La tragedia delle Foibe

A poche settimane dalla Commemorazione del Giorno del ricordo vale la pena di inquadrare meglio questa tragedia, troppo a lungo dimenticata, in una cornice più ampia.
Le stime vanno da 4.000 a 30.000 italiani trucidati; più attendibile la cifra di 5000. A queste vanno aggiunte le vittime tedesche e quelle slovene e croate (gli ustascia) accusate di collaborazione con i nazisti; queste ultime furono in numero ben maggiore, decine di migliaia.
Tutto ciò è noto, ma ben venga il Giorno del ricordo a sottolinearlo.
Ma raccontare gli eccidi fatti dagli iugoslavi ai danni della popolazione italiana dal 1943 al 1945, tacendo quanto accaduto a partire dal primo dopoguerra, e in particolare dal 1942, sarebbe come sostenere che gli Stati Uniti hanno aggredito il Giappone, con la dichiarazione di guerra dell’otto dicembre 1941, ignorando Pearl Harbor (7 dicembre).
Ora vediamo quanto è accaduto nei decenni e soprattutto negli anni precedenti.

A seguito della vittoria italiana nella prima guerra mondiale l’Istria divenne parte del Regno d’Italia. Dal 1918 al 1943 dunque la Venezia Giulia e la Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma oltre la metà della loro popolazione era composta da sloveni e croati.
Con l’avvento del fascismo fu attuata una dura politica di oppressione nazionale e di persecuzione della popolazione slava: l’italianizzazione venne perseguita attraverso una serie di provvedimenti come l’italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri, la chiusura di scuole bilingui; nell’arco di cinque anni tutti gli insegnanti croati delle oltre 130 scuole con lingua d’insegnamento croata e tutti gli insegnanti sloveni delle oltre 70 scuole con lingua d’insegnamento slovena, presenti in Istria, furono sostituiti con insegnanti originari dell’Italia, che imposero agli alunni l’uso esclusivo della lingua italiana; nel 1923 fu abolito ufficialmente l’uso delle lingue slovena e croata in uffici, tribunali, scuole, chiese, locali pubblici.
L’Italia, anziché scegliere la strada del rispetto per le minoranze, suggerito da Wilson, sceglie quella dell’assimilazione forzata e brutale. (Angelo Del Boca).

La repressione divenne più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni nei campi di concentramento nazisti e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi.

Seconda Guerra mondiale
Il 30 marzo 1941 Hitler approvò il piano per l’invasione della Iugoslavia. Ai primi di aprile l’aggressione ebbe inizio. Il 14 aprile la Iugoslavia chiese l’armistizio: la campagna era durata 12 giorni! I tedeschi avevano perduto meno di 600 uomini.

Mussolini si era affrettato a dichiarare la propria adesione incondizionata all’attacco alla Iugoslavia; alla notizia della caduta di Zagabria, l’11 aprile, la Seconda armata italiana, al comando del generale Ambrosio, avanzò verso Lubiana e altre unità occuparono la costa dalmata, fino a Ragusa (Dubrovnik) il 18 aprile. Anche gli ungheresi conclusero che non vi erano ragioni, adesso che la Iugoslavia si era disintegrata, per non proteggere la minoranza magiara L’1
Furono approntati, sia in territorio italiano, sia in quello jugoslavo occupato dai nazifascisti, molti campi di concentramento per il lavoro coatto, campi di smistamento o di vero e proprio sterminio. Oltre ai detenuti di etnia slava vi vennero spesso rinchiusi anche migliaia di antifascisti italiani e stranieri.
Gran parte degli slavi ivi rinchiusi trovarono la morte per inedia, malattie, torture o soppressione fisica.

La Iugoslavia fu smembrata e parte dei suoi territori furono annessi agli stati invasori. La provincia di Lubiana di italiano non aveva proprio nulla. Che diremmo se la Francia aggredisse e occupasse la Liguria, e la annettesse come sua provincia? La politica di italianizzazione forzata fu messa in atto nella Provincia di Lubiana e nel Governatorato di Dalmazia.
Fallito il tentativo di instaurare un regime di occupazione morbido, emerse presto un movimento resistenziale: la conseguente repressione italiana fu dura; devastazioni di villaggi e ritorsioni contro la popolazione civile
«Si procede ad arresti, ad incendi [. . .] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere [. . .] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi» (da due comunicazioni del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico Umberto Rosin).
La corona di Croazia venne offerta ad Aimone di Savoia-Aosta, che la cinse con il nome Tomislavo II, anche se, saggiamente, non mise mai piede nella terra di cui era re.

La resistenza iugoslava iniziò subito dopo l’aggressione nazifascista. l partigiani sloveni, circa 8-10.000 unità, iniziarono la loro lotta nel luglio 1941; massiccia fu la partecipazione della popolazione. I nazifascisti tentarono inutilmente il loro annientamento. Più avanti, ancor prima dell’8 settembre, anche molti soldati italiani presero parte alla lotta di resistenza iugoslava.
Il 1° marzo 1942 il Comando italiano inviò a tutti i comandi la circolare 3 C., relativa al “trattamento da usare verso i ribelli e le popolazioni che li favoriscono”. In Montenegro, Slovenia, Croazia, Grecia e Albania, durante i due anni di occupazione dal 1941 al 1943 l’esercito italiano ha compiuto una serie impressionante di crimini di guerra: bombardamenti e incendi di villaggi, esecuzioni indiscriminate di partigiani, deportazione di migliaia di persone in campi di concentramento, istituzione di tribunali speciali, torture, uccisioni di ostaggi, rappresaglie in proporzione di “otto a uno”. Durante i 29 mesi di occupazione italiana, nella sola provincia di Lubiana furono giustiziati 900 partigiani, circa 5000 civili, come ostaggi o nei rastrellamenti; altri 7000 sloveni morirono di stenti, malattie e maltrattamenti nei campi di concentramento.
Migliaia di slavi furono deportati nei campi dell’isola di Rab in Croazia o di Gonars (Udine). Nell’arco di 22 mesi nei campi di concentramento del Litorale sono stati internate circa 23 mila persone: Sloveni, Croati, Serbi ed ebrei. Più di 3 mila bambini di 16 anni di età sono stati rinchiusi nel campi di concentramento a Lovran, Bakar , Kraljevica e Kampor sull’isola di Arbe. Circa 1500 persone hanno perso la vita, il 95 per cento delle quali decedute nel campo di concentramento di Kampor sull’isola di Arbe».

Questa durezza fu in parte giustificata come reazione alla spietatezza di alcune bande partigiane, non aliene alla tortura o all’uccisione dei soldati italiani che cadevano vivi nelle loro mani. Nell’Archivio Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito vi sono molte testimonianze di barbarie commesse dai partigiani iugoslavi a danno dei soldati italiani. Ma non dimentichiamo che i partigiani combattevano per liberare la loro patria dalle potenze occupanti che l’avevano aggredita, la Germania nazista e l’Italia fascista.
L’8 settembre 1943, con l’armistizio tra Italia e Alleati, si verificò il collasso del Regio Esercito.
I partigiani occuparono buona parte della regione. Il 29 settembre 1943 venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell’Istria. Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s’intendeva creare. Secondo le stime più attendibili, le vittime del 1943 nella Venezia Giulia si aggirano sulle 600-700 persone. Gli episodi di jacquerie si verificarono prevalentemente nel corso degli eccidi del settembre e ottobre del 1943 e si rivolsero non solo verso i rappresentanti del regime fascista, ma anche verso gli italiani in quanto tali; vi furono vendette personali ed episodi di criminalità comune.

A Trieste, il 3 aprile 1944, furono fucilati 72 ostaggi per rappresaglia dopo un attentato nel quale erano periti 7 tedeschi; il 29 furono impiccati 51 ostaggi dopo che una bomba aveva ucciso 5 soldati della Wehrmacht.
Trieste fu l’unica città nell’Europa occidentale (Germania a parte) ad avere un forno crematorio, la Risiera di San Sabba, dove, dal giugno 1944 all’aprile 1945, furono uccise e cremate circa 5000 persone, soprattutto partigiani iugoslavi.
Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945 l’Istria, grazie anche allo sforzo congiunto della resistenza locale (sia slava che italiana), fu liberata dall’occupazione tedesca dall’armata jugoslava di Tito. Nelle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume il potere venne assunto dalle forze partigiane jugoslave; tale periodo fu funestato da arresti, sparizioni e uccisioni. A Gorizia, Trieste e Pola le violenze cessarono solamente dopo la sostituzione della amministrazione jugoslava con quella degli alleati.

La politica di persecuzioni, vessazioni ed espropri ai danni della popolazione italiana spinse la massima parte della popolazione locale di etnia italiana ad abbandonare l’Istria, dando vita ad un vero e proprio esodo (si stima che l’’esodo giuliano-dalmata abbia interessato un numero compreso tra i 250.000 e i 350.000 italiani.
I vari governi italiani succedutisi negli anni non consegnarono mai i responsabili dei crimini nei Balcani. Secondo la Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite ci sono stati 700 criminali di guerra italiani in Jugoslavia ; la sola città di Belgrado chiese di imputare oltre 700 presunti criminali di guerra italiani, tra i quali i generali  Mario Roatta, Vittorio Ambrosio, Francesco Giunta, Pirzio Biroli e Mario Robotti, che non furono mai consegnati nonostante gli accordi internazionali prevedessero la loro estradizione.
Simmetricamente stesso esito ebbe il procedimento giudiziario istituito in Italia (1992) contro gli iugoslavi ritenuti responsabili dei massacri.

La storia non ha il compito di assolvere o condannare, ma deve esaminare i fatti per capire le motivazioni che hanno determinato lo sviluppo di certi avvenimento (Pierluigi Pallante: La tragedia delle foibe, 2006). Bisogna semplicemente restituire i fatti al loro contesto storico. Insomma né negare, né giustificare, ma contestualizzare la durezza dell’occupazione e le misure repressive messe in atto dalle forze armate italiane in uno scenario di guerra civile dai connotati ideologici, etnici e nazionalistici che portò il fronte iugoslavo a essere probabilmente uno dei più intrisi di violenza di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

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