Giggi il bulloIl signore delle mosche - 7per24 | 7per24

Giggi il bullo
Il signore delle mosche

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa, e non solo, visto che è ben vivo (o non morto) e presente anche negli USA e chissà dove altro: a occhio e croce, è quello di William Golding, visto che a giudicare da quanto passano i giornali in questi giorni i ragazzi di oggi sembrano una via di mezzo tra le prove generali di American Psycho, il Musical, e l’asilo d’infanzia della gioventù bruciata. Poveri noi, che riponevamo in loro così tante speranze. Generazione X, Y e Z, Millennials, non solo stanno abbandonando in massa Facebook lasciandoci soli con i nostri soliloqui politicheggianti e i nostri amorazzi con tardone inguainate animalier, ma attentano anche a quanto di più sacro era rimasto del sogno della nostra adultaggine: che, no, non era il telecomando – quello, ce lo hanno lasciato, con sommo disprezzo, visto che adesso si collegano direttamente gli elettrodi nel cervello per restare connessi – ma bensì la nostra autorità di adulti, che sbeffeggiano e perculano come se ci meritassimo tutto questo, e anche molto peggio. In fondo, magari hanno anche ragione: siamo rei di averli cresciuti noi, loro.

Forse sarà che siamo reduci da una campagna elettorale (peraltro, ben lungi dall’essere terminata, anzi) che ci ha lasciati incattiviti e molto incerti circa il nostro senso di appartenenza, o il nostro senso, tout court. Forse, sono ancora gli echi non spenti dell’eccidio di questo febbraio appena trascorso, in Florida: un diciannovenne espulso, che invece di rigare la macchina del professore come si conviene presso qualsiasi buona famiglia prende l’AR-15 di papà e ammazza 17 persone, ne ferisce altre quattordici. Niente di straordinario: a quella data, dall’inizio dell’anno nelle scuole statunitensi c’erano già state altre diciassette (17) sparatorie. “Nessuno studente o insegnante dovrebbe sentirsi in pericolo in una scuola americana” dichiara il Presidente Trump, e propone di armare meglio insegnanti e bidelli, così appena vedi uno studente che entra in aula un po’ scazzato lo puoi freddare al volo; poi andrai a chiarire se il distributore gli ha fregato la Coca-Cola, oppure se aveva un mitra carico nello zainetto. Da noi, invece, molto più rusticamente – alla faccia di quelli che dicono che non serve, come antidoto alle ammazzatine di massa, impedire che ciascuno si faccia in casa la sua personale santabarbara – ci si limita ai pestaggi e/o umiliazioni ai docenti: Verona, Caserta, Alessandria, Foggia, Cagliari, Matera, Avola, Treviso, Manduria, Piacenza, Torino, Lucca, un florilegio di bei componimenti tipo libro Cuore al contrario di classi in cui il papà di Enrico sbrocca e ammazza di botte il Maestro, mentre Garrone riprende tutto col telefonino e manda tutto sui social e Franti, lui, ride. Ma tanto, che novità: Franti, lui, ride sempre. Colpisce in questo panorama desolante un dato, perlomeno, di un comune disagio trasversale a tutta Italia; fino a qualche tempo fa avreste detto che giù al Sud sono tutti incivili, e invece, visto? Incivili dappertutto. Questa è finalmente la soluzione del divario. Un altro dato di grande, liberale democrazia è quello che invalida la tesi del povero Michele Serra, costretto dalla diabetica avanzata di Gramellini a sfornare anche lui una pillola di saggezza al giorno; con benzina bastante magari a coprire i primi pochi chilometri, e con molta meno preparazione diabetologica del giornalista del Corriere, che tra una iperglicemia e una scopiazzatura di post altrui sa districarsi con consumata abilità. Serra, chiamato dalle pagine di Repubblica a replicare a cotanto successo, riesce invece a entusiasmare, per il solito, i tanti che lo ricordano intelligente e coltissimo dalle pagine de l’Unità e di Tango – una di quelle cose che facevano scompisciare gli alunni di quella sinistra ipernevrotici in grado di trovare di che spanciarsi in cose così cervellotiche che oggi causerebbero un aneurisma a qualsiasi laureato alla scuola della vita – e a rendersi stucchevole o fare incazzare tutti gli altri in questo suo deprimente ruolo di guru da amaca.

Sostiene infatti Serra di averlo conosciuto che nei licei ci sono i figli di quelli che ci hanno gli sghéi e che mandano i figli di sé medesimi nei licei a studiare, e che pertanto non solo gli sghéi si riproducono e si tramandano tipo occhi dei moscerini mendeliani, ma vieppiù la di loro educazione, perché, osserva il Nostro, casini e botte càpitano perlopiù nelle scuole basse del popolino, micca in quelle alte, tipo quella sua, cioè il Liceo. E già con questa cosa del liceo per i ricchi bianchi nordisti a inizio anno ci avevano abbastanza schifato alcuni presidi per lasciargliela passare; in più, non è affatto vero, perché ad uno sguardo attento si scopre che la mappa della bestialità, lungi dall’essere confinata alle scuole professionali e tecniche – delle quali peraltro, avendole frequentate, non dubitavamo affatto – si estende agevolmente a licei classici e artistici e scientifici, e in realtà parte ancora più dabbasso, dalle scuole medie ed elementari: basta fare la lista dei fatti di cronaca. Fatti di cronaca che fanno notare un altro fatto evidentissimo: nei tre quarti dei fattacci, sono coinvolti non tanto gli alunni – che magari hanno solo preso un votaccio, o un rimprovero – quanto i di loro genitori. Che tendono a travalicare un attimino il loro ruolo educativo, presumendo che un 4 in matematica o una cazziata perché si tirano le palline di moccolo al compagno di banco valgano bene un pestaggio all’uscita della scuola. Ora; ad uno sguardo non per forza ipnotizzato dalla solita solfa dei giovani irrispettosi, è facile notare che questi, se a casa avessero un po’ meno sostegno nella loro ignoranza, probabilmente alzerebbero un po’ meno la cresta e si sentirebbero meno forti nel loro compiere gesti da rincoglioniti.

Dove, il centro del problema? Difficile a dirsi. Da un lato, una scuola che cerca di essere dappertutto – albergo diurno, istruzione, educazione, orientamento, supporto ludico, spirituale e sociale, con programmi sempre più allungati ed irraggiungibili e multiformi, alla disperata rincorsa di un obiettivo – formare cittadini responsabili, integrati e dotarli di un posto di lavoro decente – che si fa sempre più lontano man mano che si avanza. Dall’altro, i genitori, allo stesso tempo del tutto assenti e del tutto presenti nelle scuole, impegnatissimi nel criticare ogni scelta dottrinaria e nel proporre corsi di ikebana e di salterello e di astrofisica avanzata e di cinema sperimentale, nel fare i compiti dei figli tra un corso di equitazione, uno di judo, uno di chitarra, di nuoto, di lingua azteca e mettersi le corna reciprocamente e magari pure lavorare per potersi permettere tutto ciò, con l’incubo di non stimolare a sufficienza i propri figli che poi magari restino tagliati fuori dal futuro meraviglioso che ci hanno promesso. Tipo, a 30 anni non ci hai manco l’elicottero, che sfigato sei? In mezzo a questo fuoco devastante, docenti e alunni, ambedue impreparati, ambedue alla ricerca di un proprio ruolo: ma mentre i primi battono poco a poco in ritirata, i secondi, di fronte alla debolezza dell’avversario, fiutano il sangue e mordono le chiappe al nemico che glie le volge alla lavagna. E invece, dovrebbero essere i primi alleati. Solo che i docenti sono ancora persi in un proprio sogno di vocazione all’insegnamento e, frustrati come solo chi ha molte responsabilità e nessun potere può essere, sclerano, fantasticando di tempi in cui gli scolari potevi seviziarli a piacimento. Gli alunni, invece, hanno imparato che basta arrivare a casa e dire che il prof ti ha toccato perché si armi una posse per maciullarlo mentre fa jogging.

Volevamo dire: e dire che basterebbe poco per, ma siamo onesti: in realtà c’è un bel po’ da fare. Ad esempio: i presidi, che di anno in anno cambiano nome e poteri, potrebbero interessarsi di come vanno le cose nei loro istituti, ad esempio, invece di giocare al Monopoli dei trasferimenti eccellenti. I genitori dovrebbero essere espulsi dalle scuole, o costretti a frequentarle prima di aprire bocca; certamente, non dovrebbero fare i compiti dei figli, che in questo modo restano ignoranti in due, i primi per decorrenza dei tempi massimi, i secondi per opportunismo. I docenti dal canto loro potrebbero essere scelti quando in grado di essere tali, non in virtù di concorsi a punti che li portano a insegnare le cose più disparate a chicchessia: magari, un anno in zona di guerra potrebbe prepararli meglio alla bisogna. E finirla con la menata dei compiti a casa quando gli alunni in classe già ci passano dieci ore al giorno. Quanto al disciplinare, sarebbe facile: telecamere a circuito chiuso ovunque, espulsione per i docenti focosi – benissimo ha fatto il lucchese a mettersi le mani in tasca, reprimendo la voglia di strangolare l’imbecillotto – ed espulsione a vita dalle scuole pubbliche dei riottosi, che si paghino i veri costi dell’istruzione di tasca loro, altro che lamentarsi del costo dei libri. Due o tremila euri l’anno per le medie, e via di questo passo, prima ancora che altre cose serie tipo carcere minorile o giri di chiglia, se necessari.

Questo magari creerebbe, sì, classi maggiormente classiste, ma farebbe un po’ di ordine senza dover ricorrere allo scandaletto giornalistico, alla frusta o al mitra nello zainetto. E per dirla tutta, se i genitori hanno preso così piede nelle scuole non è perché abbiano chiesto a gran voce tale ruolo, che per migliaia di anni era sempre stato agevolmente loro negato: è stata una cessione di responsabilità, una voglia di alleviarsi un peso che si sentiva come asfissiante. Ora è peggio: esperimento fallito, ammettiamolo e passiamo oltre, a ciascuno il suo mestiere; al genitore l’educazione, all’insegnante l’’istruzione, e non il contrario. Altrimenti, come sappiamo bene, Franti finisce che ride. Ma tanto, Franti, lui ride sempre.

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