De Cinepattoni et italica commedia

Caccia al tesoro
Regia: Carlo Vanzina
Top star de noantri: Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Max Tortora – Italia, 2017
Attori di Serie A (Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso) sprecati, inutilmente involgariti per esigenze (?) di copione e visibilmente svogliati, Max Tortora ridotto a macchietta coatta. Ma del resto pure loro devono mangiare, e se il convento passa questo in termini di sceneggiature disponibili, è inutile indignarsi per il talento sprecato. Si ride pochissimo, si filosofeggia di vita e teatro sui titoli di coda (che ci fa un capolavoro come “Napule è” di Pino Daniele in un filmaccio simile?) e, non bastasse, i soldi che tanto servono ai protagonisti alla fine arrivano grazie alla malavita. Ottimo.
Esplicito e dichiarato l’omaggio a “Operazione San Gennaro” (cult con Nino Manfredi e Totò); ma accanto alla citazione non sarebbero guastate le scuse.

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Natale da chef
Regia: Neri Parenti
Top star de noantri: Massimo Boldi, Maurizio Casagrande, Biagio Izzo, Enzo Salvi – Italia 2017
Boldi travestito da sciacquone, flatulenze, botte e strizzate di genitali, scorpacciate di escrementi e via di questo passo. Ma è inutile gridare allo scandalo nel 2018, perché se questi film continuano a trovare mercato, è segno che qualcuno gradisce. E purtroppo non stiamo parlando di nicchia.
Dallo sfacelo si salva alla grande quel fuoriclasse di Maurizio Casagrande (ma perché pure lui le parolacce? Che bisogno c’è?), tutto il resto è sospeso tra l’imbarazzante e l’improponibile: dal marito che si chiama Becco Felice al gran finale, con intossicazione alimentare al G7 e la Merkel in trepidante attesa del proprio turno, davanti al bagno occupato da Gentiloni, sofferente sul water per i dolori di pancia. Tristezza infinita.

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Ammore e malavita
Regia: fratelli Manetti
Top star de noantri: Giampaolo Morelli, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso – Italia, 2017
Premessa: “Ammore e malavita” nulla ha a che spartire con “Caccia al tesoro” e “Natale da chef”, sarebbe come paragonare Totò a Massimo Boldi. Non si può fare, è un match che non ha senso di esistere, tanto è lo squilibrio a favore di una delle due parti.
Ammore ha una sua nobiltà, un utilizzo delle telecamere molto interessante e un super cast: da Carlo Buccirosso a Giovanni Esposito, da Giampaolo Morelli a Simona Rossi, più un indovinatissimo Raiz e una insolitamente convincente Claudia Gerini. Ma il gioco è bello finché dura poco: il film è troppo lungo (sfora abbondantemente le due ore) senza averne la necessità, non ha nulla di nuovo o di particolarmente interessante da raccontare, anche se lo racconta in maniera alternativa. Tutto già visto, a parte ovviamente la trovata del musical alla napoletana (strepitoso l’adattamento della celebre canzone di Flashdance). Coraggioso e innovativo? Sì. Alla lunga noiosetto? Pure. Siamo onesti: trama esilissima. E i sottotitoli servirebbero in parecchi passaggi, non solo in quelli musicali.

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Due flash finali
La saga di “Smetto quando voglio”, giunta al terzo capitolo (“Smetto quando voglio-Ad honorem”, Italia 2017, regia Sydney Sibilia), tiene fede ai preconcetti sui sequel: prima puntata bellissima, seconda deludente, terza non necessaria. Siamo alla terza puntata, appunto, e il consiglio per un’eventuale quarto capitolo è suggerito dal titolo stesso “Smetto quando voglio”. Sottotitolo: “ma ormai sempre troppo tardi”.
Interessante “Chi m’ha visto” (regia Alessandro Pondi, Italia 2017), con un malinconico Beppe Fiorello e un incontenibile Pierfrancesco Favino, che ruba decisamente la scena. In piena epoca social-idiota l’unico vero modo per salire agli onori delle cronache è scomparire. Forse.

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