L’uomo con la valigia (atomica) in mano

Il Presidente Trump sembra determinato a indebolire il sistema giustizia (Time, febbraio 2018). Ha accusato il Dipartimento di Giustizia di averlo criminalmente spiato, la leadership del FBI di pregiudizi politici e la comunità dell’intelligence di agire come i nazisti. Ha etichettato un giudice federale come egregio imbroglione (egregious overreach), ha messo in dubbio l’imparzialità di un altro giudice chiamandolo Messicano, ha etichettato vari altri personaggi rilevanti come “ridicolous” e l’intero sistema giudiziario come caotico (messy). Lo studioso Jack Goldsmith, conservatore, definisce gli attacchi di Trump una “grossa violazione dell’indipendenza della legge americana”.

Questi attacchi alla magistratura ci ricordano qualcosa che è accaduto anche in casa nostra e che periodicamente viene ripetuto.
Nelle ultime settimane il consigliere speciale Robert Mueller ha contestato una cinquantina di attuali e passati assistenti alla Casa Bianca e alla campagna elettorale, come il Procuratore generale Jeff Sessions, James Comey, già direttore dell’FBI, Michael Flynn, già National Security Adviser e Reinca Priebus, già Chief of staff.

Non c’è da stupirsi se la fiducia degli americani nel loro governo durante il primo anno di Trump sia crollata di 14 punti, scendendo al 33% secondo lo Edelman Trust Barometer. Si può condividere il giudizio dello scrittore tedesco Daniel Tehlmann: “Trump, che non  è un buffone, ma un pericolosissimo idiota, o meglio, un clown horror con la valigetta atomica”. C’è da preoccuparsi se a un personaggio simile sono affidate le sorti di mezzo mondo, inclusa l’autorità per schiacciare il bottone che può scatenare un attacco nucleare?

Il quadro tuttavia non presenta solo tinte fosche. Oltre ai chiari segnali di distensione tra la Corea del Sud e quella del Nord in occasione delle Olimpiadi invernali, è recente la notizia che gli Stati Uniti siano disponibili a intavolare trattative senza precondizioni con il Nord. Il Vicepresidente ha detto, in una intervista, “if you want to talk, will talk”, senza però ridurre la pressione e le sanzioni. Questo è un cambiamento importante rispetto alla posizione precedente degli USA.

Share This Post

GoogleRedditBloggerRSS