo assistere, sui quotidiani, nelle radio, nelle televisioni, nei social, a diluvi di ammazzamenti metafisici, di coltellate degne di un invito a cena del Valentino. Di valanghe di offese, minacce, prevaricazioni, grossolane rodomontate e numeri da operetta di varia e grottesca natura. E invece, no, niente di tutto questo: pur nell’entusiasmo dell’agone politico, un’arena che non accenna a raffreddarsi dai tempi del Senato romano, i toni sono misurati e calmi, le discussioni, franche, il clima disteso, i confronti leali. Dal momento in cui i vincitori sono stati decretati dalle urne, in maniera sobria e signorile si sono tutti messi al lavoro, pur nelle rispettive e rispettose divergenze, per mettere mano ai reali problemi del Paese: ci aspetta una stagione di grande concretezza.

Poi, vabbé, ci siamo svegliati coperti da un sudore diaccio dopo la pennica postprandiale foriera come al solito di grandi incubi, sotto alla sottile e pesantissima coperta dei due tre quotidiani che avevamo sbirciato per farci un’idea – come al solito, sbagliata, ma almeno di prima, o al massimo di terza mano, invece di andare per sentito dire e condivisioni su Facebook.

Ci siamo svegliati in un Paese in cui un Governo ha firmato un contratto con se stesso per promuovere una campagna elettorale che si è scordato di chiudere anche ad elezioni terminate. Un contratto fatto di tante cose affascinanti – flat tax, nessun aumento dell’IVA, pensionamenti anticipati, redditi di cittadinanza, eliminazione di regalie e privilegi ai politici, rivendicazione di un ruolo di prima grandezza negli affari europei, riscatto di una autonomia nazionale, nessuna delle quali, a dire il vero, appare sia pur minimamente raggiungibile, date le coperture economiche risibili a sostegno delle promesse sin qui fatte.

Un Ministro degli Interni, garante dei valori morali e civili della Costituzione, che attacca le minoranze e le diversità per acchiappare il peggio di una italietta da sempre triste e spaventata? Fatto. Che, responsabile della sicurezza sul territorio, propugna l’aumento delle armi e il possesso di queste da parte di più civili? Fatto. Un Presidente del Consiglio che chiedere permesso in diretta ai capi dei partiti di maggioranza e si fa comandare a bacchetta, zittire e redarguire in aula? Fatto. Un Ministro del Lavoro che non ha mai lavorato e propone riforme fantastiche su argomenti che non conosce? Fatto. Un Ministro della Pubblica Amministrazione che, in quanto garante delle cose pubbliche, dichiara di essere più a destra dei fascisti? Fatto. Un Ministro della Famiglia che la famiglia deve essere come dice lui e basta? Fatto. Fatto, fatto, fatto. Col beneplacito dell’omonimo giornale, peraltro. E questi sono forse i punti di minor criticità, perché ad osservare gli altri Ministri componenti questi Governo, a fare collegamenti, a leggere tra le righe chi sono e, in chiaro, come sono arrivati sin lì, c’è da mettersi seduti: una crosta di populismo d’assalto a coprire un nucleo duro come l’uranio di comitati di affari vecchissima maniera che provengono proprio da quegli ambienti di affari grossissimi, rigidissimi e ingessatissimi del miglior conservatorismo targato DC / Socialisti /Confindustria che da tanto, tanto tempo è al timone del Paese, e al quale questo Governo insediato aveva spergiurato di voler fare la pelle a tutti i costi.

E invece, eccoli là, tutti quanti: si va dalla reincarnazione di Monti ai più contorti affaristi della finanza offshore, dalla giurisprudenza ad personam alle lobby delle Forze Armate e dei sindacati di Polizia, tipo gli anni ‘70, e chissà da dove arrivano, e dove andranno a finire, i soldi di queste operazioni, perché la vena carsica di certi ragionamenti sembra non volersi esaurire mai. Il tutto condito col disinteresse nei confronti di cosette come la necessità di una riforma vera dell’istruzione, della lotta alle mafie, all’evasione fiscale, allo sfruttamento criminale dei lavoratori, del massacro in atto dell’ambiente. Senza nessuna idea sul come mettere mano ad un mercato del lavoro che langue, in (mancata) virtù di un mondo dell’impresa arroccato su idee ferme ai primi del Novecento e che come extrema ratio propugna un ritorno alla lira debole, così da poter essere i cinesi del mondo dimenticandosi che i cinesi ci sono già, e con questo stesso sistema non stanno più facendo affari d’oro neppure loro. Per il momento, sono tutti troppo impegnati a rafforzare le posizioni, che vedono ancora ballerine, a suon di proclami deliranti (alla Libia! E nemmeno scherziamo, sia detto) e di creazione di comodi nemici interni la cui individuazione, detto come va detto, non va particolarmente a credito della statura civica ed intellettuale degli elettori.

E il macchinista, che fa? Ovvero: in questo marasma, la fierissima, esperta e intellettualmente superiore opposizione, cosa sta facendo? Quali programmi sta varando, che tipo di strategia sta adottando per recuperare la fiducia di quegli stessi elettori di cui sopra che, traditi, si dice, nelle aspettative di pace, giustizia e béssi, ora volgono loro le spalle? La risposta la possiamo dare, una volta tanto, senza copiare, e senza l’aiutino da casa: niente. Il nulla. Deserto, citando Albanese. Da destra e da sinistra, dalle Alpi alle Piramidi, tutto tace; e se parla, si tratta di frasi così straordinariamente vuote che se ci metti l’orecchio vicino senti una gita di comunisti al mare, tipo, Viserbella, forse. Con tanto di sagra dello gnocco fritto. Questo PD che come misura di grande forza si preparava a smacchiare giaguari e a fare sfracelli di rottamazioni, ora ansa come un vecchio cane sfiatato al guinzaglio del leader giovane, forte e strafottente che si era fortemente voluto, salvo poi comodamente rinnegare in perfetto stile democratico e cristiano e anche un po’ da botteghe oscurate una volta che questi si era dimostrato un po’ troppo giovane e forte. Per cui, con la scusa della strafottenza, visto che non era diversamente attaccabile, giù legna. Tutti insieme. La strategia cui il PD si è affidato è basata quasi esclusivamente su invettive sui social network e strilletti sui giornali di bottega; niente di diverso, in sostanza, da quello che stanno facendo i suoi avversari, solo con meno fiato e con uno stile che, pur infinitamente più pacato, non per questo arriveremmo a definire signorile e maturo. Perché se da una parte ci sono gli invasati con la bava alla bocca che inviano pallottole ad assessori, minacciano di stupri politichesse e ingiuriano giornaliste con la stessa bocca con cui poi baciano i figli alla sera, dall’altra ci sono i piangina del “maestro, però ha copiato pure lui” che contrappongono all’odioso “e allora il PD?” un similmente odioso atteggiamento di spocchiosa attesa sulla riva del fiume, mentre il Paese in realtà si sta putrefacendo sulla riva appena dietro l’ultima ansa. Il PD ha veramente tradito il suo mandato e le genti stanche di soprusi e impaurite e impoverite gli si sono rivoltate contro? Ma no: tutte balle. Le sparate populistiche sin qui sentite sono furbissime e rozze manipolazioni del becero carattere nazionale: sono seguire una folla che già da una parte, parte che si è indicata urlando a più non posso, e poi mettersi alla testa di detta folla proclamando che tanta gente li segue. Ma seguirebbe chiunque dicesse simili corbellerie con un simile tono, e loro, ormai scafatissimi, lo sanno bene.

Perché, alla fin fine, i problemi del Paese quelli sono, e quelli restano: le migrazioni, l’evasione, il crimine organizzato, l’ignoranza, il razzismo, la sensazione di oppressione, di mancanza di prospettive, la senilità aziendale, la demografia impazzita, sono problemi grandi, grandissimi, titanici, con i quali tutti stanno facendo i conti, chi più, chi meno. Che necessitano di soluzioni nuove, mai viste prima, e anche di decisionalità fortissime da parte di politici esperti e maturi, come maturi, coraggiosi e dignitosi devono essere i cittadini che approdano al terzo millennio ancora carichi delle zolle dei secoli precedenti, e con lo stesso atteggiamento di testa china e di chiusura mentale. Problemi che tutti stanno usando a mo’ di cavalcatura in sede elettorale e citando ad mentula con toni sempre più accesi, sempre più volgari e infamanti, con dati, informazioni e verità che sempre più vengono manipolate e decontestualizzate, fino ad essere praticamente prive di sostanza, di realtà, utili al bisogno particolare di un momento o dell’altro; la maggioranza come l’opposizione, tutti si trovano davanti alla realtà di misure strutturali che o sono – e sono sempre state – particolarmente assenti, oppure sono e sono state inefficaci. Perché vecchie, perché superficiali, o di facciata, o congegnate tenendo conto di troppi interessi particolari da non doversi toccare. E il cittadino, che spesso gioca all’uomo che non c’era, invece di farsi carico del fallimento dichiarato della realtà in cui vive delega scelte, colpe ed errori ad una classe politica che descrive come altera, assente, inarrivabile quando perde. E perde spesso. Salvo poi attribuirsi in quanto elettore (se pure lo è stato) i successi di quando vince, o di quando fa la voce grossa (è lo stesso), o sostiene di aver fatto la voce grossa pure quando gli hanno riso dietro (è lo stesso, purché la si racconti bene). Con un atteggiamento da tifoso di calcio degno di un Mondiale dal quale ci hanno sbattuti fuori prima ancora di iniziare. Come una grappa della quale subito via la testa, poi subito dopo, il cuore, infine la coda, e quindi, con quale organo si rimane?

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