Vanniloqui
Il paradosso della tolleranza popperiano è l’intolleranza verso gli intolleranti

Diversi anni fa ci è capitato di leggere un discreto racconto ucronico – l’Ucronia è quel genere in cui il soggetto è rappresentato da un mondo in cui gli avvenimenti storici sono accaduti diversamente rispetto a quelli che conosciamo, e quindi la realtà è risultata differente – nel quale Gandhi, dal momento che la Germania nazista (e non già l’Inghilterra) aveva fatto dell’India una propria colonia, si trovava ad affrontare le truppe della Wermacht anziché quelle inglesi. Risultato: i tedeschi, di fronte alla protesta non violenta, aprivano il fuoco con le mitragliatrici disperdendo la folla, e la cosa finiva lì, altro che indipendenza. In questi giorni in cui il Paradosso di Popper, un tempo noto solo agli addetti ai lavori e a pochi altri, salta fuori con sempre maggiore frequenza, spesso ci viene in mente il triste epilogo del racconto ( “Il terrore e la fede”, di Harry Turtledove, ne “In presenza del nemico”) di cui parlavamo: può essere, dato il clima da rissa continua dell’Italia pre elettorale odierna e la direzione presa, che i tempi siano maturi per qualche considerazione che vada appena oltre la formale ripetizione di riti e miti afferenti la memoria della Shoah e concetti limitrofi, e si giunga, dopo il ricordo, oltre che alla comprensione anche all’azione intrapresa. Perché sembra proprio che, in assenza di una risposta chiara, dall’altra parte della barricata – per quanto informale, non programmata questa, se pure, possa forse essere – si stiano già organizzando. Eccome.

Il Paradosso della Tolleranza popperiano di cui sopra rimembrando è quello che, come è noto, asserisce che una società tollerante debba, per auto preservarsi, evitare di tollerare gli intolleranti. Nel 1945 (tradotto da noi solo nel 1973, anno in cui sembrava di potersi dire affrancati da tante ideologie uguali e contrarie) appare il libro “la società aperta e i suoi nemici”, nel quale il filosofo ed epistemologo austriaco teorizza: “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”. La ragione, come ben spiega il racconto ucronico di cui in apertura, è semplicissima: gli intolleranti, menano. E’ inutile cercare di ragionare, di dissertare pacificamente circa una idea di diritto mentre ti còrcano di manganellate. Difatti, a conclusione di ciò, Popper dichiara: “Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”. Facile a dirsi; molto meno a farsi. Un po’ per il fatto che i paradossi stanno benissimo nel regno della teoria pura, un po’ meno se trasposti nella realtà quotidiana: una società che deve decidere chi tollerare o meno automaticamente non si porrà dalla parte di chi limiti il diritto al libero pensiero? Così infatti obiettava il filosofo John Rawls, ammettendo però che l’organismo Società avesse il diritto, nonostante tutto, di autopreservarsi fisiologicamente, prendendosi quando necessario qualche licenza: “Mentre una setta intollerante in sé non ha il diritto di lamentarsi dell’intolleranza, la sua libertà dovrebbe essere limitata solo quando i tolleranti credano sinceramente e ragionevolmente che la loro sicurezza e quella delle istituzioni della libertà siano in pericolo”. Il che ci porta, ovviamente, al nostro caro Giovenale coi custodi che, nella sua idea, avrebbero dovuto guardarsi da Messalina per non essere sedotti, durante il loro compito di vigilare affinché lei non seducesse altri; ma il dilemma di chi debba custodire i custodi perché non si prendano libertà eccessive o non tradiscano il proprio mandato ci è rimasto ed è arrivato fino agli iperpotenti e minacciosi Watchmen del fumetto di Moore. Fuor di metafora, e fuor di letteratura (che in fondo forse è la stessa cosa), è anche peggio: noi siamo qui che facciamo filosofia, mentre altri, più pratici, concreti, opportunisti, vedono nel disordine che costituisce il tessuto stesso del nostro tempo estremamene interconnesso e complesso l’occasione giusta per saggiare i limiti della tolleranza di cui sopra. Sperando che essa non ceda, così da agire indisturbati; oppure, anche, che ceda, così da poter protestare all’ipocrisia di un sistema che si definisce liberale e poi non consente una diversa linea di pensiero.

Non metteremo mai abbastanza in guardia dai rischi di un pensiero unico, unidirezionale, omogeneo, compatto: nella diversità si annida la critica e con essa il rinnovamento, l’esperienza del limite, della forza del sistema chiamato a regolare il funzionamento delle cose: siano esse macchine, idee o l’estensione di esse in chiave di vita sociale. Eppure, è bene riconoscere i soliti giochini quando, per l’ennesima volta, si palesano. Qualche tempo fa parlavamo della formalità inutile che spesso si cela dietro certe ricorrenze della Memoria; ci spiace oggi, benché chiarisca cosa dicevamo, fare esempi concreti di questa inutilità. E’ inutile, e forse anche peggio di così, un sistema che rinnova di continuo la memoria dello sterminio per poi discutere civilmente di una postilla che definisca diversamente i campi di sterminio della Polonia: i quali, ricordiamo, erano in numero di 6, mentre in Germania ce n’erano solo 4. La Polonia fu attivamente impegnata nella questione ebraica, con la popolazione civile piuttosto accomodante in materia. Oggi, in Germania è obbligatoria la lettura del libro di Todd Strasser “L’Onda”, che parla di come può nascere un totalitarismo; Wiesenthal portò in una scuola tedesca il carnefice di Anna Frank perché lo potessero toccare con mano; in Polonia si lavora agli eufemismi negazionisti perché sennò poi la gente si vergogna. In Italia, il Duce fece anche cose buone; tipo, si inventò di sana pianta una “razza Italica” perché non eravamo evidentemente ariani, anche se i negozi si proclamavano orgogliosamente tali per poter fare cassetto andare a sera attirando la gente bene coi portafogli non più rigonfi di quelli del popolaccio impuro. Ecco, anche la Storia, evidentemente, può soffrire di attacchi di amnesia che nessuna sviluppina della Memoria può risolvere, in assenza di una volontà di accettare e comprendere le proprie gigantesche magagne. E nel momento in cui la creazione di un nemico interno è funzionale all’ennesima, e stavolta più aggressiva e penosa che mai, campagna elettorale, allora anche la memoria può essere distorta e manipolata, anche a ridosso delle giornate che la celebrano ma purtroppo non riescono a diffonderla.

La creazione di un nemico interno: straordinario stratagemma col quale la società si purifica e si compatta, mediato dal trucco greco di far ricadere la colpa di ogni disgrazia sugli stranieri, sugli estranei, brutti sporchi e cattivi: massacrandoli si celebrava il rito del pharmakos, e così la società guariva e tornava bella e sana. La parola è arrivata sino a noi (farmaco) e ci chiediamo oltre alle cavie da laboratorio cosa debba essere sacrificato, soldi a parte, per curarsi; il trucco anche e, con una dovizia di stranieri come oggi è disponibile, sembra più efficace che mai. Ormai parlare di immigrazione “buona” e “cattiva” è trasversale agli schieramenti e sembra persino scemo discutere della cosa, perché astutamente alcuni parlano di “irregolari” che in quanto tali proprio difendibili non sono. Va da sé che se si resta lucidi e si analizza il concetto fino in fondo la questione si sgonfia come un soufflé mal riuscito: chi oggi in Italia è irregolare è tale non già perché criminale di per se stesso, ma in virtù dell’applicazione di quella legge Bossi -Fini e propaggini che da più parti è stata definita, con grande precisione, “criminogena”; perché se un mattino prendi e applichi una regola imposta da altri pedissequamente che vieti, diciamo, la pizza margherita, entro sera tutti gli italiani saranno ovviamente rei, in misura maggiore o minore, fosse anche solo perché collaborazionisti o per apologia di reato. Prendi un fenomeno ineluttabile come la migrazione e la vieti: esattamente come vietare la prostituzione, l’accattonaggio, l’infedeltà coniugale, il turpiloquio, l’aborto, la mancanza di fede, giusto per citare esempi di cose che oggi o ieri hanno creato intere categorie di punibili a norma di legge. Sembra peraltro che l’apologia di reato sia oggi considerata un po’ una monelleria più che un reato di per se stessa, nel momento in cui inneggiare ai fascismi, caldeggiarli, promuoverli, vantarsene, con tutto il loro portato di idee più o meno antiumane ed antidemocratiche è punito con un buffetto, con una rampogna da parte di qualche blogger o, nei casi più gravi, con una multarella che poi simpatizzanti si affrettano a pagare per sostenere l’idea.

A nessuno pare venire in mente che, nell’idea di fascismo e sue storiche derivazioni di successo, c’è il germe della distruzione di ciascuno. Non è tanto il razzismo, la violenza, la paura; non è la cancellazione delle idee difformi, non l’abuso, la mitologia istupidente che non lascia spazio alle miserie della verità e perciò al lavoro per trarsene d’impaccio: questi sono solo gli aspetti esteriori, i parafernalia. In pochi si soffermano a pensare invece che la radice dei fascismi, il nucleo oscuro, letale, consiste semplicemente nella rottura del patto sociale tra il cittadino e la società che, in precedenza, aveva promesso di prendersene cura: nel momento in cui dici, da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo le proprie necessità, e poi decidi unilateralmente che alcuni che hanno provveduto alle necessità altrui ora non devono avere nulla in cambio, o addirittura essere scacciati o eliminati, allora hai effettuato un tradimento. Una società – uno Stato – in cui si prometta uguaglianza di diritti e doveri, pur nelle reciproche diversità, e poi disapplica questo concetto stigmatizzando le diversità – sesso, inclinazioni sessuali, salute, provenienza, credo, grado di istruzione, censo, età, etnia, appartenenza politica – e creando disuguglianze di trattamento, positive o negative che siano, è una società che si sta automaticamente suicidando; perché la creazione delle categorie, una volta passato, scusato il concetto, può accadere di nuovo e di nuovo in maniera del tutto arbitraria e strumentale. E questo, se uno ha un minimo non diciamo di dignità, ma di istinto di sopravvivenza, deve essere considerato intollerabile. E devono essere prese contromisure in materia.

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