Vanniloqui
Gelicidio temporale e stillicidio mediatico

Porca miseria. Eravamo prontissimi, per il Grande Gelo; avevamo riempito le dispense di fagioli in scatola e carne di maiale essiccata e Coca Cola, che al pari dell’acqua non invecchia mai, chissà cosa c’è dentro, come i panettoni; avevamo unto i nostri stivali con cotenne di maiale e ci eravamo cosparsi di grasso di tricheco, comprato i cani da slitta giusti e trasformati i nostri garages suburbani in altrettanti ricoveri, testati i finimenti, conciate le pelli e usciti i colbacchi dalla naftalina, fieri di poter finalmente – finalmente! Sognare il ritorno del Sol dell’Avvenir mentre assieme al temibile Burian si approssimava Baffone e noi giocavamo quei cinque minuti a Michele Strogoff. Fischia il vento, infuria la bufera. Avevamo salutate le nostre amate, che non ci aspettassero alzate e non ci deferissero, le traditrici, a Chi l’ha visto, sputtanando il nostro eroico gesto di avventurarci nel gelo artico in un misero carnevale mediatico in cui piangere composti e allineati: che non andavamo a comprare le sigarette, giammai! Noi ci sacrificavamo per la famiglia! E poi, e poi, quando eravamo già lì con le orecchie di pelo abbassate e, finalmente, una cazzo di ragione logica per poterci dare al nordic walking più in giù degli ottomila metri, ppfffttt. Tutto sgonfiato. Il gesto eroico, annichilito dalla banalità, dall’ordinarietà micidiale del quotidiano. Come sfidare il plotone d’esecuzione urlando “Pour la liberté!” e poi, prima delle pallottole, una salva di torte in faccia.

C’è stato un tempo in cui, forti della fiducia in se stessi, i nostri padri quando il calendario segnava rosso e Bernacca diceva che avrebbe fatto bello si alzavano un’ora prima al mattino, preparavano nel frigidér l’insalata di riso con le uova sode, acqua, vino e succo di frutta e panini col salame, poi caricavano nel portabagagli della Simca Mille il plaid e l’incerata, due ombrelli e due impermeabili che non si sa mai e poi via tutti cinque sei sette quanti si era verso la frescura dell’Enza, il Parco Fola, l’Alpe di Susa, non aveva importanza, quel che era. Se invece Bernacca diceva che avrebbe fatto brutto si alzavano un’ora prima al mattino, preparavano nel frigidér l’insalata di riso con le uova sode, acqua, vino e succo di frutta e panini col salame, poi caricavano nel portabagagli della Simca Mille il plaid e l’incerata, due ombrelli e due impermeabili che non si sa mai e poi via tutti cinque sei sette quanti si era verso la frescura dell’Enza, il Parco Fola, l’Alpe di Susa, non aveva importanza, quel che era. Oggi, con SUV coi quali sarebbe possibile raggiungere la vetta del Chimborazo in sei ore (a prezzo del carburante necessario all’intero sforzo bellico sovietico della liberazione di Stalingrado, beninteso) con a bordo se va bene due persone/tre e ovviamente almeno un gatto, rigorosamente cinturato, con l’asfalto che, per quanto frammentato, ci porta fino alle lande più desolate presso le quali minimo un Mc Donald’s sempre aperto ce lo trovi, quella settimana di preoccupazione crescente studiando ossessivamente il meteo ce la devi sempre anteporre; fai testamento e saluti tutti i tuoi cari, amore mio, staremo insieme nel momento fatale, come nel video degli Ultravox, Dancing with tears in my eyes; però non stai aspettando l’atomica, devi percorrere massimo cinque chilometri per recarti in ufficio. Roba che se parti quaranta minuti prima con gli stivali e vai a piedi arrivi prima del solito, che comunque in auto a Reggio per fare cinque chilometri alle sette e mezza del mattino trenta o quaranta minuti non sono del tutto inusuali, ecco. Però, insomma, dovremmo prendere sottogamba i sistemi matematici di previsione generati dai computer più potenti e costosi del mondo? Eh, no. Non si fa. Quindi, se la televisione ti dice che sta per arrivare il gelo siberiano, tu trascini il gruppo elettrogeno a metano in salotto e ti prepari alla resistenza; tu, e la tua famiglia, previdenti, sorgerete fra qualche giorno tra le rovine della civiltà umana, sopravvissuti al cataclisma, scemi gli imprevidenti, tra mutazioni genetiche e bande di sbandati cannibali.

Quattro, cinque centimetri di neve. Che i potenti mezzi pubblici, che poi sono tutti privati, non si sono nemmeno degnati di raschiare via, delegando i compiti di spazzaneve e spargisale alle gomme invernali degli industriosi concittadini che, ovviamente, per un flop simile difficilmente avrebbero potuto giustificare le proprie assenze dal posto di lavoro; per cui, dopo una notte di fiocchi candidi e un paio di giorni di nevischio, la consueta ploccia spinta sui calzoni puliti dal solito cretino di automobilista e una pioggerella a lavare via anche i rimasugli di fastidiosa neve, resta giusto qualche parco, qualche tetto imbiancato. Ma lì la neve è bella e non preoccupa più di tanto. Il disastro a meno 20 tanto atteso, non s’è verificato; e che in inverno dalle nostre parti si potesse scendere sotto lo zero, beh, un tempo era cosa nota, oggi forse meno, e ci ha finalmente spinti a smettere le camicette estive tenute su per tutto febbraio e a tirare fuori dagli armadi cappelli, guanti e magari anche quell’incauto acquisto del barbùr o del barbérri oggi disperatamente fuori moda, costato un occhio della testa. Certo; nelle nostre colline, qualcuno si è anche trovato a spalare un mezzo metro abbondante di neve. Niente di stupefacente, considerato che siamo in inverno, e forse anche rincuorante, considerato che alcuni alberi stavano mettendo i germogli e nei giardini spuntavano le violette nel pieno dell’inverno.

Ma siccome ormai non è più il fatto in sé, ma la comunicazione dello stesso la realtà reale – ce ne accorgiamo scrutando i nostri profili social, che ci somigliano sempre meno e che a volte ci troviamo a invidiare per la loro perfetta presenza di spirito e di corpo – ecco che la notizia stessa del disastro atteso si è fatta realtà, e che se i giornali dicono che le autostrade saranno bloccate per il gelo non è il caso di far loro dire le bugie. E’ sufficiente bloccare le autostrade per il gelo, che questi ci sia, oppure no: sarà in ogni caso la causa del blocco. In molti ci siamo chiesti se non sia stato un eccesso di prudenza a spingere i nostri amministratori a bloccare strade, autostrade, tratte ferroviarie, ad allertare le scuole, a variare orari negli uffici a fronte di una notizia, anziché di un fatto: e, sì, di fronte alla modestia dell’accaduto, il tutto fa un po’ ridere. Specialmente dopo aver riso sguaiatamente del terrore dei romani, paralizzati di fronte a cinque centimetri di neve. Diciamo la verità: da noi è andata un po’ meglio, ma non così meglio come avremmo dovuto attenderci. Perché in un Paese che fantastica di una Industria 4.0, di fantascientifici salti del Welfare in cui reddito di cittadinanza, istruzione gratuita, sicurezza assoluta la faranno – in capo a qualche giorno! – da padrone, in cui le tasse possono serenamente essere non pagate che tanto la Provvidenza ci ama, il pensiero di dover chiudere uffici e strutture pubbliche e vie di comunicazione per un evento climatico tutto sommato non così straordinario lascia un po’ di amaro in bocca. O dovrebbe farlo. Certo é che, mettendoci nei panni degli amministratori pubblici, risulta anche difficile in un mondo in cui in dieci minuti ti mettono alla berlina sui social e ti fanno le scarpe prima ancora di andare alle elezioni spingersi un po’ in là col coraggio confidando che tutto andrà bene. Molto meglio, molto più prudente avvisare tutti che tapparsi in casa è la miglior soluzione, almeno fino a maggio, e risparmiare così sui costi dei mezzi antineve che, da soli, manderebbero in default più di un bilancio pubblico. Confidando nei mezzi propri di ogni singolo privato, e nella industriosa resilienza di una popolazione che, ancora, ritiene che, gradevole o meno che sia, non sia lecito lasciarsi fermare da vento, pioggia, neve, sole, nebbia, e nemmeno da misteriosi nuovi nemici tipo il gelicidio, che già anche solo il nome fa paura.

Andare, camminare, lavorare. Riflettendo su quanto è cambiato il nostro rapporto col clima, o con l’idea di esso; che se un tempo si caricava il plaid e l’impermeabile nel baule e poi comunque via, oggi siamo arrivati a considerare la normalità sulla base delle notizie che, improvvisamente, la governano, la creano, addirittura. Perché le categorie del reale si sono appiattite su di una temperatura attorno ai 25° in città, con una lieve, piacevole brezza, senza precipitazioni, che ci consenta di sfoggiare anche l’intimo che fa capolino dai calzoni stracciati ad arte, mentre in spiaggia il nostro microclima personale ci deve permettere di denudarci come tante baccanti per approfittare della sabbia e del mare e dei bagni di sole; ma senza umidità, mi raccomando. Tutto il resto, praticamente senza eccezioni di sorta, è Maltempo; quella condizione variabile in cui la realtà delle cose non soddisfa tutti i tuoi desideri e ti infastidisce nella tua placida routine. Allora, le piogge autunnali e primaverili, le brume insidiose, il caldo cocente agostano, tutto prima o poi diventa Maltempo, se non hai una manopola per regolarlo.

In un mondo ideale – che, ci rendiamo conto, non è il nostro – avremmo infrastrutture in grado di consentirci di viaggiare e lavorare e usufruire dei servizi senza temere né cinque, né dieci centimetri di neve, e neppure la pioggia o il vento; sarebbe un mondo in cui non dovremmo essere lì a riparare argini erosi, frane, letti di fiume edificati ogni due per tre e le nostre città non sarebbero, completamente cementificate, disarmate dinnanzi ad ogni mezza giornata di pioggia. E considereremmo forse il clima come un qualcosa sì da non disturbare, da non devastare, ma anche come un qualcosa che non avviene per farci dispetto, qualcosa da prendersi sul personale. Allora, probabilmente, torneremmo ad un rapporto normale e sano con la realtà, in cui va bene stupirsi della neve e della pioggia e del caldo e pubblicare spiritosaggini sui social in merito ad essi, preparandosi però ad accettare che possano avvenire ed a premunirsi in materia. Sarebbe forse un mondo in cui la pioggia non sarebbe Maltempo, ma pioggia; il caldo non sarebbe chiamato con nomi infernali, sarebbe caldo e basta; e non definiremmo gelo siberiano temperature a meno venti. Che le disposizioni scolastiche siberiane di quest’anno avvisano: se non si arriva almeno a – 52°, le scuole restano aperte, non ci son santi.

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