Li accogliamo noi: patto tra coop sociali e del Terzo settore sull’integrazione dei rifugiati

Percorsi di cura personalizzati e differenziati, accoglienza diffusa sul territorio, dialogo e comprensione tra persone e culture e, da qui,  un’integrazione capace di superare sospetti e diffidenze e di rappresentare un’opportunità di crescita per soggetti e comunità.

Sono questi alcuni dei principali obiettivi del documento sottoscritto dalle organizzazioni (cooperative sociali e altre realtà del Terzo Settore) che a Reggio Emilia operano nel campo dell’accoglienza straordinaria dei richiedenti asilo.

Un lungo testo (firmato, non casualmente, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato) che, partendo dalla “Carta della buona accoglienza” siglata nel 2016 tra ministero degli Interni e Alleanza delle Cooperative Italiane, fissa filosofie, obiettivi e metodi di lavoro comuni nella gestione di un servizio che – sottolineano i sottoscrittori – “vuole assicurare accoglienza dignitosa alle persone che giungono nel nostro territorio dalle aree più povere del mondo e, al contempo, sicurezza e reale integrazione nei territori in cui i richiedenti asilo sono accolti, facendo leva sulla collaborazione con amministrazioni locali, servizi pubblici, associazioni del volontariato (culturali, sportive, ricreative) e cittadini”.

Il documento – sottoscritto dal Ceis e dalle cooperative sociali aderenti a Confcooperative Centro sociale Papa Giovanni XXIII, Coress Piccolo Principe, Dimora d’Abramo, La Vigna, L’Ovile e Madre Teresa –  riassume in dieci punti i principali impegni  legati ai servizi di accoglienza, evidenziando, tra l’altro, il sostegno e l’accompagnamento delle persone in percorsi individuali che ne promuovano l’autonomia nelle relazioni con gli altri e la capacità di orientarsi nei nuovi contesti, il principio dell’accoglienza diffusa sul territorio in strutture con limitati numeri di ospiti e un’organizzazione della convivenza che punti sulla responsabilità individuale, l’impiego di equipe di lavoro multidisciplinari con personale specializzato e qualificato, la gestione corretta e trasparente delle risorse per l’accoglienza, il coinvolgimento (“in modo significativo”) di istituzioni e società civile, la valorizzazione e la tutela delle competenze delle cooperative in un’ottica non competitiva e, ancora, la promozione di sistemi di accoglienza segnati da una maggiore visione strategica e progettuale (Sprar, ad esempio) rispetto  alle caratteristiche e alle carenze che presenta l’accoglienza straordinaria.
Da qui, poi, l’ampio dettaglio degli orientamenti operativi riguardanti i diversi aspetti dell’accoglienza, partendo dalle strutture (con netto privilegio per le piccole unità abitative e l’uso di strutture collettive limitato nel tempo e riservato al presidio delle situazioni più complesse), per arrivare al vitto, alla cura e salute,  all’igiene personale e al vestiario, alla gestione delle convivenze (presenze, frequenza dei sopralluoghi, incontri individuali e tra i conviventi), ai percorsi di legalizzazione e legalità, al personale impiegato (qualifiche e contrattualizzazioni).

Particolare spazio è riservato al sostegno e all’accompagnamento dei percorsi individuali, con riferimento alla conoscenza dei diversi aspetti che caratterizzano i contesti locali, all’apprendimento della lingua italiana, alle attività di volontariato e ai lavori socialmente utili (coinvolgendo almeno il 15% degli ospiti), alla formazione al lavoro e ai tirocini formativi e lavorativi e, ancora, all’inserimento sociale attraverso attività ludico, sportive e culturali.
Un ampio capitolo, infine anche quello dedicato al lavoro con il territorio, in cui si inserisce anche un impegno che va oltre l’accoglienza straordinaria, guardando ad un futuro che vede le strutture d’accoglienza reggiane al lavoro per la costruzione di percorsi di sostegno (anche economico laddove se ne riscontrino le condizioni) per i richiedenti asilo anche dopo la dismissione dal progetto, con particolare attenzione alle persone fragili e in difficoltà che si fermeranno nel territorio.

“E’ anche a queste prospettive – osservano i sottoscrittori dell’accordo sulla buona accoglienza, che è tema oggetto di lavoro anche in Confcooperative Emilia-Romagna, con un apposito gruppo coordinato dal reggiano Luigi Codeluppi – che occorre guardare per anticipare soluzioni umanamente e socialmente valide, ridurre i disagi e i possibili conflitti; obiettivi che, peraltro, debbono essere ricercati anche attraverso una riduzione dei lunghissimi tempi (oltre 600 giorni)  che intercorrono tra la richiesta di asilo e le risposte delle autorità, associati ad un clima di incertezza che si ripercuote sui diretti interessati, sui gestori dei servizi e sulle comunità ospitanti”.

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