Vanniloqui
Tra Fuffologi e Futurologi

Uno dei mestieri di maggior successo di ogni tempo è quello di improvvisarsi profeta, giocando sulla prevedibilità degli esseri umani e delle dinamiche che li contraddistinguono: nei loro sentimenti, nei comportamenti, nelle modalità con cui si relazionano, e così via. Lungi dal fornire previsioni miratissime e perfettamente circostanziate, luogo data motivazioni soggetti, il profeta alla buona, dando prova di grande giudizio, sgancia lì una serie di ipotesi basate sulla conoscenza dei fatti di cui sopra e a prova di disamina del buon senso; magari, a grappoli, sessanta o settanta alla volta, vedrai che qualcosa si avvererà di sicuro. Ieri, Nostradamus nascondeva l’alea del proprio cercar di raccattare su qualche borsa di fiorini dietro alla cortina fumogena delle difficoltà interpretative delle quartine – una più o meno sembra che, una ma guarda che roba, altre cento, vuoi dire che nel mondo non? – e così via, in un crescente delirio di effetto Forer, o Effetto Barnum, quella cosa che uno dice cose a casaccio e tu pensi proprio che parli di te (intere industrie campano su questo, dagli oroscopi alla musica leggera alle consulenze aziendali dei Guru). Oggi, i Futurologi, che dimostrano perlomeno un po’ più di palle cercando di essere quantomeno precisi ed esprimendosi in un linguaggio intelligibile, delineano scenari prossimi venturi, cercando di profetizzare le tendenze in arrivo basandosi su quelle attuali.

Ecco, forse è meglio così: chiamateci Futurologi, che Profeti sa di biblico, Cassandre sa di jetta e tutto il resto sa di fregatura in arrivo. Fatto sta che oggi dimostriamo, articoli precedenti alla mano, di avere avuto un certo qual fiuto nel prevedere quello che presto o tardi sarebbe successo nel mondo dei social network di lì a poco, e che sta accadendo in questi giorni: il potenziale rischio di suicidio dei sistemi, nel momento in cui questi, abbandonata la veste di simpatici facilitatori di coesione sociale con la quale si erano presentati, finalmente gettano la sia pur sottilissima maschera (tipo maschera di paraffina di Diabolik, che mai nessuno ha capito come poi fosse fatta) per dimostrare, o più che altro per sbattere in faccia all’utente medio quello che in realtà sono: complesse e gigantesche macchine per l’acquisizione di dati. Ne avevamo ad esempio già parlato a proposito dell’evoluzione del rapporto tra i Social e le testate giornalistiche, passato dal sospetto alla promessa di un Bengodi all’evidenza che fosse un rapporto in cui uno solo dei due godeva (i Social, e nemmeno poi così tanto), con conseguente fine della coppia, nel momento in cui al partner più debole (quello delle notizie) è stato chiesto di contribuire con la dote: ovvero, paga per stare qui. Tanto, notiziole in grado di riempire le pagine, gli utenti in ogni momento ce le mettono su gratis, e le condividono allo stesso modo, vere o false che siano. E anche di questo avevamo già diffusamente parlato, prevedendo un momento in cui gli inserzionisti, stufi di vedere i loro prodotti comparire su pagine recanti colossali sciocchezze (solo se smascherate; prima, purché facessero audience, andavano benissimo), incitamenti alla violenza, pornografia, storie di tristezza estrema capaci di annichilire l’ormone dell’acquisto ad una faina iperattiva fatta di benzedrina, gattini e simili, si sarebbero defilati, loro e i loro soldi, o avrebbero minacciato di farlo. Così come avevamo avuto, anche qui, facile gioco nel prevedere che il problema grosso sarebbe arrivato dall’inserzionista più grosso: ovvero, la politica.

Anni fa, ormai, parlavamo abbastanza stupiti degli interrogativi altrui riguardo al ruolo del web – dei profili a pagamento, delle compravendite di like, delle pagine indirizzate, delle condivisioni ossessive – nelle tornate elettorali: quelle macroscopiche della Brexit e delle elezioni USA, quelle non così macroscopiche, ma altrettanto macroscopicamente evidenti legate al, desolante, arcaico, deludente, panorama italiano. Le tecniche, tornate prepotentemente alla ribalta à coté delle elezioni politiche del 4 marzo e anche oltre (perché sia chiaro che siamo, ancora e sempre, immersi in questa continua campagna elettorale che perdura ormai da cinque anni), sono sempre le stesse, evidentissime: si va dalla profilazione per prevedere il voto – facilissima, grazie all’enorme massa di dati personali, spessissimo anche sensibili, che gli utenti dei social gratuitamente e liberamente mettono a disposizione di chiunque li voglia leggere – alla creazione di gruppi solidali col proprio messaggio, all’acquisto di visibilità tramite like e “amicizie” che creano massa critica, fino alla diffusione di notizie a volte vere ma decontestualizzate, a volte false tout court; l’importante è spostare il sentire della massa tramite la tecnica di marketing FUD (Fear, Uncertainty, Doubt, ovvero Paura, Incertezza e Dubbio) il cui scopo è demolire sistematicamente la credibilità della concorrenza, per poi intervenire magari in un secondo momento con offerte ritagliate sulla risposta ottenuta. Il bombardamento web al quale assistete, composto di notizie e notiziette che vanno dai presunti inciuci bancari alle indagini Consip basate sul nulla fino al rifiuto di politica, scienza e medicina, non è altro che questo: a questo, molto più che non alle debolezze strutturali dell’offerta (che ci sono sempre state) o al malgoverno (davvero opinabile) è dovuta parte considerevole dello spostamento dei voti dal PD renziano alla concorrenza in pochi anni. Va da sé che, oltre alle conseguenze sotto gli occhi di tutti in termini elettorali, era ovvio – mai così tanto ovvio, mai così tanto sottovalutato – che ci sarebbero state conseguenze che si sarebbero ripercosse sul media che veicolava queste campagne; ovvero, in questo caso, in prima istanza Facebook. Il quale negli ultimi anni ha tratto gran parte dei propri profitti economici dalla presenza degli investitori politici: in termini di permanenza sul mezzo e in quanto veicoli di aggregazione, perché si sa, se online puoi vantare tremila persone o trecento milioni in un dato momento fa la differenza, quando vendi la visibilità dell’annuncio al venditore, poniamo, di mozzarelle che ne fa richiesta. Ma anche in termini di soldi freschi entrati direttamente in cassa; perché, come già detto più volte, la vera ricchezza del mondo d’oggi sono i dati, e Facebook quanto a questo è una miniera davvero inesausta e forse anche inesauribile.

Quello che sta accadendo in questi giorni al povero Zuckerberg – minacce, fuga degli azionisti (crolli in borsa a volte a due cifre) e degli investitori (la più recente e dolorosa, la defezione di Elon Musk, che ha cancellato le pagine dei suoi progetti Tesla e Space-X), perquisizioni, disamore degli utenti, era facilissimamente prevedibile: non c’era affatto bisogno di essere un profeta, di qualsivoglia genere. E forse, il mestiere di futurologo consiste nel trarre un significato non superficiale da quello che hai direttamente sotto gli occhi, e che nessuno legge perché sono troppo impegnati a rimorchiare e lamentare complotti falsi. Ma era tutto già lì, e in questo senso, la bufera di merda sopra la società del povero Zuckie è altamente ipocrita, e certamente anche ingiusta. Quale sarebbe la sua colpa, esattamente? Quando la liberatoria – semplicissima – presentata al momento dell’iscrizione a Facebook si lava le mani da qualsiasi uso improprio delle informazioni che TU puoi immettere nel social network? Certo; gli si potrà imputare che il disclaimer non era abbastanza specifico, e che prima di vendere i dati ad una società di analisi (a una? A tutte, perbacco!) avrebbe dovuto forse avvisare gli utenti: adesso – uno per uno, eh – caro Zio Pino io prendo i tuoi dati e li vendo a una ditta che se ne servirà per, francamente, non ne ho idea, dal venderti aspirapolveri al convincerti che la Terra è piatta. Insensato. Lui ha venduto i dati forniti liberamente, non li ha utilizzati. E chi li ha acquistati, li ha presi a scatola chiusa; semmai, i committenti li hanno utilizzati in maniera non etica. Salta anche tutta la manfrina del divieto di profilazione, non parliamo di quella della privacy, cose che esistono solo nella testa dei legislatori (e che dal maggio 2018 avrebbero visto in Italia l’applicazione del più stringete regolamento europeo in materia): che senso ha stabilire, ad esempio, che la persona alla quale si riferiscono i dati ha il diritto di rifiutare, ad esempio, un rifiuto di una assicurazione riguardo ad una polizza rischio morte perché un trattamento automatizzato dei dati lo ha profilato come malato di cancro? Non ha senso; non quando l’assicuratore può tranquillamente andare da solo sulla pagina di Mario Rossi e leggere, in chiaro, con tanto di documentazione fotografica, che al malcapitato è stato diagnosticato un tumore metastatizzato – ed è lo stesso Mario Rossi a dirlo, e a farsi compiangere dagli amici di tastiera. Che senso ha punire chi vuole appropriarsi dei dati sensibili delle persone – stato di salute, preferenze sessuali, convinzioni religiose, appartenenze politiche, peripezie giudiziarie, e chi più ne ha più ne metta – quando il soggetto queste cose le sbandiera ai quattro venti? Allora, non c’è profilazione: c’è raccolta e organizzazione. Queste sì, automatizzate. Ma la privacy, oramai, era del tutto inesistente.

Naturalmente, tutto ciò difficilmente causerà, come alcuni sono già lì a incitare, la chiusura di Facebook, o la rovina economica dell’avido Zuckerberg; che pure nella sua avidità, in fondo sta solo facendo il suo mestiere, e per la verità sta anche esplorando un mondo che si prospetta nuovo e, ancora, inconoscibile, anche se in molti suoi aspetti prevedibile. Perché se la tecnologia fa passi da gigante, la testa delle persone, al contrario, no; e infatti, questa tempesta di illazioni scatenatasi è semplicemente l’ira del volgo verso il barone che, per un tozzo di pane, chiamava i villici a battersi a suon di zolle di fango. Hanno preso i soldi e pure i resti del pane secco, e ora si indignano in massa, per rinnovare una verginità morale che, in realtà, hanno perso da tempo: tutto come da copione. Ben più preoccupanti le ritorsioni degli acquirenti di spazi pubblicitari, che poco a poco si rendono conto che in un clima di asfissianti, violentissime campagne marketing improntate al razzismo, al sessismo, alla paura e alla diffusione di pettegolezzi e altro malcostume divent via via più difficile vendere i propri prodotti e fare impresa, semmai; assisteremo quindi probabilmente o ad una campagna sconti sulle inserzioni prossima ventura (e ad una maggiore visibilità delle pagine gratuite, che si era drasticamente ridotta) o ad una emorragia a favore di altre forme di pubblicità: gongoleranno i concorrenti, primo tra tutti, Google, che non è che poi non faccia le stesse identiche cose dei social quanto a raccolte dati. Ma con maggiore scaltrezza, e con meno contatti con le persone, ossia correndo meno rischi. Così come fanno tutti gli altri: citavamo, in un precedente articolo, World – Check, il servizio di profilazione probabilistica di Thomson Reuters, che si basa oltre che sui social anche su interviste, tessere punti e attenta e certosina raccolta di articoli di giornale e visione di servizi e lettura di libri, per poi mettere insieme le idee meno evidenti riguardo a ciò che accade e accadrà. Negli anni passati, era un lavoro da giornalisti, spie o sociologi, come ricordava il soggetto de “I Sei giorni del Condor”; oggi, diventa alla portata di chiunque abbia pazienza e un foglio Excel.

In buona sostanza, come al solito, è buona prassi evitare di considerare quanto oggi diamo per scontato come eterno o, appunto, scontato. Il Facebook di domani potrebbe essere un Leviatano nel quale sposarsi legalmente, effettuare transazioni bancarie, guardare film in anticipazione, rimorchiare e tenere corsi, così come anche potrebbe essere il MySpace del futuro: quant’era bello, e come sei vecchio se ancora te lo ricordi. Oppure, nulla di tutto ciò, e qualcosa di ancora diverso. Come del resto accadrà quasi a qualunque cosa, dal terminale POS alle onnipresenti App odierne, agli Smartphone, al web a pagamento sino ai servizi di pompe funebri. Se fossimo in voi, non apriremmo il porcellino per comprare i bit-coins di oggi, e investiremmo un po’ più in istruzione e magari in un campo da mettere a broccoli; per precauzione, insomma. Hai visto mai.

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