L’acceleratore del Cern porta anche la firma di Tosti da Grosseto

Grosseto – Da Castel del Piano al Cern di Ginevra. Pochi lo sanno, ma parti del mitico acceleratore di particelle svizzero sono state congegnate e costruite qui, nel grossetano, dalla Tosti srl, un’azienda leader nelle lavorazioni meccaniche di materiali compositi. In cifre: 120 dipendenti e un fatturato di 1,6 milioni di euro. Questa storia potrebbe essere una metafora del made in Italy, che riesce a competere sui mercati mondiali ai massimi livelli contando su sé stessi e senza sostegno alcuno. Ce la racconta Fosco Tosti, titolare dell’azienda, spiegando cosa vuol dire fare impresa partendo da un paese di 4.800 abitanti: con scarse infrastrutture, difficoltà a reperire manodopera qualificata e manager specializzati.

Fosco Tosti

Fra i vostri clienti la Tosti include Enel, Leonardo (ex Finmeccanica), il Cern di Ginevra. Ci spiega come avete fatto partendo da una realtà così “decentrata” come Castel del Piano?

Ho iniziato la lavorazione meccanica di materiali compositi nel 1976. Se lei si guarda intorno, tutto quello che acquistiamo – medicinali, bottiglie, prodotti farmaceutici – è un assemblaggio di molti materiali diversi fatti in polimeri. La nostra impresa opera nel settore metalmeccanico e lavoriamo con macchine tradizionali a controllo numerico. Ma anziché metalli, lavoriamo materiali plastici e compositi. Realizziamo anche parti o componenti per clienti specifici, e offriamo consulenze alle aziende. La qualità del nostro lavoro ci ha messo in contatto con competenze molto elevate, fra queste il Cern di Ginevra. Con loro abbiamo cominciato nell’89 e abbiamo prodotto componenti dell’acceleratore di particelle: da qui al 2023 lavoreremo per il nuovo acceleratore e la nostra collaborazione è molto intensa.

Come sono stati per voi questi anni di crisi?

Nel 2009 abbiamo avuto grossi problemi, seguiti da una lenta risalita. Solo nel 2013 siamo tornati a volumi produttivi precrisi e solo nel 2016 abbiamo recuperato i precedenti livelli occupazionali. In questi ultimi anni la crescita è stata molto significativa, intorno al 30/40%. Merito anche del fatto che i nostri clienti sono aziende esportatrici di medio-grandi dimensioni, quasi tutte italiane, e collocate nel triangolo industriale fra Lombardia, Veneto e Emilia Romagna.

Ci sono state trasformazioni aziendali in questi ultimi anni?

In primo luogo abbiamo introdotto innovazioni dal punto di vista organizzativo, il cosiddetto Toyota Production System. Ovvero un sistema di fabbrica integrata, con produzione snella e in costante miglioramento. In secondo luogo lo sviluppo dell’informatica ci ha consentito di avere macchinari sempre più performanti e produttivi. Tutto questo però non sarebbe stato sufficiente se non avessimo investito in formazione aziendale, con continui corsi di aggiornamento e riqualificazione.

Secondo lei quali sono le principali debolezze competitive del nostro Paese?

Il sistema Paese purtroppo non aiuta lo sviluppo. Non ci aiuta la formazione, l’impresa è scollegata con la ricerca, le università sono troppo autoreferenziali. L’azienda deve fare tutto da sola, anche in campo formativo. Le faccio un esempio: nella mia operatività sono coadiuvato da un management. Ma il problema che si pone adesso è individuare soggetti che abbiano la capacità di gestire un futuro sempre più complesso. Li stiamo cercando, ma non si trovano. In Italia non abbiamo una classe di manager formata, in grado di prendere le chiavi dell’azienda. Non parliamo poi dei problemi delle infrastrutture a tutti i livelli: idriche, energetiche, informatiche. Questo, badi bene, vale per tutto il Paese, non solo per un’area tutto sommato decentrata come la nostra.

Come intende affrontare le sfide dell’impresa 4.0? Cosa pensa degli incentivi messi in campo a livello nazionale?

Abbiamo investito molto nell’intelligenza artificiale, soprattutto nell’ambito della manutenzione predittiva. Gli interventi a livello nazionale sono stati importanti, non solo per gli incentivi messi in campo, ma anche perché hanno portato alla luce un grande problema sociale: queste tecnologie stanno facendo sparire un enorme numero di posti di lavoro. Lo confermano innumerevoli studi, anche dell’Ocse. Già oggi il trend è in atto. l’Istat certifica che nel 2017 siamo arrivati ai livelli produttivi di dieci anni fa, ma la disoccupazione resta molto alta, contrariamente ad allora. Questo problema dovrà essere affrontato con strategie adeguate. Da subito.

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