Addio a Gianolio, una vita tra cultura e avvocatura - 7per24 | 7per24

Addio a Gianolio, una vita tra cultura e avvocatura

In maggio avrebbe compiuto 91 anni. Avvocato, scrittore, giornalista (nel dopoguerra fu anche il primo responsabile della redazione reggiana del quotidiano l’Unità), critico di vaglia nonché amico e collaboratore di Zavattini e di tanti altri artisti. Alfredo Gianolio lascia, oltre a una grande eredità storico-sociale, quattro figli: Aldo, Sergio, Luigi e Paolo, musicista impegnato nei giorni scorsi a dirigere l’orchestra sul palco del Festival di Sanremo. Morto nella sua casa di Rivalta, i funerali si terranno mercoledì mattina (14 febbraio) alle 9.30: la salma è al cimitero di Coviolo per la camera ardente, dopodiché riposerà nel cimitero di San Benetto Po, nel Mantovano, nella tomba di famiglia. 

Gianolio è nato a Suzzara (Mantova) nel 1927 ed è vissuto a Reggio Emilia, dove ha esercitato un importante percorso culturale e artistico oltre che la professione di avvocato. Si è anche dedicato al giornalismo e alla ricerca storica pubblicando «libri giornali» (così chiamati perché integravano le ricerche d’archivio con testimonianze orali, fotografie, documenti ecc.). Ha fatto parte con Cesare Zavattini della giuria del Premio Nazionale delle Arti Naïves e pubblicato diversi racconti sulla rivista «Il Semplice». E’ autore del libro d’immagini e testimonianze Pedinando Zavattini (Diabasis, 2004) e ha scritto anche il  Vite sbobinate (guarda). «Sono imbarazzato di continuare a vivere così a lungo e senza troppi problemi. Un’ingiustizia, se si considera che tanti ci lasciano ancora in età giovanile nel pieno delle loro speranze».

Vite sbobinate. «Se è vero che i naïf dipingono senza saper dipingere è anche vero che possono scrivere senza saper scrivere» (Cesare Zavattini). Gianolio, incoraggiato dall’amico Cesare (Zavattini), ha incominciato attorno al 1970 a registrare e trascrivere (cioè sbobinare) con amorevole cura i racconti autobiografici dei pittori naïf che vivono lungo il Po. Sono narrazioni orali di vite singolari, che compongono l’affresco di una popolazione secondaria e un po’ storta nata dal Po, forse ora in via di estinzione; una popolazione di pittori senza pretese che non appartengono alla storia dell’arte, ma semmai alla storia delle disgrazie umane. Ha detto una volta Gianolio che questi pittori del Po sono come i fiori cresciuti in serra, che, messi fuori, a contatto con la cultura, si affievoliscono e finiscono per sparire.

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