Biennale: Damien Hirst, lusso, calma e voluttà

Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale
Jorge Luis Borges

Damien Hirst è un meraviglioso folle e la sua mostra “Treasures from the wreck of the unbelievable” è un’esperienza di piena soddisfazione per ogni tipo di visitatore. La provocazione che il nome di Hirst evoca è qui sopratutto quella della grandiosità del progetto, il lusso estremo e provocatorio ma in qualche misura spirito di questo tempo in cui la forbice tra grandi -grandissimi – possidenti e persone comuni (la “borghesia”, mai come oggi tra virgolette) si allarga a dismisura. Dieci anni di lavorazione, quattro mesi di allestimento, opere di dimensioni ciclopiche, utilizzo, a piene mani, di ori, gemme e pietre preziose, ostentazione di mezzi in senso lato. Che a noi poveri mortali non può che fare impressione.

Corrisponde una qualche sostanza, a tutto questo sfoggio di dollaroni?

Sarò un’inguaribile ingenua, ma non posso che credere di sì. Critici ed esperti hanno opinioni diverse, pare, come sempre accade, ma personalmente non riesco a non vedere la luce, in fondo a questo tunnel, malgrado Hirst sia forse il più quotato degli artisti viventi contemporanei (e questo solo fatto sia di per sé buono a farci sorgere qualche dubbio sulla intrinseca qualità della sua opera).

Credo infatti che estremamente furba e intelligente sia la minuziosa costruzione del contesto che circonda l’idea della mostra -al termine di queste poche righe un estratto dall’introduzione alla mostra redatto dalla curatrice Elena Geuna- capolavoro di semplicità ed inventiva che, con un piccolo gesto di immaginazione moltiplica suggestioni ed emozioni e ricrea significati, giochi di specchi tra passato e presente. Imperatori egizi, statue greche e romane, mitologia orientale, talismani sudamericani, Topolino e Winnie the Pooh. Un antico e moderno che potrebbe essere il caos. Ma il Kitch, con Hirst, diventa davvero una cifra della modernità, una scelta non subita ma attivamente ricercata. Altre recensioni che ho letto si sono prodigate per dimostrare la poca originalità del progetto di Hirst, immagino si possa anche ammettere che sia così. Credo però che conti solo in parte quanto sia riuscito il suo esperimento mimetico, mentre più d’effetto è questa riuscita sovrapposizione di miti, il sincretico annullamento tra passato e presente.

Non sono riuscita a non trovare un ché di poetico nella ricerca dell’estetica classica sotto il filtro di un’estetica moderna, una romantica nostalgia di passato ricreato con un linguaggio che non è veramente antico, ma anzi così prepotentemente contemporaneo da riuscire nel suo intento straniante.

***

C’era una volta un ricchissimo collezionista, Cif Amotan II, un liberto originario di Antiochia, vissuto tra la metà del I e l’inizio del II secolo d.C. Si tramanda che questa figura leggendaria fosse molto nota ai suoi tempi per le immense fortune e che l’eco della sua storia sia risuonata infinite volte nel corso dei secoli. Dicono, infatti, che, appena acquistata la libertà, Amotan abbia iniziato a raccogliere sculture, gioielli, monete e manufatti provenienti da ogni parte del mondo, dando vita a una sterminata collezione. I cronisti del tempo narrano che gran parte di questo straordinario tesoro fosse stata caricata su un enorme vascello, l’Apistos (Incredibile). La nave, le cui dimensioni nessuna imbarcazione aveva mai raggiunto prima, era diretta ad Asit Mayor, luogo nei cui pressi Amotan aveva fatto costruire un tempio dedicato al Sole. Per cause a noi sconosciute – il peso eccessivo del carico, le avverse condizioni del mare (la zona era, ed è tuttora, soggetta a forti venti) o, forse, l’esplicita volontà degli dei – la nave si inabissò insieme al suo preziosissimo carico. Con il trascorrere dei secoli, la storia di questo drammatico naufragio si è sempre più arricchita di particolari: fatti realmente accaduti sono stati inseriti in nuove narrazioni, dando vita a una miriade di racconti paralleli, spesso diffusi solo oralmente, e rendendo sempre più difficile distinguere gli elementi autentici da quelli fantastici. Si narra persino che durante il periodo rinascimentale, con l’intento di dare forma visiva a ciò che si poteva solo pensare per immagini, alcune delle sculture che si supponeva facessero parte della collezione siano state, per ignote vie, fonte di ispirazione per disegni, studi preparatori e opere di alcuni artisti dell’epoca. Nel corso del 2008, questo leggendario tesoro, rimasto sommerso nell’oceano Indiano per quasi duemila anni, è stato scoperto al largo della costa orientale dell’Africa e lentamente riportato alla luce. Grazie a una lunga e complessa campagna di recupero subacqueo, sono emersi dal fondo marino numerosi manufatti di materiali diversi e moltissime sculture. Il mare ha restituito le ricchezze perdute, testimoni silenziose di un mondo lontano, lasciando però una precisa traccia di sé: una nuova veste appare sulla superficie dei reperti una volta affiorati dalle acque, uno spettacolo di colori e forme per la presenza di coralli, gorgonie, spugne, cresciuti nel corso dei secoli. Il corallo, nato secondo il mito dalla caduta in mare di alcune gocce di sangue della testa di Medusa, stillate dalla bisaccia di Perseo, si pietrifica a contatto con l’aria , rimanendo così saldamente attaccato alle opere. I successivi interventi di pulitura hanno riguardato soltanto una parte degli oggetti recuperati, da cui sono stati rimossi i segni del mondo sottomarino. In alcuni casi, si sono potute realizzare persino delle copie fedeli dell’originale. Per una parte delle opere, invece, si è deciso di mantenere inalterate le condizioni in cui versavano al momento del loro ritrovamento, per offrire a tutti l’opportunità di sperimentare i diversi modi in cui la nostra visione si modifica a seguito dell’intervento della natura sui manufatti.

Treasures from the wreck of the unbelievable

Venezia, Palazzo Grassi – Punta della dogana

Fino al 3 dicembre 2017

Valutazione: 🙂 🙂 🙂

Consiglio di visione: Frivolo e potente

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