Non poter stroncare Ligabue e Rovazzi è frustrante

Abbiamo sempre avuto due principi ispiratori, mai persi di vista. Primo: l’assoluta incompetenza tecnica di noi cinefili del “Bar De Curtis”, unita al sacrosanto diritto di dire la nostra, di sentenziare bello o brutto e perché, con un linguaggio pane e salame. Secondo: stroncare anziché “incensare a gratis”, parlare dei film brutti anziché di quelli belli, unico modo per ottenere un rimborso virtuale a un salasso reale (9,30 euro per un ingresso al cinema? Ma stiamo scherzando?).

Premesso ciò, se non possiamo parlare male dei film di due cantanti – appena recuperati in dvd, a noleggio, per risparmiare – capite bene che tutto si svuota di significato e questa rubrica giunge al capolinea.

Al diavolo la nostra onestà intellettuale, i film con Fabio Rovazzi come protagonista e Luciano Ligabue come regista li abbiamo visti con la speranza di poterli stroncare. Tenendo in mano le custodie dei dvd pregustavamo già il sangue, quello dei nostri polpastrelli martoriati, a forza di digitare cattiverie sulla tastiera del portatile.

Invece…

Invece ci ritroviamo a “dover” scrivere che il vampiresco Fabio Rovazzi (ma è vivo?), pur avendo la presenza scenica di un cartonato di Heidi, non sfigura affatto nel ruolo di nerd alla ricerca del proprio posto nel mondo. Stiamo parlando de “Il vegetale”, opera di Gennaro Nunziante che, nonostante il titolo orribile, vola via leggera e riesce a farsi guardare, rimanendo alla larga dalla pericolosissima lezione moraleggiante. Certo, il personaggio di Rovazzi è talmente buono e puro da risultare irreale e lievemente irritante, ma del resto il registro scelto è quello della favola, non della denuncia sociale. Ci sta, purtroppo, e legittima la presenza di Rovazzi, stralunato non si sa quanto per esigenze di copione e quanto per effettivi limiti interpretativi.

E che dire di “Made in Italy” di Ligabue, al quale chiediamo scusa per aver scritto, qualche riga sopra, che lui e Rovazzi appartengono alla stessa categoria (cantanti). Non è tutto oro quello che luce: non si sa bene perché Reggio Emilia, ad esempio, fra interni, scorci e automobili, sembri rimasta indietro nel tempo di parecchi anni (solo la presenza degli smartphone ci fa capire che siamo nel presente); qualche canzone in meno del regista-cantante non avrebbe guastato; il finale meriterebbe un dibattito a parte, ma non volendo svelarlo siamo costretti a fermarci qui e ad ammettere che il risultato complessivo è guardabile, guardabilissimo. Il disagio di Stefano Accorsi arriva allo spettatore, ergo la missione è compiuta. Che poi alcuni dialoghi e alcune interpretazioni risultino un tantino ingessate, più che difetto è marchio di fabbrica “genuino” di chi regista a pieno titolo non è.

Tornando a noi: se non possiamo stroncare Rovazzi e Ligabue, parliamoci chiaro, tanto vale chiudere baracca e burattini, e sfidare gli ausiliari del traffico parcheggiando l’auto in Piazza San Prospero. In “Made in Italy” si può fare.

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