“Perché sono indipendentista”: catalana’s version esclusiva di Elena Fieschi

Sono venuta a vivere a Barcellona alla fine del 1981. In quel momento quasi non sapevo che venivo a vivere nella Catalogna, Barcellona non era ancora di moda e pochi mesi prima (febbraio ’81) c’era stato il tentativo di colpo di stato franchista di Tejero.

Franco era morto da 6 anni e ci si trovava in quel periodo che è stato chiamato ‘la transizione’. Franco era morto nel suo letto, aveva proclamato il re Juan Carlos suo successore e c’era un accordo tra i partiti di passare gradualmente a uno stato democratico. Il partito che raccoglieva tutti i franchisti si chiamava Alianza Popular, prima guidata da Fraga Iribarne e poi da Aznar, che è poi diventato il Partido Popular, oggi guidato da Rajoy. (Per questo ancor oggi l’estrema destra in Spagna è irrilevante: sono tutti nel PP).

Quando la televisione si riferiva a Franco non lo chiamava ‘dittatore’ ma ‘il precedente capo di stato’. Non c’è stata fino a tempi recentissimi nessuna menzione per i morti della guerra civile e della dittatura, molti ancora sepolti in luoghi non identificati.

La gente che frequentavo parlava in catalano, la lingua materna di molti. Non lo sapevano scrivere, però, perché avevano fatto tutta la scuola in spagnolo. La tele era tutta in spagnolo, così come tutti i film doppiati, la maggior parte dei servizi pubblici eccetera. La tele catalana è nata nell’83. Le scuole cominciavano ad essere in catalano, soprattutto grazie a un gruppo di scuole pioniere che avevano insegnato in catalano anche durante il franchismo, clandestinamente (quando venivano gli ispettori cambiavano lingua).

Ho imparato il catalano in pochissimo tempo. Quando andavo dal medico (per non parlare di tutta la burocrazia per residenza, permesso di lavoro….) se non parlavo in spagnolo non potevo fare niente. Lo spagnolo l’ho imparato ‘dall’aria’. Impossibile vivere qui senza saperlo. Si dava per scontato che una persona straniera non parlasse catalano e anche al mercato, all’inizio, dovevo spiegare che lo spagnolo lo capivo ma non lo parlavo ancora bene. Invece molte persone venute a vivere que nel corso dei decenni erano e sono tuttora rigorosamente monolingui.

Quando la nostra figlia ebbe un grave incidente di moto ci fu un processo. Eravamo già nel 2011. La maggior parte delle persone coinvolte in questo erano catalani, come il nostro avvocato, che ci suggerì con preoccupazione che si presentasse il caso e le testimonianze in spagnolo. Infatti nel sistema giudiziario il catalano è inesistente, anzi i giudici e i fiscali che vengono dalla Spagna (la maggioranza, visto che i concorsi sono nazionali) non solo non lo parlano né lo capiscono (o questo dicono, richiedendo l’intervento di interpreti), ma spesso sono maldisposti verso chi lo usa.

A casa era un’altra cosa. Noi abbiamo sempre parlato in italiano e catalano. I figli a tre anni parlavano anche lo spagnolo. Con la famiglia di qui in catalano. Con gli amici, dipende, senza problemi.

Tutto il lessico scientifico e tecnico catalano era stato sepolto e dimenticato. La società ha fatto un lavoro immenso per ricostituire tutto il vocabolario specifico di ogni disciplina scientifica e tecnica.

A poco a poco ho imparato qualcosa della storia di questo paese, che festeggia la festa nazionale in un giorno che ricorda una tremenda sconfitta: l’11 settembre, in ricordo dell’11 settembre del 1714, quando le forze borboniche hanno invaso e occupato Barcellona. Hanno obbligato gli abitanti del quartiere che aveva opposto maggior resistenza a distruggere le proprie case per costruire una fortezza dalla quale controllare ed eventualmente bombardare la città. Da quel momento, con il Decreto de Nueva Planta, la proibizione della lingua catalana fu sancita in modo definitivo. Inoltre fu annullato il sistema giudiziario proprio della Catalogna e i notai venuti da Madrid cambiarono gradualmente i cognomi, adattandoli alla grafia e alla pronuncia dello spagnolo.

Il catalano è una lingua neolatina, con documenti scritti che risalgono all’alto medioevo e con una ricca letteratura. E’ più simile all’italiano che allo spagnolo, per molti aspetti. È stata trattata come un dialetto e ancora in tempi recenti si sente l’espressione ‘parla in cristiano’. Due mie amiche sono state fatte scendere da un taxi a Madrid perché parlavano -tra loro- in catalano. Cinque anni fa.

Non so bene tutta la storia, sarebbe forse anche noiosa e ci sono molti documenti per informarsi. Solo qualche punto.

Nel 1905 si iniziò un movimento cittadino moderno che aveva come scopo la creazione di un’unione delle province catalane, che non arrivò ufficialmente con tutte le funzioni amministrative fino al 1914 e ricevette il nome di Mancomunitat de Catalunya. Già dal 1905 i politici catalani crearono un’articolazione del paese che acquisì una grande importanza politica e contribuí a un rinnovamento della società e alla creazione di infrastrutture estremamente avanzate (scuole professionali, insegnamento in catalano, cultura, sanità, biblioteche, strade, porti…), mentre la Spagna era un paese ancorato al diciannovesimo secolo. Fu approvato anche il primo Statuto di Autonomia. Nel 1923 questo esperimento si concluse per il colpo di stato del generale Primo de Rivera, che si impiegò a fondo contro il catalanismo, fino a proibire di nuovo l’uso della lingua e della bandiera.

Superata la dittatura, nel 1931 la Catalogna è stata la prima a proclamare la repubblica. La guerra l’ha fatta Franco contro i ‘rossi’. Ma anche contro la Catalogna, proibendo di nuovo la lingua e le istituzioni proprie (governo, parlamento, servizi, cultura). La frase “antes roja que rota” (piuttosto rossa che rotta) indica che per i nazionalisti spagnoli è sempre stata piú importante l’unità territoriale che non il problema politico.

Dopo la morte di Franco, la preoccupazione dei politici di Madrid era di stabilire una forma di stato che permettesse una certa autonomia regionale senza compromettere l’unità e senza tenere conto delle particolarità dei Paesi Baschi e della Catalogna. Si trattava di trattare tutte le regioni nello stesso modo. Si è poi chiamato questo sistema “cafè para todos”, lo stesso caffè senza distinzioni. Con il problema del terrorismo si è poi concesso ai Paesi Baschi, in funzione di una legislazione precedente, un accordo economico con lo stato “Concierto Económico” che permette loro di amministrare le tasse che i cittadini pagano al governo basco, non a quello spagnolo. Non c’è stato nessun altro riconoscimento per le altre nazionalità storiche (Catalogna e Galizia). Con il tempo il trasferimento di competenze che si era accordato si rallentò fino a fermarsi del tutto, anche perché le altre autonomie non volevano nè potevano assumerle e preferivano lasciarle allo stato.

In Catalogna si votò lo Statuto di Autonomia nel 1979, e un nuovo statuto fu poi approvato in referendum nel 2006, da allora in vigore. Questo statuto fu approvato anche dal parlamento spagnolo. Ma una volta approvato, il Partito Popolare raccolse firme in tutta la Spagna contro la differenza catalana, per ottenere redditi elettorali. Presentate le firme, il Tribunale Costituzionale decise di modificarlo sostanzialmente, nel 2010, vuotandolo di contenuto in molti aspetti. Questo momento rappresentò una svolta nella rivendicazione catalana e nella posizione del governo spagnolo. Dal 2012 al 2017 ogni anno per l’11 settembre ci sono state manifestazioni a favore dell’indipendenza con una partecipazione intorno a un milione di persone, a volte quasi due: le piú grandi manifestazioni in Europa, se non sbaglio. Non c’è mai stato nessun incidente.

L’autonomia può in ogni momento essere ritagliata, non è per sempre: le leggi che approva il parlamento catalano possono in ogni momento essere revocate dallo stato spagnolo. Questo è stato messo in pratica grazie alla posizione dominante del Partito Popolare nel Tribunale Costituzionale e nei Tribunali Superiori di Giustizia. Sono state annullate piú di trenta leggi negli ultimi anni, tra cui la legge della povertà energetica, che protegge dai tagli di elettricità e gas le famiglie che nella crisi non possono pagare (legge sulla povertà energetica); la legge contro gli sfratti indiscriminati (legge di emergenza abitativa e legge per le tasse sugli appartamenti vuoti); normativa sugli orari commerciali, legge sull’uguaglianza effettiva tra uomini e donne; legge sulle tasse alla produzione di energia nucleare; regolazione delle grandi superfici commerciali…

I motivi sono di solito che non si può tollerare che i catalani abbiamo dei privilegi che non ha il resto degli spagnoli. (Anche se, per esempio, la parte abrogata dello statuto del 2006 è identica a una parte tuttora vigente dello statuto dell’Andalusia). Ma mostrano una grande intolleranza e poco rispetto per la diversità. Di fatto, è come smentire l’autonomia e usare il tribunale costituzionale come una spada di Damocle per ogni possibile decisione autonoma.

Il mio sentimento come cittadina è quello di un assedio costante anche se forse non evidente, nell’economia, nella cultura (ostacoli per il doppiaggio di film, per l’educazione in catalano, per gli aiuti alle pubblicazioni in catalano, al teatro…), di una continua intrusione del governo di Madrid nelle decisioni che si prendono qui e spesso nella nostra vita quotidiana.

Questo è diventato poi molto evidente quando si è scoperta, all’inizio di quest’anno, la cosiddetta Operazione Catalogna, mossa dal ministro degli interni spagnolo, che ha mobilitato segretamente la polizia per indagare su ogni possibile movimento dei principali politici catalani. L’ex sindaco di Barcellona è stato accusato di avere conti all’estero, cosa che era un montaggio. Ci sono registrazioni che fanno venire la pelle d’oca dove si esplicitano le intenzioni di ‘smontare la sanità catalana’. Tutto questo non viene perseguito nonostante le denunce, perché gran parte della magistratura è legata al Partito Popolare.

Al governo spagnolo sono state fatte proposte alternative a questo referendum del 1 ottobre. La possibilità di avere un accordo economico simile a quello basco; fare un referendum sull’indipendenza in tutta la Spagna, legale e costituzionale, che permettesse almeno di contare i voti favorevoli all’indipendenza nel territorio catalano (oltre alla globalità); un referendum catalano accordato con lo stato e quindi costituzionale….

A molte di queste proposte non è stata data risposta, ad altre la risposta è stata un no, accompagnata da una ricentralizzazione sempre maggiore da parte del PP e del governo.

I socialisti che adesso appoggiano il PP anche nella repressione, quando si parlava di di indipendenza dicevano: Stato Federale. Anche questa possibilità avrebbe potuto frenare l’indipendentismo, se fosse stata una proposta concreta, visibile, politicamente sostenuta. Ma si è visto che era solo uno slogan. Infatti non è mai stato presentato neanche uno schema, una brutta copia di questa proposta, anche se apparentemente è sul tavolo da anni. Senza appoggio a Madrid, non c’è nessuna possibilità di avanzare in nessuna di queste strade. Per questo si è arrivati a una strada unilaterale. Il dialogo e i patti sono stati rifiutati.

Il ‘problema catalano’ richiedeva una risposta politica e ha ricevuto solo risposte giudiziali, oltre a una “guerra sucia” nascosta.
Io ho vissuto questa situazione con un forte sentimento di impotenza. Credo che abbia alimentato l’indipendentismo in generale. In molti saremmo stati contenti con una reale proposta di federalismo, con un calendario in cui svilupparla, con delle concessioni graduali. Ma è stato il contrario. Per questo sono diventata indipendentista.

Non amo le bandiere, da giovane difendevo solo la bandiera rossa e l’internazionalismo. ‘Nostra patria è il mondo intero’. Questo lo credo ancora. Parlo sei lingue e mi sento cittadina del mondo.

Alla fine, lo spagnolo l’ho imparato con piacere, con un senso di arricchimento, in pochi mesi. Qui quasi tutta la popolazione è in grado di capire e parlare le due lingue. Succede infinitamente più spesso però che ci sia un rifiuto ad usare il catalano da parte di chi ha un’origine non catalana. Ma è una situazione socialmente ben tollerata. I risultati scolastici degli studenti catalani nella lingua castigliana sono superiori al resto della Spagna. Non c’è conflitto linguistico. Nelle proposte per un eventuale futuro stato catalano, si pensa di riconoscere come ufficiali le due lingue. Nell’attuale stato spagnolo, el basco, il gallego e il catalano sono riconosciute come lingue coofficiali, ma non solo non esiste nessun incoraggiamento a usarle da parte dell’amministrazione centrale nei suoi uffici, ma è spesso vero il contrario. Quando acquisii la nazionalità spagnola alla fine degli anni ’80 (ho la doppia nazionalità perché naturalmente conservo quella italiana) dovetti giurare di conoscere lo spagnolo. E basta. La nazionalità spagnola in quel momento era necessaria per poter lavorare e vivere qui con normalità. La Spagna non apparteneva alla comunità europea (entrò nella comunità europea nel 2005 in seguito a un referendum per il quale la partecipazione era stata del 42,32%).

Penso che ci sia una gran confusione tra nazionalismo, indipendentismo, separatismo, sovranità nazionale… Io mi sento indipendentista in questo momento. Non mi sento nazionalista. Bisogna distinguere tra nazionalismi centralisti e nazionalisti periferici, tra bandiere ufficiali e bandiere non riconosciute…

Un altro elemento è il non riconoscimento della monarchia nella società catalana. Il sentimento repubblicano è molto antico, ma è rafforzato dal fatto che i Borboni attuali sono di fatto gli eredi di Franco. Il discorso recente di Felipe VI, senza nessuna menzione della violenza della polizia e in completa adesione alle tesi di Madrid, mostra che anche il re non si sente re dei catalani. Se si vuole una repubblica, l’unica possibilità è che sia una repubblica catalana. I vecchi repubblicani sopravvissuti alla guerra e al franchismo non hanno piú l’appoggio di gran parte della cosiddetta sinistra.

La situazione attuale è molto complessa e forse andrebbe analizzata a parte. In vista del referendum lo stato spagnolo ha di fatto annullato l’autonomia catalana, saltando le sue stesse leggi (senza passare dalla votazione in senato), intervenendo nel comando della polizia autonòmica e arrestando diversi membri dell’amministrazione, accusandoli di sedizione.

E’ vero che la proclamazione del referendum è stata ‘illegale’, in quanto non prevista dalla costituzione spagnola. Si sarebbe però potuto fare un referendum accordato, come dicevo prima. Non sono rimaste altre strade aperte. I processi di indipendenza non sono di solito previsti nelle costituzioni. Spesso per arrivare a dei cambiamenti significativi bisogna passare per dei periodi di transitorietà. Il parlamento catalano ha approvato con maggioranza assoluta la legge del referendum e quella della transitorietà. Non entro a parlare di quello che è successo in Catalogna tra l’11 settembre e il 2 ottobre. Le immagini parlano da sole. Quello che posso aggiungere che il movimento indipendentista è assolutamente pacifico, che ha un larghissimo appoggio tra la popolazione e che senza dubbio si è anche alimentato degli errori di Rajoy e di un grande sentimento di esclusione e di maltrattamento: quando Rajoy disse che gli indipendentisti obbligavano all’uso della violenza (per il fatto di volere l’indipendenza, non per sommosse che non sono esistite), mi ha ricordato il concetto maschilista di “la maté por que era mía”, ti picchio, ti uccido, perché te la sei voluta tu, perché sei mia ma non vuoi più stare con me.

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One Response to “Perché sono indipendentista”: catalana’s version esclusiva di Elena Fieschi

  1. Natalia Lamanna 9 ottobre 2017 at 17:33

    “Perché sono indipendentista”

    ESTI****I!

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