Vanniloqui
Il mondo delle molestie

Adesso, adesso che il novanta per cento del clamore sulle vicende di lustri e lustri fa si è ormai placato, sommerso dalla valanga delle altre emergenze intellettuali degli italiani – davvero la tipa dell’armadio è uscita dalla Casa? Ma davvero c’è una che fa certe cose in un armadio e, se sì, dove posso comprare l’armadio? E soprattutto, ma che Casa é? Davvero siamo fuori dai Mondiali di Calcio? E’ lecito o no piangere il lutto di certi personaggi che solo a nominarli si prende l’herpes? Cosa potrei comprare per il Black Friday che già acutamente oggi un appuntamento per oggi non mi serve? Quanto è ingrassato Christian Bale – e altre simili importantissime, proviamo a fare un quadro meno avvelenato e più razionale della vicenda che abbiamo visto esplodere e, anche a bocce ferme, ne esce uno spaccato non particolarmente lieto della nostra società dell’informazione. Che poi questa sia specchio del resto della società, quella che le informazioni da far girare le fornisce, è tutto da discutere. Molestare, o non molestare: questo il dilemma. Particolarmente spinoso, considerando che cosa siano queste molestie ancora, nonostante in tanti si siano fatta un’idea – la loro, beninteso – ancora non lo ha capito nessuno.

Neanche i giuristi, se è per questo, che quanto a lasciarci in eredità una definizione univoca e applicabile con chiarezza hanno lasciato molto a desiderare, e successivamente a tutto questo desiderare potremmo anche arguire che il profluvio di chiarimenti a seguire potrebbe ben essere considerato alla stregua di stalking, magari. La molestia è una acuta sensazione di disagio provocata da fattori che disturbano, irritano, infastidiscono. Nel quale range possono rientrare il 99% dei discorsi ascoltati o letti nei giorni scorsi sul tema. La molestia sessuale è invece qualsiasi atto o discorso lesivo della dignità di una persona dal punto di vista sessuale, perseguito come reato. Questo il dizionario: vaghissimo, intanto perché a questo punto sembrerebbe che parlare animatamente di sesso sia già molestia, e poi perché è una definizione circolare nella sua imperfezione: diventa reato quello che è perseguito come reato. Il resto, no. Un po’ più chiaro, per fortuna, quanto scritto nei testi di legge; ma non molto, se si considera che la molestia sessuale non è stata prevista dal legislatore ma è stata integrata in seguito il solito articolo 660 del Codice Penale che parla, come sopra recita la definizione del Devoto Oli, di comportamenti scoccianti. In sintesi: se rompi le palle a uno è molestia, se glie le rompi e ne parli, lasciando trasparire intenzioni lascive, è molestia sessuale, si direbbe. Il problema di tutto questo ambito è che si tratta di un continuum che va dal sorriso incrociandosi sul marciapiede e finisce poco prima dello stupro, per il quale, per fortuna, se così si può dire (ma ci brucia la lingua a dirlo) l’atto è così evidentemente violento da non lasciar sorgere dubbi in proposito. O meglio: nella nostra testa, perché anche su cosa sia o non sia stupro, tra consenzienza vera, presunta e presumibile, tra evocazioni ad arte di diversità di vedute culturali e tanto altro frequentando le carte dei tribunali abbiamo avuto modo di vedere veramente di tutto, considerando che a tutt’oggiAggiungi un appuntamento per oggi non è ancora classificato come delitto contro la persona ma bensì contro la libertà individuale, e fino al ‘96 addirittura contro la morale pubblica. Vale a dire: non è tanto che prendi una e la rovini, quanto che dai scandalo. Quanto alla vittima dello stupro, passava un po’ la logica del “una lavata, una asciugata, come mai adoperata”. Ma basta vedere cosa era ricompreso fino a quell’anno tra le fattispecie della violenza sessuale: ratto a fine di matrimonio, ratto a fine di libidine, ratto di persona minore degli anni quattordici o inferma a fine di libidine o matrimonio e seduzione con promessa di matrimonio commessa da persona coniugata. Lo specchio di un Paese che ammetteva candidamente l’esistenza di pratiche che già all’epoca del Ratto delle Sabine erano state tutto sommato pratiche ed utili.

Quello che rende particolarmente insidioso detto continuum è che esso è non digitale, formato di casistiche ben distinte, ma bensì analogico; ovvero, da una parola si passa all’altra e per tutto il resto si va a interpretazione dei giudici e sudore degli avvocati delle rispettive parti. Ad esempio: se dici a una che è carina, è un complimento. Se glie lo dici tre volte, probabilmente è un corteggiamento. Se glie lo dici dieci volte e lei non ha rilasciato una dichiarazione in triplice copia carta uso bollo che gradisce il tuo comportamento e anzi ti prega di continuare e forse anche di intensificare le dichiarazioni, stai già un passo avanti nella pratica dello stalking – che ti potrebbe senza grossi problemi venire imputata – e della molestia sessuale. Dio non voglia che questo avvenga poi nel luogo deputato al lavoro, o che anche trattandosi di una sala biliardo in periferia detto rapporto di lavoro, specie se subalterno, sussista, perché allora scatta l’aggravante: lei, o lui (nessuno ci pensa mai, tranne forse ne film con Demi Moore protagonista) subisce direttamente le conseguenze di un evidente squilibrio di potere, quindi l’imposizione, se anche no c’è, è facilmente ipotizzabile. Per cui, regola di base: non si puccia il biscottino dove si timbra il cartellino. E per evitare facilissime strategie di prepensionamento altrui con premialità non dovute, forse è anche opportuno premunirsi: mai frequentare colleghi di lavoro specie se subalterni, e provvedere a un sistema di registrazioni audiovideo in grado di salvarci il didietro. Paranoia? Brutta, ma quanto conviene, eh. Perché nella categoria del “corteggiamento molesto” oggiogiorno potremmo rientrarci tutti quanti. Ma proprio tutti. Ed è difficile, molto difficile capire quale potrebbe mai essere quel corteggiamento tale per cui, in assenza di un esplicito, chiaro, evidente, pubblico assenso sia impossibile presto o tardi non incorrere nel rischio di seccare l’oggetto del desiderio: a chi l’onere della prova? E’ ancora possibile, veramente, stare sereni che incappando in una carogna non si possa come minimo passare un brutto quarto d’ora, che con le tempistiche della nostra magistratura diventa poco poco dieci anni di calvario?

Tutta questa confusione – della quale, sia chiaro, non abbiamo che grattato lievemente la superficie – non può che generare ulteriori ritardi nella soluzione dei problemi causati dalle vere e concrete situazioni in cui si perpetrano reati di genere; e ce ne sono a iosa, molti più di quanto di penserebbe. Perché veramente, come si legge ormai ovunque, il problema delle mancate denunce è tale; di fronte alla situazione in fieri, ciascuno (ciascuna) risolve come può e trattandosi di situazioni di rapporti di forza spesso enormemente squilibrati risolve spesso all’italiana, ovvero, a taci e maci. Tanto più che l’opinione pubblica, alla quale pure è stato sottratto il diritto di offendersi per tali atti, concorre a portare il suo parere e pretende anche che questo sia determinante: “se l’è andata a cercare” è una coperta che copre molte mancanze di giudizio e pure tante invidie. A ciò si aggiunga l’ondata postfemminista che si fa grossa di qualsiasi battaglia combattuta da altri, l’opportunismo mediatico di tanti personaggi che pur di stare sul palco sono disposti a immolarsi sotto ai riflettori, ai tanti che badano alla tiratura pur che sia, anche ammazzando innocenti o pubblicando monnezza, e ci saremo fatti un’idea del giochino in corso attualmente. E così, mentre chi non può opporsi o non ha interesse a mettersi in piazza continua a subire un mondo di soprusi, per altre, o altri, per i quali pur se i fatti accadono (chissà poi?) è sufficiente un “no” per ridurli alle corrette proporzioni hanno in questo momento storico il vento in poppa per lucrare sul verminaio. Danneggiando naturalmente, oltre agli altri, se stessi; perché come al solito la Stupidologia di Carlo Maria Cipolla è una scienza amaramente sottovalutata.

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